Painting a Hearth, una conversazione tra Nic Pellegrino e Raffaella Frascarelli

Al tempo della pandemia, lo spazio intimo e domestico di un appartamento di Maastricht accoglie l’8 marzo 2021 un evento sinestetico tra pittura e suono. Giulio Talarico invita l’artista Niccolò Pellegrino (Nic) e il sound-engineer Pierre Carabin a una performance live che fonda arte e musica nel suo INSIDEARTMUSIC Project.

All’origine di questa performance, il rapporto fisico di Nic con la pittura si traduce nell’uso del colore rosso, a volte mescolato con i propri fluidi corporei, portando con sé stratificazioni che spaziano dal Primitivismo all’iconografia sacra del Cristianesimo. Se il mondo classico è una miniera per scavare, – rintracciando pittori ossessionati dall’icona, cogliendo metafore e codici che le immagini antiche conservano per chi voglia comprendere la funzione degli ex voto – la dimensione primitiva diventa il cosmo per orientarsi dentro il presente, lasciando evidenze fisiche, dipingendo con le mani, aderendo quanto più possibile al reale, lasciando che le emozioni della pittura restino intrappolate nell’opera.

L’arte di generare spazio sociale (Frascarelli 2020) che nasce in un contesto intimo e domestico per riflettere sull’esistenza di una possibilità che nonostante sia celata nel nostro corpo, ci rimanda alla nostra appartenenza a una comunità, ci rende uguali al mondo che ci circonda. Nic decide di dipingere un cuore – lo stesso del titolo partenopeo della performance, O’ Core – usando le proprie mani e una serie di colori a olio puri, densi, privi di trementina o qualsiasi altro agente favorisca l’asciugatura della pittura. Il corpo e gli olii come fossero suono, musica che sale dalle pulsazioni del proprio sforzo fisico: accanto alla tela appiccicata al muro con nastro adesivo, affianca il disegno anatomico di un cuore, quasi una bussola per iniziare il proprio viaggio dentro il corpo umano. Pierre lo accompagna iniziando a mescolare melodie sintetiche, sample e collage di memorie registrate in luoghi diversi, timbri trans, dark, underground, trasformando l’elettronica in pittura.

É proprio il tempo interminabile e chiuso del confinamento pandemico, ogni giorno uguale a sé stesso, quello che lascia nell’artista il desiderio urgente di dipingere un cuore a mani nude e piedi scalzi. Tale gesto archetipico e contemporaneo trasforma l’appartamento in un luogo ancestrale immerso dentro una modernità critica perché estetica, quella che Theodor Adorno nel suo Aesthetic Theory (1984) colloca proprio dentro quei flussi e materiali estetici in grado di contribuire all’azione estetico-riflessiva. Pittura e musica per il rafforzamento di una posizione critica della sfera pubblica, l’arte agita quale espressione di una sfera culturale volta alla riflessività estetica.

Alla stesura del primo olio rosso, l’organo biometrico si traduce in uno strumento emotivo. Pierre lancia una serie di suoni-battito, tamtam cardiaci: Okay, here we go, sounds great, lo EGC che espande il segnale vitale evoca per un istante The Fall dei

Ministry. I suoni penetrano il peso e la forza dei battiti del cuore: dal perimetro del pericardio iniziano a spuntare la vena cava superiore, l’arteria polmonare, la vena cava inferiore, quasi fossero alberi radicati nell’umano. Nic aggiunge a mani nude fiumi liquidi di olio che si rapprendono sulla pittura come argilla morbida. Pierre aumenta il ritmo.

Il contesto domestico, gli utensili, il piano cottura, le luci della cucina subiscono una de- colonizzazione dell’immaginario pubblico patriarcale: i due artisti profanano e si appropriano dello spazio domestico associato alla donna e alla maternità, lo destabilizzano in chiave di libertà di genere e ruolo proprio a partire dal corpo.

