Documenta Fifteen: polemiche, accuse e atti vandalici. Si dimette la direttrice Sabine Schormann

Accuse di antisemitismo all'organizzazione e polemiche sull'opera di Taring Padi. Non bastano le scuse, la direttrice abbandona la fiera

Continuano le polemiche dopo l’apertura di Documenta Fifteen Kassel, tra accuse di antisemitismo nei confronti degli organizzatori, atti vandalici contro le opere esposte, e indignate dichiarazioni di esponenti politici. L’opera incriminata, People’s Justice, di Taring Padi, era stata in un primo momento coperta con un pannello nero e poi rimossa dalla manifestazione. Ma questo non è bastato: Sabine Schormann si è dimessa dall’incarico di direttrice della fiera d’arte contemporanea a distanza di un mese dall’apertura della rassegna.

Ma facciamo un passo indietro. Il pannello di 9 metri per 12, dipinto dal collettivo indonesiano, voleva proprio rappresentare la violenza di cui è stato vittima il popolo indonesiano nei 32 anni della dittatura militare di Suharto. A scatenare la diatriba sono state tuttavia due figure in particolare: una è raffigurata come un maiale che indossa un elmo con la parola “Mossad” e una stella di David. L’altra mostra un tale con delle zanne e con dei boccoli da ebreo ortodosso che sbucano da un cappello nero con il simbolo delle SS.

Immediatamente, in un lunghissimo post su Instagram, i membri del collettivo si erano scusati precisando che le figure si riferivano al contesto politico indonesiano per criticare un sistema capitalista sfruttatore e la sua violenza militare. Commenti che non sono stati sufficienti a detta della comunità israeliana, scuse che, come ha riportato il Times of Israel , tiepide e sterili.

Come riporta il sito della comunità ebraica di Milano, Linda Teuteberg, portavoce del partito per gli affari ebraici, aveva già richiesto le dimissioni della Schormann. Le polemiche si erano sollevate sin dall’inizio della manifestazione, in merito alla sua decisione di affidare per la prima volta le redini della kermesse al collettivo di artisti indonesiani Ruangrupa. La loro idea: mostrare una visione dell’arte meno centrata su Europa e Stati Uniti, attirare l’attenzione sui danni prodotti dal capitalismo, la colonizzazione, le strutture patriarcali, in una costruzione «democratica» dell’allestimento. Anche allora non erano mancate accuse nei confronti di alcuni artisti simpatizzanti per BDS, il movimento a guida palestinese che si adopera per il boicottaggio di Israele.

Alla richiesta di dimissioni di Schormann aveva fatto eco Dorothee Bär, vicepresidente tedesca del gruppo parlamentare che riunisce i partiti Cdu e Csu: «Apparentemente c’è una concentrazione di sostenitori del BDS negli organi direttivi e nel centro artistico di Documenta. La portata dei legami anti-israeliani è sia vergognosa che sgomenta».

Inoltre, a Kassel, il clima s’era fatto incandescente già qualche giorno prima dell’inaugurazione ufficiale, quando gli stand che ospitano opere di artisti palestinesi sono stati trovati vandalizzati con steaker a difesa dello Stato di Israele e con graffiti anti-islamici. 

Comunque, il board della fiera, in cui siedono anche il sindaco di Kassel, Christian Geselle, e il ministro per l’Arte dell’Assia, Angela Dorn, ha stabilito che “la presentazione dello striscione ‘Giustizia del popolo” del gruppo artistico Taring Padi con le sue immagini antisemite ha chiaramente oltrepassato i limiti danneggiando Documenta’in modo significativo”. Da qui la decisione di Schormann di abbandonare definitivamente il campo. In precedenza, il responsabile del Centro Anna Frank, Meron Mendel, si era dimesso dal ruolo di consulente di Documenta, mentre l’artista Hito Steyerl aveva ritirato le sue opere.

Al suo posto sarà quindi nominato un nuovo direttore ad interim – specifica la nota diffusa da Documenta. Anche se la manifestazione durerà fino al 25 settembre e potrebbero esserci altri risvolti inaspettati nella vicenda.