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Cultura, Franceschini bis

Di nuovo Franceschini. Il nuovo ministro della Cultura è ancora il ferrarese del PD, che tutto sommato aveva lasciato un’ottima eredità al suo mediocre successore. Dario Franceschini è stato annunciato oggi dal nuovo Presidente del Consiglio Giuseppe Conte come il nuovo ministro ai Beni e alle attività culturali, con delega al turismo. Si insedierà al collegio romano, laddove aveva dato il via a importanti riforme. Innanzitutto la riforma stessa del Mibact, un refresh atteso da tempo e più che necessario per attualizzare il processo decisionale e amministrativo e che tra l’altro era stato accolto molto positivamente dal mondo del contemporaneo, noi compresi, proprio per l’istituzione di un dipartimento apposito.
Aveva anche introdotto in Italia l’Art bonus, il credito d’imposta per chi investiva nel restauro, valorizzazione e recupero di beni del nostro patrimonio artistico, un chiavistello di grande efficacia, che ha incentivato gli innumerevoli cantieri che molte grandi compagnie hanno aperto per dare nuova luce a grandi monumenti nelle città italiane (quelli romani sono quelli che hanno riscosso maggiore clamore mediatico).
E poi aveva sollecitato e promosso il giro di vite alla testa dei principali musei statali e dato il via alle domeniche gratis nei musei.
Insomma, con Franceschini ci si sente al sicuro. Ha onorato già questa poltrona non riuscendo poi a finalizzare importanti processi avviati, che ci auguriamo possa concretizzare con il nuovo mandato.

Franceschini inizia la sua carriera politica da consigliere comunale di Ferrara per la Democrazia Cristiana nel 1980, nell’83 è capogruppo consiliare. Già assessore alla Cultura nel 1994 in una delle prime giunte di centrosinistra d’Italia, nel ’94, dal ’97 al ’99 è vicesegretario nazionale del Partito popolare italiano. Come sottosegretario alla Presidenza del consiglio, quell’anno, è riconfermato nel successivo governo di Giuliano Amato. Alle politiche del 2001 viene eletto deputato nel collegio di Ferrara. Tra i grandi elettori del Pd non schierati con Renzi, è stato fra i primi a saltare sul carro del futuro segretario nazionale quando l’establishment del partito lo vedeva ancora come uno scassatutto.

In bocca al lupo Dario.

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