Da almeno tre anni, il rosso è il colore prevalente della ricerca dell’artista, lo sfondo per creare spazio carnale. La scelta del rosso dipinto con le mani rimanda alla realtà come spazio distante dall’astrazione artificiale delle nostre idee. Osserva Michel Foucault in Utopie Eterotopie (2006) “Il mio corpo è il contrario di un’utopia, è ciò che non sarà mai sotto un altro cielo, è il luogo assoluto, il piccolo frammento di spazio col quale letteralmente “faccio corpo”. Il mio corpo, spietata topia”. E questo ci porta alle riflessioni di Malraux e Bataille sulla pittura di Manet che, secondo il primo, aveva dimostrato come la pittura (e l’arte!) avesse la capacità agnostica di creare un mondo autonomo e diverso da quello dell’astrazione del pensiero, mentre per il secondo si era liberata della retorica del realismo come nel caso dell’Olympia. Dopo diversi anni di approfondimenti il 20 maggio 1971, Michel Foucault tiene a Tunisi una conferenza dal titolo La peinture de Manet (2004): la natura bidimensionale della pittura rinasce non come copia del reale, ma come nuova realtà diversa dal reale.

Per Niccolò Pellegrino – chiuso nella propria stanza senza poter uscire, incontrare, stare insieme, scambiare – la musica ascoltata per mesi diventa l’immagine impressa nella capacità del cuore di percepire il suono, rielaborarlo, ricordarlo, seguirlo. Come riflettere sulle potenzialità di un piccolo ammasso di fibre che può adattarsi alla musica come fosse una lingua da comprendere? Quali effetti nascono dall’interazione fisica, intellettuale, simbolica di una condizione sensoriale che proiettiamo dentro le nostre vite per individuare la rotta dei nostri rapporti sociali? La risposta dell’artista è nella pittura quale possibilità pensante che consente la creazione e il riconoscimento di molteplici realtà, ma è anche nelle coordinate del corpo come luogo, di internet come spazio, della musica come immagine.

Niccolò Pellegrino cambia colore, passa a un rosso rubino intenso per scendere dentro l’atrio sinistro e destro, risalire tra i ventricoli. Pierre mixa e danza, sempre più loud, sempre più sharp: Dark Side of the Spoon di Ground Loop, Vostrax di Cleric & Kmyle, Our Deepest Fear di Ross Goldie. Nic accende una sigaretta con le mani imbrattate di colore. Il rosso ormai gli arriva fino ai gomiti, la sigaretta sporca di pittura lascia nella sua bocca un sapore caldo- dolce e pungente.

Pierre lascia transitare veloce Twice the First Time di Saul Williams “Get me the fuck off this track”. Nic passa a un nuovo rosso, stavolta brillante e solare che fa tuonare come tamburi le parole del poeta e rapper americano

I am before before
before death is eternity after death is eternity there is no death there’s only eternity
and I be riding on the wings of eternity like

Get me the fuck off this track
as if the heartbeat wasn’t enough
they got us using drum machines now
the hums of the machines
trying to make our drums humdrums
trying to ???? our magic
instruments be political prisoners up inside computers
as if the heart were not enough
as if the heart were not enough
and as heart beats bring percussions
fallen trees bring repercussions
city’s play upon our souls like broken drums
redrum the essence of creation from city slums
but city slums mute our drums and our drums become humdrums ‘cause city slums have never been where our drums are from
just the place where our daughters and sons become
offbeat heartbeats
slaves to city streets
and hearts get broken and heartbeats stop
broken heartbeats become breakbeats for niggas to rhyme on top, but I won’t rhyme on top no tracks
niggas on a chain gang used to do that (Huh) way back

Con il rosso luminoso, il cuore inizia a sollevarsi come un’isola in mezzo all’oceano dopo un terremoto che scuote montagne sotterranee e le riporta in superficie. Mentre s’idrata con la birra, Pierre inizia a sprofondare dentro la musica fusa, a volte si morde le labbra come a gustare il suono che esce dai suoi sintetizzatori. Nic scolpisce i coaguli di olio che rastrella e sbava rossi che si mescolano.

