L’inferno nelle bottiglie, il manga morboso di Suehiro Maruo

Roma

Un fratello e una sorella che naufragano su un’isola deserta, un magnifico eden terrestre sul quale però incombe l’ombra del peccato (“in quest’isola così appartata, nella pace condivisa da noi due soli, come si poteva immaginare che si sarebbe insinuato un diavolo terribile?”). Ma in questo manga trovano spazio anche i tormenti e le visioni di un monaco che non riesce a trattenere le proprie pulsioni (“smettila di guardarmi in quel modo, vecchio pervertito. Cos’hai da guardare?”) nonché la figura di un uomo posseduto da una sete di denaro senza alcun limite (“voglio i suoi soldi, voglio i suoi soldi”). Infine, una giovane che si prostituisce per sfuggire alla povertà nella Tokyo degli anni Trenta (“avevo clienti di tutti i tipi: quelli che pagavano tanto, quelli tirchi, quelli strani”).

Orrore, eros morboso, innocenza deflorata: c’è n’è per tutti i (dis)gusti nell’antologia L’inferno nelle bottiglie (Coconino Press e Fandango, 208 pagine, 20 euro) del maestro Suehiro Maruo. Come nel caso di Il parco dei cervi, fumetto tra eros e horror realizzato da Kazuo Kamimura e Norifumi Suzuki, anche in questo caso – e non poteva essere altrimenti, considerando le origini dei racconti – parliamo di manga (in cui la lettura inizia da quella che, per noi occidentali, è l’ultima pagina). Classe 1965, Suehiro Maruo – considerato un vero e proprio punto di riferimento nella letteratura erotico/grottesca e perturbante del Sol Levante – presenta (in una rinnovata veste grafica che sposa le quattro decadi di carriera dell’autore) un volume che spinge il lettore nell’abisso più oscuro. E certamente per chi ama profondamente (ma come non farlo?) Junji Itō, L’inferno nelle bottiglie è un’opera immancabile nella propria libreria.

Un po’ come andare in Giappone e non assaggiare il sakè. Ecco, anche qui i quattro racconti vanno assaporati, lentamente. La storia che dà il titolo al libro è l’ottima trasposizione per immagini di un racconto classico della letteratura nipponica, L’inferno nelle bottiglie di Yumeno Kyūsaku (1889-1936), pubblicato nel 1928 sulle pagine della rivista Ryōki. Seguono Le tentazioni di Sant’Antonio, che in alcuni passaggi emerge, dirompente, quale tributo tanto al surrealismo quanto all’arte visionaria di Hieronymus Bosch, Salvador Dalí, Max Ernst. E anche qui, per chi è digiuno, una penitenza alla Saw l’enigmista, visto che siamo in pieno tema horror. C’è poi il terzo racconto (Kogane-mochi) nel quale Maruo – ha realizzato oltre venti libri in cui il fantastico e l’horror si miscelano con l’osservazione meticolosa del reale – reinterpreta a fumetti un altro testo classico, questa volta proveniente dal teatro rakugo (monologo comico nel quale un narratore racconta una storia).

Infine Povera sorella, storia conclusiva, con le amare e dure vicende di una ragazza vittima della malvagità degli uomini. Ecco, con L’Inferno nelle bottiglie Maruo cala il poker d’assi, forte della sua personalissima poetica che si destreggia tra delicatezza e violenza. Quattro racconti (finora inediti in Italia) caratterizzati da un disegno davvero curato e minuzioso, e forte di una narrazione che ben calibra l’ironia e il grottesco. Composizione e stile spadroneggiano, c’è poco da commentare. Come afferma la scrittrice e fumettista Barbara Baraldi (Dylan Dog vi dice qualcosa?): «L’opera di Maruo è un perfetto esempio di quello che Edmund Burke definiva “The delightful horror”, l’orrore che affascina, che abbraccia e che cattura».

Info: www.coconinopress.it

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