Colori che esplodono: incontro con Pablo Cammello e Valo, due generazioni di fumettisti a confronto

Due graphic novel dai colori esplosivi e dalle storie irriverenti, entrambi pop nell’accezione più spinta, realizzati rispettivamente da un fumettista e illustratore già “maturo”, Pablo Cammello, e da una più che promettente autrice, al suo esordio assoluto, Valo (all’anagrafe Valentina Patete). Si tratta dei volumi a fumetti Stalattite (Coconino press, 200 pagine a colori, 20 euro) e Cronache di Amebò (Eris edizioni, 184 pagine a colori, 16 euro), ed abbiamo fatto una chiacchierata coi rispettivi autori per conoscere meglio sia loro sia le opere appena pubblicate. Partendo, per “anzianità artistica”, da Stalattite, una storia di fantascienza visionaria e classica al contempo; un’indagine tanto sulla società quanto sulla famiglia, alcova di amore e di tradimenti. 

Un racconto nel quale Cammello (nato a Lecco nel 1989) descrive un mondo sottosopra: il suolo è in alto, il cielo è in basso, la gravità attrae verso le profondità dello spazio. La gente si sposta con funivie e lungo i ponti, e ciascuno ha dimenticato il tempo in cui il suolo era abitato: un ricordo che si dissolve nella leggenda. In questo futuro, all’interno di una metropoli sospesa sull’abisso e minacciata dagli attacchi di enormi ragni, Natan lavora, senza alcuna voglia, come netturbino (“non vedo l’ora che mi scada il contratto da ‘sto schifo”). Sempre irrequieto, vive rapporti conflittuali con la madre e col fratello gemello Otto, famoso giornalista tv di un canale all-news (“siamo fatti della stessa pasta. Destinati a cose importanti”). Fin quando un caso fortuito non gli farà conoscere il suolo sovrastante, popolato da creature oscure e angeli decaduti: un viaggio intenso che lo porterà a incontrare i misteriosi capovolti e il loro messia. 

Soprattutto, a comprendere un’altra verità che cambierà definitivamente la sua esistenza. Spiega Cammello: «Credo che l’idea di Stalattite mi sia arrivata dopo aver visto il video Coolverine dei Mogwai, con dei visual di una città risucchiata verso il cielo. Mi piaceva l’idea di rendere l’umanità, paradossalmente, abituata ad abitare spazi pensati per essere vissuti nel senso opposto al loro. E l’intera fase progettuale della città mi ha fatto iniziare a guardare gli spazi urbani in modo completamente diverso da come ero abituato». Un congegno narrativo fuori dal comune ma, allo stesso tempo, lucido quello che contraddistingue questo volume. Ma quanto c’è di “reale” nel racconto? «Beh, viviamo nell’era della comunicazione in cui c’è un’altissima incapacità di comunicare. I social portano molto spesso a dividere in fazioni e polarizzare l’opinione», spiega l’autore. Che aggiunge: «Il tema centrale di Stalattite è proprio l’incomunicabilità, l’assenza di un punto di contatto tra le fazioni che possa portare il mondo a un’evoluzione positiva. In questo senso ho cercato di usare l’ambientazione surreale come metafora di una società nella quale siamo tutti intrappolati in ragnatele, tele o reti dove si ripropone ancora la millenaria legge della giungla».

E del protagonista di Stalattite, Natan, Cammello dice: «Mi sono sempre piaciuti i falliti, reietti e incendiari, sicuramente perché io mi sono sentito spesso così. Lui è un disadattato nella società in cui vive e capisce che l’unico compromesso per ottenere quello che vuole è lasciare che la sua natura si corrompa in qualcosa di bestiale. Meglio regnare all’inferno che fare il netturbino in paradiso». Quindi l’autore ammette: «Anche io ho trovato la mia personalità artistica quando ho smesso di perseguire il bel disegno realistico (se mai abbia provato); la mia ricerca di stile mi ha portato verso deformazioni e spigoli di ogni sorta». 

