Un Raggio Verde fende l’ombra del contemporaneo attraverso le opere della prima personale di Marco Emmanuele da Operativa

Roma

Nella nuova esposizione realizzata dalla Galleria Operativa non c’e dubbio che la luce possa essere considerata la protagonista assoluta. Una vera invasione dello spazio è quella che è possibile osservare con la realizzazione della mostra personale dell’artista catanese di nascita, romano d’adozione, Marco Emmanuele in Via del Consolato, 10, visibile fino al 15 febbraio 2022

Le nuove produzioni presentate nell’esposizione Raggio Verde segnano il continuum dell’esperienza iniziata qualche tempo addietro con lo studio della pittura a impasto vitreo, tecnica recuperata da lontano, a cui anche maestri del passato come Tintoretto hanno prestato la loro attenzione. Una materia, quella del vetro, che si ridefinisce nella sua nuova forma ma che trascina con sé il bagaglio emozionale del ricordo: l’artista riconosce infatti nelle sfumature dei frammenti vitrei, raccolti direttamente sulle spiagge, la logorante testimonianza del tempo e delle mutazioni che questo impone sulla loro superficie azzurra, smeraldina o multicolore. Venendo sbriciolati e mescolati alla colla di coniglio, tali frammenti si manifestano nella loro infinita potenzialità, dando corpo alle visioni dell’artista che non lascia nulla di certo nello sguardo dello spettatore. Un’indefinita e criptica serie di composizioni sfida a perdersi nella ruvida grana dei lavori esposti, dove immaginari altalenanti danno l’impressione di essere immersi in scenari tanto plausibili quanto fiabescamente onirici.

Marco Emmanuele, Raggio Verde Courtesy Galleria Operativa. Photo Roberto Apa

Ci si sente in imbarazzo a definire seriali i lavori esposti alla Galleria Operativa, Marco Emmanuele riesce infatti a dare unicità a ogni singolo pezzo in mostra e tale interesse per l’irripetibilità ci ricorda inevitabilmente ciò che è stato il risultato della serie Drawing Machines (di cui abbiamo raccontato l’esperienza nel numero 121 dell’edizione cartacea della nostra rivista). 

La mancanza di risoluzione oggettiva di quelle che sono le forme che fuoriescono dalle tavole ci porta poi a virare su riflessioni ancor più nebulose: la luce che si propaga nello spazio e si scontra con i lavori di Marco Emmanuele evidenzia il loro carattere tridimensionale e, in particolar modo, la loro natura cangiante, mai fossilizzata in un’immanente staticità. L’artista riesce a trattenere nel suo obiettivo l’irrappresentabile e non tenta di tracciarne i contorni in maniera definita. Viene chiesto di concentrare il proprio sguardo su ciò che viene alterato da un rumore di fondo, un disturbo essenziale, che costringe l’occhio a uno sforzo di riorganizzazione. 

In quell’attimo in cui ombra e luce si scontrano prende forma un abbaglio che sconcerta e rapisce per dare, solo per un istante, l’impressione di cogliere ciò che più fatichiamo a decifrare: il senso del tempo, e più in particolare di ciò che è composto il nostro contemporaneo. Viene spontaneo quindi chiamare in causa il noto testo di Giorgio Agamben, Che cos’è il contemporaneo ?, in cui si rintraccia l’essenziale definizione in cui riconosciamo l’azione di Marco Emmanuele: «Contemporaneo è colui che tiene fisso lo sguardo nel suo tempo, per percepirne non le luci, ma il buio. Tutti i tempi sono, per chi ne esperisce la contemporaneità, oscuri. Contemporaneo è, appunto, colui che sa vedere questa oscurità, che è in grado di scrivere intingendo la penna nella tenebra del presente.»

Info: https://www.operativa-arte.com/marco-emmanuele-un-raggio-verde/