Women in comics, perché non è vero che “il fumetto non è cosa per donne”

Roma

«È un’esposizione che giunge in un momento storico e culturale particolare, di forte consapevolezza delle tematiche femminili che sono nate negli States dal movimento “Me too” e che, come un’onda, sono seguite a livello mondiale. La mostra intende narrare la storia di autodeterminazione femminile all’interno di un’industria, come quella del fumetto che – in particolar modo nelle decadi scorse – ha avuto una forte connotazione maschile e maschilista». Parole di Stefano Piccoli, curatore in Italia della rassegna Women in comics, che da New York approda (ed è un esordio) nella Capitale.

Fino all’11 luglio Palazzo Merulana ospita la collettiva – la curatela è di Kim Munson e Trina Robbins – con protagoniste venticinque artiste che «hanno fatto la storia del fumetto nordamericano», muovendosi a proprio agio tra differenti tematiche: dall’emancipazione femminile ai movimenti di lotta femminista, dall’amore alla sessualità, dalla creatività alla discriminazione, dall’indipendenza alla rappresentazione del corpo della donna nel disegno e nel fumetto. Un’esposizione, Women in comics, che rende omaggio a tre generazioni di professioniste, fornendo un campione decisamente rappresentativo delle pluralità di voci e dell’ampia varietà di temi fruibili ai lettori. Fumettiste che hanno mutato non solo il modo di lavorare all’interno dell’industria nordamericana, ma anche la percezione del pubblico e della critica.

Tra loro la stessa Robbins, prima fumettista della storia a disegnare Wonder woman per una major come Dc Comics, vero e proprio simbolo militante del fumetto underground e dell’attivismo femminista – ma anche Raina Telgemeier, tra le più conosciute e affermate autrici di graphic novel per ragazzi nel mondo, capace di affrontare (con estremo tatto) le problematiche adolescenziali. Promossa dall’ambasciata degli Stati Uniti in Italia – che ha proposto di portare a Roma la mostra – e coprodotta da Arf festival (di cui Piccoli è direttore) e Comicon, Women in comics è un evento che ben calibra l’educazione e l’intrattenimento.

Sfidare il predominio maschile (anche) attraverso il fumetto? Perché no, se consideriamo che l’esposizione originale è stata allestita un’unica volta, nel 2020, alla galleria della Society of illustrators nella Grande Mela, l’associazione professionale fondata da Henry S. Fleming nel 1901 – attualmente diretta da Anelle Miller – che, oltre alle mostre, dal 1959 produce e pubblica Illustrators annual, tra i più rilevanti cataloghi di illustrazione a livello globale. Dal fumetto vintage degli anni Cinquanta al romanzo a fumetti più autoriale, Women in comics (composta da 90 opere nella stragrande maggioranza originali, in taluni casi digitali) attraversa in scioltezza la psichedelia degli anni Settanta e del fumetto underground, fino alla scena contemporanea dei colossi Marvel e (appunto) Dc Comics.

Parliamo di autrici che, ieri come oggi, esprimono attraverso l’arte la propria autodeterminazione, bypassando qualsivoglia prospettiva di genere. Ma anche di donne che ricoprono ruoli importanti nell’editoria di settore, spesso abili nel disegnare fumetti fin da giovanissime, che non sopportano (giustamente) di sentirsi dire: «Il fumetto non è roba per donne». Un po’ come nel film Pretty woman, quando la commessa di un atelier, rivolgendosi a Julia Roberts, dice: «Non credo che abbiamo niente per lei». Nessuno slogan facile qui, poiché parliamo di professioniste che sono vere e proprie maestre del loro mestiere. Nomi altisonanti come quelli di Afua Richardson e Alitha Martinez (entrambe autrici e attiviste), di Colleen Doran (che ha disegnato sui testi di sceneggiatori del calibro di Alan Moore e Neil Gaiman), di Emil Ferris, il cui graphic novel La mia cosa preferita sono i mostri (edito in Italia da Bao publishing) è stato premiato anche con il Fauve d’Or al Festival internazionale di Angoulême (Francia) come “miglior fumetto dell’anno” del 2018, e di Ann Telnaes premio Pulitzer come vignettista del Washington post.

E ancora, di Trinidad Escobar, poetessa e fumettista filippina che vive e lavora in California. «L’esposizione rappresenta l’ampia gamma e diversità delle donne che operano nei fumetti e dei tanti generi in cui stanno lavorando, siano esse memorie personali, storie per bambini, di supereroi, di genere epico/fantasy, oppure ancora nel graphic journalism e nella grafica editoriale», sottolinea Munson. Ma Women in comcis è (anche) incontri online e in presenza – protagoniste sono alcune tra le più rappresentative artiste di casa nostra del disegno e della scrittura; per maggiori dettagli: arfestival.it – senza dimenticare che visitando la mostra è possibile assistere alla proiezione, a ciclo continuo, di “She makes comis” (Respect films, 2014), film documentario di Marisa Stotter «sulla storia mai raccontata delle donne nell’industria dei fumetti». Da restarci incollati.

Info: www.palazzomerulana.it

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