O core, traduzione napoletana de Il cuore, si spinge fuori dallo spazio pittorico, schizza come una fontana romana che invade la tela. Pierre passa a Loki68 di DerSanders. La lingua napoletana è una poesia semplice e sincera che nelle parole dell’artista “serve ai napoletani per affrontare la vita con leggerezza, eppure con grande serietà”. Qual è l’etimologia del termine italiano cuore e del napoletano core? Il latino cor, cordis traduce non soltanto cuore, ma “animo, intelligenza, senno, mente”. Il cuore un organo intelligente per affrontare le crisi, superare i regimi, attendere con coraggio che le cose si trasformino.

Pierre insinua Moments in the Club di The Sound of Silence: ta, ta, ta, ta, ta, ta, ta, sulla sua faccia la voglia di iniziare a danzare, i movimenti nervosi del corpo. Ormai la pittura è migrata anche sul viso di Nic, sulle guance, sulla bocca. Qualcuno entra nella stanza per scattare una foto. Poi scompare. Il ritmo si fa più metallico con Sunglasses di Disco’s Hit: Pierre lascia per un po’ la console, si volta a guardare il cuore di Nic e inizia a ballare. Come un chirurgo che opera a torace aperto, Niccolò Pellegrino ormai è completamente entrato dentro il suo cuore: continua con le dita a spalmare e togliere, aggiustare, restringere fluidi.

Quanti milioni di anni abbiamo impiegato per avere un cuore come quello che ritma e gestisce ogni movimento, pensiero, sogno del nostro corpo? Quanti Neanderthal, Habilis, Erectus, Sinensis, Sapiens si sono incontrati e poi desiderati, diversi tra i diversi, per lasciarci in eredità questo cuore così funzionale alla vita e all’amore che brame di potere, militarismo, razzismo e suprematismo bianchi, dittature dualiste, avarizie neoliberiste cercano di distruggere o ridurre in pietra?

La musica suona come una bolla dentro un eco.
Okay, here we go, sounds great.
Il cuore è terminato.
Mentre Nic firma il dipinto, si nota come anche i palmi dei suoi piedi si sono impregnati di pittura rossa. La pittura suona, la musica dipinge. Nic e Pierre chiudono con un prosit, il gusto di malto sigilla la performance che ancora lievita nell’aria, dentro le mura, dentro l’edificio, dentro la città.

Può la riflessività estetica di una performance nata nella cucina di una casa a Maastricht in un giorno di pandemia restituire un frammento dell’esperienza dolorosa subita dal corpo collettivo, dal corpo sociale? In Beyond the Pleasure Principle (1961), Sigmund Freud pre- conosce l’incontro di logos e bios per scavare nella coscienza e nell’inconscio del corpo. La performance di Nic sembra restituire questa ricerca che passa dal proprio corpo per esprimere a mani nude e piedi scalzi il desiderio di creare un organo della memoria, un cuore dipinto con masse di olii rossi che parli per un istante del tempo della sofferenza di una comunità globale confusa dagli effetti nefasti delle proprie scelte, supina al profitto, intrappolata nella gabbia del consumo.

Come soggetto mobile e aperto, l’artista sceglie uno spazio domestico sospeso da qualche parte, un luogo indecifrabile che appartiene a molti luoghi, si sottrae alle paure che la pandemia evoca, parte da Roma scegliendo di muoversi liberamente nello spazio e nel tempo, preferisce seminare un segno di libertà: l’immagine finale quasi ricorda un graffito delle culture nomadiche (Frascarelli 2020a).

Azione pittorica e musicale, O’ core funge da antidoto al neoliberismo che distrugge il desiderio, un ex voto per neutralizzare l’indifferenza neoliberista. Colore e suono per abitare il corpo come esperienze del sé, la sensorialità di Merleau-Ponty nel suo Phénoménologie de la perception(1945) per trovare una possibile via verso la comprensione della nostra appartenenza al mondo. Il cuore la misura su scala che ci rende uguali e interconnessi, dove ciò che accade agli altri influenza mutualmente e causalmente anche la nostra vita: l’immagine, lo spazio e il luogo di un biopensiero critico e autocritico per apprendere la dimensione interrelazionale del nostro paesaggio interiore.