E mentre Stalattite rappresenta il primo volume a colori realizzato da Cammello («non è stato semplice, inoltre e avevo scelto una trama che mi portasse a disegnare ragni giganti, moltissime architetture con prospettive, punti di fuga È stato un esercizio zen, alla fine del 2020 ero riuscito ad assestarmi sul ritmo stabile di una tavola al giorno, compresa di chine e colori»), Cronache di Amebò costituisce il primo graphic novel di Valo, fumettista e illustratrice, tra le più originali autrici della nuova generazione del fumetto indipendente di casa nostra. Che ha proprio Cammello tra i suoi autori preferiti. «Mi piace molto sentirmi vicina ad artisti come lui ma anche a Nova, Spugna, Martoz, Jesse Jacobs, Adam Tempesta, Davide Bart Salvemini e altri che ora non mi vengono in mente. Ciascuno di loro ha uno stile personale che trovo originale, sempre alla ricerca di cambiamento ed evoluzione». Ed ecco che Valo, con il suo peculiare humour e la poetica surreale ch la caratterizza, trascina il lettore in questa sua prima, divertentissima opera, nella quale la creatività a briglie sciolte si mescola all’immaginario pop. E Cronache di Amebò – al pari di Stalattite – ha rimandi non troppo distanti dalle serie animate di ultima generazione, “Rick and Morty” su tutte. «Giuro che non sei il primo a nominarla – interviene Valo – però, mi dispiace, credo di aver visto solo tre puntate. Ma la finirò perché mi stava piacendo parecchio». 

Regna la fantasia più sfrenata/sfrontata in “Cronache”, dove il dottor Trap è al lavoro nel laboratorio della “C.I.A.” (Cose Incredibilmente a Cazzo) ma si annoia tremendamente. Quale passatempo migliore, dunque, se non quello di creare un nuovo scatenato (e sgangherato) pianeta? Questa è la genesi dello sbilenco Amebò nonché dei suoi sconclusionati abitanti: gattoni giganti, alieni ubriachi, super eroine che mutano grazie a strane sostanze, esseri dalle sembianze improbabili che si divertono a fare festa e sesso, a godersi una zuppa, ad andare alla ricerca di tesori. Tutti insieme, però, dovranno proteggere l’habitat da chi vorrebbe rubare il segreto del dottor Trap e disintegrare questo mondo fantastico. «Cronache di Amebò nasce da un Inktober del 2017. Non so se hai presente cosa sia: per tutto il mese di ottobre, bisogna postare sul profilo social di questo evento – ogni giorno – un disegno che rappresenti una parola a caso che ti viene data da coloro che lo hanno creato. Al che, ho pensato: e se invece di un’illustrazione creassi una tavola per ogni parola e la collegassi alla tavola del giorno dopo, e a quella dopo, e così via?», spiega Valo, nata nel 1990 a Isernia. La storia (vera) che racconta, si fa interessante. «La cosa è durata 7/8 giorni, ma il risultato non era affatto male, lo vedevo dinamico, fresco, e il racconto prendeva forma giorno per giorno, mutevole in un modo in cui neanche io potevo sapere cosa sarebbe successo. Così ho continuato da sola, collegando parole random e dando retta al primo input che formulava il mio cervello. Alla ricetta ho aggiunto tanto colore, un pizzico di mia gioventù bruciacchiata, demenzialità e ironia». E la mole di lavoro che hai impiegato? «Circa tre anni – replica Valo – il primo è stato più un anno di attese e conferme di storyboard per poter iniziare le tavole. Il secondo ho disegnato chinato e colorato tutte le tavole, il terzo ho concluso le ultime cose da fare, che comunque erano tante: sovracopertina, copertina rigida, volta di copertina, testi, vignette e così via; ovviamente la revisione del tutto, insieme ad Eris». Un immaginario spassoso e demenziale quello tratteggiato, ma ispirato a quale fumetto, libro, canzone e/o film, in particolare? «Le mie fonti di ispirazione sono tantissime e per la maggior parte non le so. Non perché io sia pazza, ma le assorbo, assemblo e faccio mie ancor prima di decodificarle», chiosa l’autrice.

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