Alla Maison Bosi di Roma la personale di Jane Gemayel, I segni dell’infinito

L’artista canadese con base a Monaco, reduce dall’Expo 2020 Dubai, presenta nella capitale una personale curata da Massimo Scaringella

La Maison Bosi di Roma presenta la personale dell’artista canadese che vive a Monaco Jane Gemayel, I segni dell’infinito, mostra a cura di Massimo Scaringella. L’artista è reduce dall’Expo 2020 Dubai dove le è stata dedicata una personale presso il padiglione di Monaco. La mostra ha il patrocinio dell’Ambasciata del Principato di Monaco in Italia.
Perché i segni dell’infinito? «Perché Jane comincia i suoi lavori disegnando con un graffiato di base che è lo sfondo delle sue opere fino ad andare incontro ad una forma che immagina infinita”, dalle parole del curatore. Tutta la mostra si origina dal libro Il profeta del poeta libanese Khalili Gibran. La sua ispirazione parte quasi sempre dalle letture che la coinvolgono. Gemayel riesce a coniugare pace, armonia e amore in queste sue donne abbondanti, morbide, sinuose, di rubensiana memoria. Esse fanno anche riferimento alla cultura orientale dove la donna ha difficoltà ad esprimersi liberamente. E le sue figure raccontano di un’intimità colta nell’animo, dove l’animo informa il corpo e lo trasforma delicatamente, dove l’animo introduce la possibilità di trasformarsi in corpo leggero, sognante, dolce, di un’espressività che contagia in punta di piedi.

Crea madri, danzatrici, figure spirituali che sono l’opposto dell’immagine femminile che vogliono dare le riviste patinate. Infatti il lavoro di Gemayel è su due piani: uno estetico e uno concettuale, concettuale perché parla della donna nella società contemporanea, con tutte le sue difficoltà, con le sue attrattive, con i suoi desideri e i suoi incanti. Il discorso diventa poi politico soprattutto nei Black Boxes, scatole in cui ha ritagliato parti di giornali su varie tematiche, ad esempio la guerra o l’ecologia, su cui poi è intervenuta dando le sue impressioni con frasi, disegni: sono veri e propri libri d’artista che contengono la sua umanità. Il lavoro di Gemayel si incentra sull’”essere” nella propria transitorietà, raccontando una perfezione che può svanire, ma senza rimpianti, nella sua sensualità.

La tecnica acuisce il discorso concettuale creando un’estetica personale: utilizza l’inchiostro nero e colori tenui: “A fine ottocento, durante il liberty, si creavano questi chiaroscuri con i vuoti fatti grazie al bianco o grazie al nero e che davano l’idea della proiezione, come fa ora Jane, mentre i colori riescono a dare la densità” commenta Massimo Scaringella, che fa una citazione nel testo in catalogo: “L’essere che non è più colui per il quale si alternano il giorno e la notte o si misurano le vicinanze e le lontananze. Egli è ora posto come cosa tra le cose, infinitamente solo. Tutto ciò che accumuna persone e cose si è ritratto in una comune profondità di cui si nutrono le radici di tutto quello che cresce” (Rainer Maria Rilke). E continua: “C’è in queste parole l’intuizione di un essere (uomo/donna) che si mostra ai nostri occhi attraverso il corpo o forse attraverso ciò che potremmo chiamare “paesaggio umano”, essenza della natura. Una natura della quale noi stessi siamo parte ma che ci trascende immensamente. Una primordialità ed essenzialità dell’animo umano non solo esteriore ma più fortemente interiore, in cui la consapevolezza del nostro rapporto con la realtà preme e ci assedia fuori e dentro di noi.”  

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