References

Adorno, T.W. (1984) Aesthetic Theory. London: Routledge & Kegan Paul.
Foucault, M. (2004) La peinture de Manet. Paris: Edition du seuil.
Foucault, M. (2006) Utopie Eterotopie (ed. A. Moscati). Napoli: Cronopio.
Frascarelli, R. (2020) L’arte di generare spazio sociale. Riflessioni sistemiche 22, 87-101. Frascarelli, R. (2020a) At the Fringe of Human Freedom. The Concept of Space and Time Within Urban Settlements and Among Nomads in Antiquity. In Macrì, E., Morea, V., Trimarchi, M. (Eds.), Cultural Commons and Urban Dynamics. A Multidisciplinary Perspective, Berlin, Heidelberg: Springer, 281-296.

Freud, S. (1961) Beyond the Pleasure Principle. London: Hogarth Press. Merleau-Ponty, M. (1945) Phénoménologie de la perception. Paris: Gallimard 1945.

A conversation between Nic and Raffaella Frascarelli

RF: Niccolò Pellegrino come nasce il desiderio di dipingere un cuore accompagnato dalla musica?

NP: C’è una sensazione che mi accompagna, che è legata al desiderio di creare un accumulo di esperienze, belle e brutte. Il dipinto è l’occasione per raccogliere tutte queste tracce. A volte quando dipingo mi chiedo quanto chi guarderà la mia pittura potrà trovare anche pochi segni che ricordino quelle tracce.

RF: Perché anche la musica?

NP: Forse una riflessione sul fatto che il cuore essendo un organo, una cosa piccola che crea e condiziona tantissimo, ci cambia. E poi cambia esso stesso quando ascoltiamo musica, alterando i battiti, quindi anche la nostra percezione. Mi interessa la capacità del cuore di essere flessibile, la sua abilità nell’appropriarsi di qualcosa che è esterno e allo stesso tempo essere manipolato da ciò che lo circonda.

RF: Oltre all’aspetto sensoriale e fisico, quando hai pensato di dipingere il cuore hai anche riflettuto sulla dimensione simbolica?

NP: No, ma alla fine, quando ho visto il cuore finito sulla tela, allora ho visto qualcosa che ci rende uguali, un’opportunità su qualcosa che non vediamo, ma sentiamo, qualcosa che è nascosto dentro noi, ma ha un grande potere su noi. Prima di iniziare, ho fatto una ricerca e coinvolto anche un amico che studia medicina, ho consultato libri di anatomia, ma poi ho capito che è impossibile o quasi vedere un cuore vivo, che pulsa. È un elemento affascinante e allo stesso tempo avevo individuato un soggetto che fosse davvero rosso, dopo anni trascorsi a dipingere pitture sanguinose.

RF: Da quanto tempo utilizzi il rosso come il tuo colore preferito?

NP: Almeno da quattro anni. L’ho sempre utilizzato come sfondo per creare uno spazio caldo, ma anche carnale. Ricordo avevo fatto un ritratto di due prigionieri che giocano a dadi in una cella: si vedevano soltanto le loro teste su uno sfondo rosso e luminoso, color candela, ispirato da Caravaggio. Anche lo scorso anno ho fatto un dipinto che aveva un nucleo rosso. Il rosso mi permette di essere espressivo, è un colore non artificiale, a volte con altri colori mi sento fuori luogo. Mi ricorda il nostro corpo, è un colore che appartiene fortemente al nostro corpo, accomuna me e l’immagine, non è surreale, ma reale, ha la forza di creare una familiarità tra osservatore e opera.

RF: Hai utilizzato la tela…

NP: No ho scelto di usare il retro della tela, mi piaceva di più il suo colore giallognolo e naturale.

RF: Avevi già dipinto con mani?

