Altre frequenze. L’intervista con Patrick Tuttofuoco

Dal numero 125 di Inside Art un approfondimento sulla ricerca dell'artista, una dimensione in cui spazio e tempo viaggiano su bande diverse

Dal numero 125 di Inside Art un approfondimento sulla ricerca dell’artista, una dimensione in cui spazio e tempo viaggiano su bande diverse

Una polarizzazione bergsoniana del tempo ha guidato Patrick Tuttofuoco nella sua ricerca dell’ultimo ventennio. Cresciuto all’alba di una generazione che ha vissuto il progressivo insinuarsi di una frenetica scansione temporale imposta dalla tecnologia, ha avvertito a un certo punto della sua esistenza la chiara scissione tra due dimensioni che andavano fuori asse. «Ho iniziato – spiega – a vivere come un problema questa necessità di mantenere costantemente un ritmo. Stava diventando un limite nell’ecologia della mia esistenza». È a questo punto che si scioglie il dualismo tra quella serie di istanti che nel tempo oggettivo facevano fallire qualsiasi tentativo di essere rallentati e il generarsi di una dimensione interiore: un attimo governato da nessuno se non dalle idee. 

Un tempo rallentato, quindi.

«Non sto dicendo che sia necessariamente più lento, semplicemente un altro, non un tempo estroflesso, che segue dettami esterni, logiche capitalistiche. L’uomo è stato sempre in grado di generare una dimensione alternativa, uno spazio di riflessione interna. Nel mio caso l’esigenza nasce da una serie di problematiche che sentivo nei confronti del tempo, più che come entità superiore, come rapporto che l’esistenza contemporanea ci impone in termini di accelerazione. Ho iniziato a percepire la mia identità lacerata, esplosa, incapace di trovare un senso tra la velocità che mi veniva imposta in quella dimensione e il ritmo biologico, cellulare. Questa consapevolezza è arrivata anche dopo una lunga esperienza che oggi è diventata parte della mia vita legata alla meditazione. Il tempo non esiste, tutte le concezioni sono state polverizzate. Parlare di tempo è sempre un processo di approssimazione pazzesca». 

E in questo rapporto con il tempo l’artista che ruolo ha?

«L’arte ti porta già automaticamente in un luogo di quel tipo che un po’ si fa beffa delle regole e dei criteri. L’artista ha sempre avuto come strumento la capacità di forzare trama e ordito di questo tessuto spazio-tempo e di generare una realtà alternativa nella quale ha delle visioni. Quello che tu fai nella pratica artistica in fondo è portare sulla terra qualcosa che non c’è di cui hai trovato una forma, un’eco, un riflesso, una visione che deve partire da dentro. E non perché sei baciato da Dio ma perché ti stai allenando a praticare un luogo spirituale come se fosse fisico e questo genera un quantitativo di energia fondamentale per l’esistenza di un individuo. La mia prima mostra che affronta in maniera sensata e strutturata il tentativo di restituire una realtà diversa è del 2017, Tutto infinito da OGR a Torino. Lì avevo inserito un fulmine, Spacetime, proprio per generare nello spazio espositivo una dimensione fuori dal tempo, o per lo meno dove le regole che dettano il ritmo delle cose vivono di altri equilibri».

In queste ambientazioni sospese che cosa resta dell’uomo? Nelle tue opere sembra che ci siano soltanto occhi, mani, tracce della sua presenza…

«Si dilata anche lui, grazie alla sua capacità di espandersi in una dimensione più ampia. Quello che faccio non è cercare di distruggere la figura umana ma aprire un campo energetico con una banda ampissima dove rimangono dei segni, degli elementi che lo ricordano ma la frequenza è molto più ampia. Per me il corpo non è solo fisico ma anche energetico e spirituale in un’accezione laica. Tendiamo a concentrarci più sulla sua pelle ma ci sono dimensioni in cui questo corpo espanso trascende il materiale, uno spazio dove comunichiamo al di là del dialogo verbale, con delle frequenze differenti. L’arte ci ha sempre allenato a cogliere questo tipo di segnali». 

Anche lo spazio virtuale in un certo senso genera nuove frequenze. È per questo che ti sei avvicinato agli NFT?

«Quello che per me era interessante era confrontarmi con un possibile nuovo formato. L’NFT alla fine non è altro che un contratto, è un oggetto unico che non ha un corpo fisico e viene associato a un segmento della blockchain. Tutto ciò che non è riproducibile mantiene la sua unicità in quel mondo. Che cosa fai diventare NFT poi dipende da te. Mi sono reso conto che il 90 per cento di quello che era stato prodotto erano illustrazioni, grafiche, che poi venivano mintate e diventavano NFT alimentando un mercato in esplosione. Ma questo non aveva nulla a che fare con i contenuti. Quindi ho cercato di riflettere su cosa l’NFT potesse dare alla mia pratica che non potevano darmi le altre. Uno degli elementi che mi interessavano era la capacità di smaterializzare il corpo dell’opera. Non esistono più corpo, spazio e tempo. Il progetto Forever infatti è una riflessione sul tempo e sulla capacità di tendere all’infinito che un mondo digitale ha. Il soggetto è una bottiglia che gira in loop, quasi un uroboro costante costituito da due polarità: acqua e fuoco. Dalla plastica si trasforma in vetro e poi in molotov, raccontando storie diverse e facendo appello a molte rappresentazioni nell’inconscio collettivo. L’acqua non viene bevuta e la molotov non esplode: è un balletto che racconta la rappresentazione ciclica del tempo. Ho sfruttato l’NFT per fare qualcosa che nella realtà non avrei mai potuto riprodurre: delle forme che continuano a morfare, una dentro l’altra».

