L’immaginario rurale e il mistero della natura nell’arte di Edoardo Manzoni

Tradurre e reificare: riflessioni per un ritorno alla natura e all’esperienza dell’alterità

DA INSIDEART #123
Tradurre e reificare: riflessioni per un ritorno alla natura e all’esperienza dell’alterità

«La ricchezza che raggiungo viene dalla natura, fonte della mia ispirazione», sono parole di Claude Monet ma è come se lo avesse pensato anche Edoardo Manzoni perché nella sua arte è evidente un legame profondo con madre natura.

«La mia ricerca – sottolinea Edoardo Manzoni – nasce dal contesto rurale nel quale sono cresciuto. Ho iniziato a muovere i primi passi come artista cercando inconsciamente di tradurre l’ambiente che mi circondava in un linguaggio artistico, frequentare l’accademia però è stato fondamentale. Ho studiato alla NABA di Milano, dove ho avuto modo di confrontarmi fin da subito con il mondo dell’arte contemporanea, ho capito che la mia realtà quotidiana poteva essere la base per strutturare una ricerca concettuale. Il mondo contadino e l’immaginario ad esso legato hanno stimolato il mio interesse verso tematiche quali il rapporto tra il naturale e l’artificiale, l’umano e l’animale. La figura del contadino risulta fondamentale in questa mia riflessione, esso è quell’individuo che ha una relazione di empatia, di reciprocità quotidiana con il paesaggio e il mondo animale. Lavora la propria terra e la osserva, dialoga con essa percependone il mistero, la spiritualità che sta alla base della vita».

Edoardo Manzoni

Senza Titolo (fame), 2020, State Of, Milano, photo Francesco Spallacci

Nella sua opera, Colpo di vento (Argo Maggiore), selezionata come Premio Speciale Fondamenta, lo studio sull’ambiente diventa ancora più viscerale, inserendosi in quei meccanismi evolutivi che sono tipici del mondo animale, uomo compreso: «sono affascinato – conferma Edoardo Manzoni – dagli strumenti tecnici che l’uomo ha creato come protesi, come forma di potenziamento nel suo interagire e servirsi del mondo, addomesticando e trasformando il paesaggio nel quale è nato. Allo stesso modo sono interessato a studiare quali strumenti vengono utilizzati dal mondo animale. Nell’ultimo periodo sto lavorando sulla tematica dell’ornamento, dispositivo di seduzione che può essere visto come punto di incontro tra le convenzioni culturali umane e il mondo non-umano all’interno di un territorio. L’uomo creatura essenzialmente imitativa ha strutturato l’uso dell’ornamento guardando proprio al mondo animale. Ma se il ruolo dell’ornamento, nel mondo animale, rimane un punto ancora dibattuto, è chiaro invece come nel corso della sua evoluzione, l’uomo abbia sempre avuto l’urgenza di creare qualcosa che andasse oltre il suo valore d’uso. L’ornamento gioca un ruolo determinante, oggi come nella preistoria, nella definizione di valori di status e posizione sociale».

Utilizzi diverse tecniche artistiche, quali ti rappresentano maggiormente?
«Nei miei lavori la scelta del materiale o della tecnica varia a seconda dell’argomento che voglio affrontare. Molte mie opere nascono da una sorta di processo di rielaborazione: parto dalla forma di un particolare oggetto e cerco di pensarlo in chiave scultorea, come nel caso della serie Natura morta, una composizione di quattro sculture, ciascuna ispirata a un richiamo per uccelli. I fischietti, da oggetti tascabili, sono stati ingigantiti fino a divenire delle pesanti sculture in legno, per lavori di questo tipo mi affido ad artigiani. In altri casi recupero materiali e li assemblo e li compongo come in Settembre, un’opera composta da rami recuperati in campagna sui quali sono disposti, tramite delle staffe, dei monitor che presentano delle rielaborazioni grafiche di vecchi dipinti di caccia. Se dovessi dire un materiale al quale sono particolarmente lega- to ti direi dunque i rami e in generale il legno».

Edoardo Manzoni

Scena 1, 2020, State Of, Milano, photo Francesco Spallacci

E invece con le nuove tecniche come ti rapporti?
«Cerco comunque di sperimentare molto con l’utilizzo di materiali alternativi, penso alle mie stampe UV su polistirene o alle sculture realizzate con la stampante 3D, tutto dipende sempre dal pensiero che sta dietro al lavoro e dal materiale che questo lavoro necessita. Nonostante la mia pratica sia basata principalmente sul materiale fisico, il digitale è un’altra parte importante nel mio lavoro soprattutto nell’ambito della progettazione. L’interesse per il mondo degli oggetti mi porta a considerare come i progressi tecnologici possano essere integrati nei lavori artistici. Oggi l’oggetto tecnologico è costantemente presente nelle nostre vite in un processo di addomesticamento reciproco, non possiamo non considerare la sua influenza anche nel mondo dell’arte, è un argomento sul quale riflettere».

Stai seguendo nuove direzioni per i tuoi progetti futuri?
«Al momento sto proseguendo con la mia ricerca teorica sul rapporto tra seduzione e violenza, arma e ornamento. Partendo dalla relazione che l’umano e l’animale hanno intrattenuto attraverso la pratica della caccia; per arrivare ai processi di seduzione, inganno e nascondimento che questa presuppone. Attraverso un viaggio dai tempi profondi fino al contemporaneo, l’obiettivo è riflettere sull’animalità che accompagna l’umano e l’idea, reversibile, di preda e predatore sulla quale si sono edificate le strutture relazionali e conoscitive e il nostro rapporto con lo spazio».