NP: Si lo faccio spesso anche quando disegno. Utilizzo mani, sputo, sangue. Lo scorso anno ho deciso di tagliarmi in modo lieve proprio per raccogliere un po’ del mio sangue per disegnare. Ho realizzato la piccola silhouette di un corpo, sembrava un corpo che cadeva. Comunque, da quando sono arrivato all’università, ho abbandonato il pennello, mi sembrava uno strumento forzato, mentre io volevo avere un controllo fisico maggiore della mia pittura. Non ho usato soltanto le mani, ma anche pezzi di carta, chiavi, coltelli, ho anche costruito arnesi per dipingere. A volte uso il pennello, ma poi mi stufo e improvviso con le mani.

RF: Qual è il tuo rapporto con l’iconografia sacra, con le immagini del canone artistico cristiano? Questo anche in riferimento all’azione rituale della tua pittura, a questo mescolare il tuo corpo e la materia.

NP: Credo che il portato culturale dell’essere italiano e di aver amato da sempre l’arte, a questo non si sfugge. Sono cresciuto in una famiglia cattolica, ma non sono praticante. Però l’antico ha sempre esercitato su di me un’attrazione profonda, il fatto che centinaia di artisti abbiano guardato ad esempio al volto o all’immagine di Cristo o al crocifisso quasi fossero una tecnica. Queste immagini sono metafore della storia, ciascuno può attingere a questo, almeno io le ho guardate per imparare, non le venerate e neppure ho guardato a Cristo come a un eroe.

Anche il sentimento di una sofferenza che gratifica perché rende uguali, aiuta ad accettare la vita. La sofferenza è la chiave per comprendere la felicità, la sua accettazione rende l’esperienza autentica: è difficile da spiegare, ma il processo creativo è genuino quando non si nasconde la sofferenza, ma se ne tiene conto.

RF: Quando parli di sofferenza, ne parli in termini astratti o fai anche riferimento ad episodi personali della tua vita?

NP: Non in termini astratti, no. Ognuno di noi ha sofferto o soffre, ma questa condizione ci permette di comprendere molto di noi stessi e degli altri, di essere sensibili, di accogliere.

RF: Il riferimento della mia domanda è ai molteplici simbolismi sul cuore, anche in culture diverse, ma tornando alla performance perché hai scelto O’ core, un titolo in dialetto napoletano?

NP: Napoli è parte della mia famiglia, mio padre è napoletano, ma oltre questo il dialetto napoletano è una lingua che mi è sempre piaciuta. Mi piace l’aspetto poetico, quasi infantile, ma anche filosofico, sarcastico, è un bel linguaggio. Avevo trovato un libro di poesie napoletane, supersporche e quindi oneste, una mentalità sincera che quasi si contraddice a volte. I napoletani sembrano prendere la vita alla leggera, ma in realtà sono profondi e molto concreti: mi ritrovo in questo guardare alla vita come una cosa frivola, ma allo stesso tempo importante, seria.

Forse proprio nel titolo della performance sono stato più simbolico, anche se il titolo è una scusa per aggiungere altro, un incipit che chiunque può completare come preferisce, non so O’ corre che sogna. Il dipinto invece è senza titolo.

RF: Dipingere con le mani…Hai menzionato il fatto che per te il Primitivismo è una condizione basilare, fondante dell’esperienza umana, anche istintiva.

NP: Rispetto al Primitivismo e all’uso delle mani, quello che mi interessa esprimere è il fatto che la mia pittura non è speculativa, ma un’azione che lascia un marchio fisico, la mia impronta corporea. Questo mi aiuta a entrare nella tela, le mani sono il mezzo migliore per entrarvi dentro. Prendiamo ad esempio il caso dei segni lasciati sulle mura delle prigioni dai prigionieri, raschiando e scorticando le mura: ecco io comprendo questo bisogno perché è simile a quello che provo quando dipingo. Non mi interessa il risultato, ma il processo pittorico come azione fisica. Vogli lasciare le mie emozioni li, incastrate e in grado di restare nel tempo. Penso alla sensibilità della meravigliosa anima di Antonin Artaud che era data proprio dalle mani. Le tracce lasciate dalle mani o da un pennello sono completamente diverse. Utilizzare le mani avvicinano artista e opera, molto di più.