La questione della smaterializzazione la affronti da sempre attraverso un altro mezzo, il neon. Credi sia ancora uno strumento efficace?

«Il neon è da sempre presente nel mio lavoro. Mi piace che si colleghi a un certo periodo storico artistico, gli anni 60-70, e che richiami il legame con un tipo di coscienza politica. Ma il mio è un amore soprattutto per quello che produce: racconta in modo immediato, visivamente, la capacità di un oggetto, di una forma di produrre effetti nell’ambiente in cui sta. Banalmente cambia la colorazione ma in questo modo ti sta già parlando della sua capacità di influenzare e di essere influenzato. Più che il neon, è la luce il punto. E la luce che cos’altro è se non energia? Come tutti gli oggetti luminosi, il neon ha la capacità di shiftare da uno stato a un altro. Racconta l’esistenza di qualcosa di vivo, che non sta fermo. Tutti i riflessi che genera in uno spazio e le ripercussioni e la capacità di essere una cosa ma anche un’altra, di creare un paradosso tra il dualismo acceso e spento. E lo fa in infiniti modi: concettuale, politico, sensoriale. Il neon racconta una tecnologia che è quasi retrò. Ma se domani esplodono tutti i neon del mondo, resta la luce. E io sono pronto a usare i led, la piletta: la luce sarà sempre presente nel mio lavoro, non so il neon».

Parlando di spazi, raccontare una dimensione pubblica è sempre stato un aspetto fondamentale nel tuo lavoro. Che cambiamenti hai notato dopo la pandemia?

«Una delle esigenze che è venuta fuori è la necessità di dialogo con gli altri esseri umani e la condivisione da uno spazio. Sì, se penso anche ai miei primi lavori, c’è sempre stata questa attenzione. In Family del 1998 ho creato con la mia famiglia un triangolo pazzo in mezzo alla strada, poi, ancora, in Hamster mi sono messo a correre come un criceto in una ruota. Insomma, ho sempre avuto l’esigenza di generare un rapporto con il mondo. Celebrare l’esistenza lavorando in uno spazio pubblico è una cosa che ho capito vivendo all’estero dove la gente ha un rapporto diverso con la vita e hanno un amore verso lo spazio pubblico».

L’arte contemporanea italiana è ancora poco conosciuta all’estero. Che idea ti sei fatto sulle ragioni di questo gap e qual è la tua prospettiva sul futuro dell’arte?

«È oggettivo che c’è un problema, sicuramente c’è un mancato sostegno delle istituzioni, si tratta di un fatto matematico, osservando quante energie, quanto spazio viene dato invece all’arte contemporanea all’estero. La differenza è macroscopica. Ci sono inoltre questioni di natura fiscale, è evidente che collezionare in Italia è più difficile e quindi uno lo fa in altri paesi. La conseguenza è che viene dato meno spazio per la ricerca e l’Italia con difficoltà si impone come interlocutore su un piano internazionale. Credo che prima di tutto sia necessario rendersi conto di che cosa può generare, se sostenuta bene, la ricerca artistica, anche in termini economici ma non solo. È un periodo storico complesso ma l’uomo evolve proprio nei momenti di criticità. Per riuscire a superarli dobbiamo ricostruire una serie di valori che vadano verso un paradigma futuro non solo distopico. Nel mondo in cui viviamo c’è una gamma ampissima di possibilità. Io, dal canto mio, ho fiducia nell’umanità e spero di poter immettere una frequenza nella vastità di frequenze che si proietti in avanti non soltanto dicendoci quali sono i limiti quali sono i rischi. Un luogo, chissà controverso, ma dove esistiamo ancora».

Patrick Tuttofuoco

La pratica di Patrick Tuttofuoco, nato a Milano nel 1974, tesse un dialogo tra gli individui e la loro capacità di trasformare l’ambiente in cui vivono. Esplora le nozioni di comunità e integrazione sociale coniugando un’estetica immediata e il potere di innescare risposte teoriche profonde. Tuttofuoco fonde Modernismo e Pop e spinge la figurazione verso l’astrazione, utilizzando l’uomo come paradigma dell’esistenza, matrice e unità di misura della realtà. Tra le principali partecipazioni dell’artista ci sono la 50esima Biennale di Venezia, Manifesta 5, la VI Biennale di Shanghai e la X Biennale di Havana. I suoi lavori sono stati esposti in diverse istituzioni internazionali come la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino e la Künstlerhaus Bethanien di Berlino. Attualmente Tuttofuoco  sta lavorando su un ampio progetto condiviso con quattro istituzioni italiane (MAXXI, MADRE, Guggenheim di Venezia e Triennale di Milano) e che avrà un’emanazione finale nella dimensione pubblica attraverso dei maxi schermi affissi nelle città. Di recente ha collaborato per il Salone del Mobile con Nilufar, realtà legata al design, realizzando degli oggetti crossover tra l’arte e il design funzionale. 

Articoli correlati