Ecco perché oggi è importante celebrare Nan Goldin con un Leone d’oro a Venezia

Il lungometraggio dedicato a Nan Goldin vince a Venezia il più prestigioso dei premi del festival. Che valore ha un Leone d'oro come questo?

Lo scintillio della settantanovesima edizione della Mostra del cinema di Venezia, trova un posto nel cielo anche per le vicende più cupe. Anche stavolta i red carpet hanno reso affascinante ciò che spesso ci è difficile guardare, osservare con attenzione, tenendo serrate le mascelle nel caso in cui il nostro occhio sempre più pigramente abituato al torpore dell’ordine, cada dove solitamente preferiamo non volgere lo sguardo. Il più importante dei premi del Festival del cinema quest’anno ci spinge oltre l’abitudine, oltre il bello, ci costringe ad ascoltare una storia che sembra ammonire ognuno di noi, assopiti nell’aridità del semplice, infastiditi da quelle “inadeguatezze” di cui sembra ci sia sempre più frequentemente l’esigenza di fare a meno e, magari, anche convincersi che sarebbe meglio raddrizzarle fino a che si è in tempo.
La storia di Nan Goldin ci rende partecipi di un viaggio attraverso l’esistenza di una donna che non ha mai avuto paura della diversità. La macchina fotografica la rende testimone di un mondo collassato, ai limiti della decenza, ma che in fondo, se si ascolta attentamente, spesso nel chiasso, copre grida di aiuto disperate.

Nel 1986 Nan Goldin trasforma uno dei suoi primi lavori – uno slide show in costante evoluzione – in un libro fotografico, The Ballad of Sexual Dependency, dove registra la propria vita condivisa con la “tribù”, compagna di tutte le estremità degli anni Settanta e Ottanta, fra droghe, feste, sesso e violenza. Affacciata in quell’abisso, Goldin non si lascia però trascinare nell’oscurità, almeno non fino al punto di non ritorno. Nel 1986 l’eccesso viene lasciato al passato: un’occhio nero è l’ultimo dei segni che quella vita senza regole lascia sul suo viso, dopo una lite con il suo partner dell’epoca. 

Nan Goldin, ‘Nan one month after being battered’, 1984. Museum Folkwang. Installation View at Punta della Dogana, 2018 © Palazzo Grassi, Photography by Matteo De Fina.

L’eroina, gli oppiacei, la perdizione: in uno scenario che rappresentava ( e in certi versi ancora rappresenta) l’antitesi dell’America perbenista che vuole dare di sé l’immagine della migliore società che si possa desiderare, Goldin si fa bardo dei dimenticati, dei nascosti, di coloro che vivono al margine di un mondo in cui le fragilità non sembrano essere ammesse, in cui l’istinto viene soppresso dalla formalità. Nan Goldin conosce bene quell’abitudine, la stessa maschera indossata dai suoi genitori a seguito del suicidio di Barbara Holly, sua sorella. L’abominio non deve essere messo in mostra, frantumerebbe l’equilibrio, e la scelta di preservare la rispettabilità della famiglia si accompagna al desiderio di ignorare l’accaduto. 

Parte da qui l’irresistibile necessità di cercare ciò che di più vero esista, non accontentarsi della superficie, oltrepassare lo steccato e affrontare il bosco che c’è dall’altra parte, consapevole delle agghiaccianti realtà che in mezzo a quei rami si nascondono. 

Un’odissea in un mare di oscenità di cui l’artista, fotografa e attivista non prende mai le distanze: in quel nero mare nuota, cercando ostinatamente di raccontare ciò che invece sembra crogiolarsi nell’ombra. Le 700 immagini scattate in Europa e in America tra il 1975 e il 1979 sono il principio di una lotta che non si sarebbe mai arrestata, una lotta che All the beauty and the bloodshed di Laura Poitras fa riemergere dal passato in tutta la sua straordinarietà.

Trixie on the Cot, New York City, 1979 – Cibachrome

Le incursioni per denunciare la multinazionale Purdue Pharma, accusata di causare migliaia di morti per overdose da farmaco, sono l’ennesimo atto che dimostra l’insaziabile fame di giustizia di una delle eroine della fotografia contemporanea. In un presente che sembra sull’orlo di frantumarsi, crescono, di giorno in giorno, rigetti di odio nei confronti di coloro che, nel vecchio secolo come nel nuovo, sono vittime della spietatezza di un tempo che non sembra essere alla portata di tutti. La fragilità dei pochi non conta. La vittoria nel pantheon del cinema però ci dice che in questo scenario odierno, un segno deve, e può, essere lasciato sul sentiero. 

Il successo della pellicola firmata da Laura Poitras prende le sembianze di un paradosso: cosa c’è in mezzo alla fascinazione per le storie più al limite e l’insofferenza nei confronti del diverso – “diverso da chi?” sarebbe in questo caso uno degli interrogativi più adeguati – nella società contemporanea? In un momento storico come questo vediamo crescere la popolarità di coloro che non hanno mai nascosto l’ostilità verso ciò che da sempre viene raccontato dall’obiettivo di Nan Goldin. Uno straordinario e al tempo stesso grottesco processo di involuzione della società nei confronti dei liberi costumi è oggi all’ordine del giorno; l’incapacità, o per meglio dire l’assenza di volontà, da parte di una fetta dell’Occidente di voler comprendere ciò che non è ordinario, avvilisce coloro che a tale processo si ostinano a non voler prendere parte. È verso di loro quindi che si rivolge All the beauty and the bloodshed, a coloro che non accettano di osservare con disinvoltura le novelle della misoginia quotidiana, che non vogliono lasciare spazio all’odio, che anche se all’apparenza nulla sembra poter fare la differenza, anche un gesto minore può dimostrarsi grande quanto una cascata di prescrizioni di oppiacei che come coriandoli volano tra le sale del Solomon R. Guggenheim Museum di New York.

La protesta di Nan Goldin al Solomon R. Guggenheim Museum di New York

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