RF: Rispetto a questa fisicità che tu impieghi, usare il colore puro con le mani cosa implica? Come gestire l’uso del colore senza restarne intossicati quando si utilizza il proprio corpo (in questo caso le mani) come pennello?

NP: Sto riflettendo molto sui rischi di questa pratica. In questa performance ho utilizzato olii già pronti, tra i principali colori il rosso, diverse tonalità di marrone, burnt sienna, burnt amber, raw umber, ultramarine blue, cadmium blue, cadmium, red, alizarin crimson,

perylene red. Non ho usato nero né bianco. Sicuramente, sto lavorando per creare colori miei che vorrei estrarre da pigmenti naturali e atossici.

RF: Questo dipinto sembra anche una scultura, anzi pittura scolpita. Tu hai mai scolpito?

NP: No, non ho mai scolpito, eppure la scultura resta il mio punto di riferimento fondamentale, il mio linguaggio artistico preferito. Penso alle sculture di Giacometti, al loro essere grezze, distanti dal canone, primitive, ancestrali. La scultura mi ha sempre affascinato perché è più umile della pittura, la scultura è meno attraente di un dipinto. La pittura gioca sull’inganno, mentre la scultura è più silenziosa e ha più note di umori diversi. Ritratti, busti, corpi: penso ad Auguste Rodin e alla sua allieva Camilla Claudel che è la mia preferita. Quando mi trovo dinanzi a una scultura mi sento emotivamente più connesso che dinanzi a un dipinto. Percepisco la scultura come un’espressione più libera e meno sacralizzabile.

RF: Dov’è ora il dipinto?

NP: È ancora a Bruxelles, in attesa che il colore si asciughi. Credo impiegherà mesi a farlo visto che non vi erano additivi.
Sto ancora riflettendo sulla possibilità di lasciarlo così, libero da una cornice, oppure circoscriverlo con una cornice in legno. Ma capirò quando lo avrò di nuovo davanti. Il corpo non mente mai.

RF: Dove stai andando insieme alla tua pittura, dove ti ha portato questa esperienza performativa?

NP: Maastricht è stata una scoperta del sé. Ho capito che per me la pittura non può essere un’esperienza controllata, sottoposta a un approccio sistematico. Si erano create condizioni ideali, ma forse una settimana prima non sarebbe stata la stessa cosa: la pittura si sviluppa con uno stato emotivo. Certamente anche il rapporto con Pierre è stato di sintonia e scambio, segno e suono insieme, senza usare parole, ma solo emozioni.

Ma sono almeno due anni che riflettevo sulla pittura come performance, quasi un atto teatrale esibizionista, ma sempre alimentata dalla musica. Vi sono altri due dipinti che ho fatto e sono stati fortemente ispirati e alimentati dalla musica che è la mia ossessione anche se non ho mai voluto farne parte. Sono geloso della musica perché vorrei che le arti visive avessero lo stesso rapporto diretto con il pubblico, ricreando emozioni, legami e memorie profonde. E quindi uso la musica per dare alla pittura proprio questa intensità, quell’emozione che il suono imprime dentro noi con una semplice traccia invisibile.

RF: Dove immagini potrebbe essere ospitata questa tua pittura-scultura? In uno spazio pubblico o privato?

NP: Se pensassi ai grandi musei canonici, non vorrei la mia opera fosse li. Preferirei uno spazio vivo, ma più intimo, quasi fosse una casa, magari un giorno farò una mostra di due

o tre dipinti installati in un pub o in un luogo frequentato abitualmente dalle persone, dove si mangia, un luogo informale.

RF: Replicheresti altrove la performance di Maastricht?

NP: Non replicherei la pittura di un cuore, ma invece replicherei l’atto di dipingere accompagnato dalla musica, di nuovo un’esperienza a due voci che unisca suono, colore, segno.

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