Viaggio intorno alla sua camera


La ricerca artistica di Elena Bellantoni si concentra, in particolare, su alcuni temi per cui elabora anche un codice linguistico. Parole come corpo, lingua, diversità, distanza, traduzione, relazione, narrazione, identità e potere descrivono l’attività dell’artista da sempre. Creando, come lei stessa afferma, ”una griglia” sulla quale traccia, di volta in volta, un nuovo disegno attraverso un approccio che abbraccia diverse discipline, un approccio che viene elaborato, allo stesso tempo, in un territorio che ha insieme sia della storia contemporanea, sia della poesia. 

Le tue opere sanno molto di te. Ovviamente dico questo perché ti conosco e ti frequento ma mi piacerebbe che tu prendessi questa affermazione per parlarne ancora meglio. Chi sono gli artisti? Cosa fanno? Perché? Come? All’inizio del tuo portfolio citi Nicolas Bourriaud, con un’affermazione – tratta da The Radicant del 2009 – che trovo sia interessante proprio per quello che intendo argomentare adesso. ”Gli artisti sono abitanti di un mondo frammentato, in cui oggetti e forme sfuggono alla loro cultura originale per confondersi nello spazio globale. Gli artisti dovrebbero far parte di commissioni, seminari, dovrebbero essere ricercatori e inventori di connessioni all’interno del paesaggio culturale, nomadi e collezionisti di segni. Dovrebbero essere traduttori.

Bourriaud fa una distinzione tra l’artista radicale che ”intendeva tornare verso un luogo originario” e il radicante che ”si mette in viaggio, senza disporre di un posto dove tornare: nel suo universo non esiste origine né fine”. Mi ritrovo in realtà in entrambe le definizioni. E nel risponderti non posso non pensare a Cosimo Piovasco di Rondò, Barone di Ombrosa, il protagonista de Il barone rampante di Italo Calvino, un autore che amo molto. Cosimo ha dodici anni quando, il 15 giugno 1767, per sottrarsi all’ennesima punizione del padre, il Barone Arminio, decide di fuggire di casa e di rifugiarsi sugli alberi del parco della villa di famiglia. Testardo e ribelle, Cosimo non si piega alle pressioni dei genitori e della società e, col tempo, riesce a costruirsi a mezz’aria un mondo pienamente autosufficiente. Ma per Calvino la scelta che il protagonista compie non è una fuga dal mondo, né dai rapporti umani e dalla società: la storia di Cosimo rappresenta infatti la volontà di un uomo che vuole seguire fino in fondo una regola che si è autoimposto, perché senza di questa non avrebbe un’identità da presentare a sé stesso e agli altri. Cosimo decide di salire e vivere sugli alberi non come un ”misantropo”, ma come un uomo coinvolto nei suoi tempi e che partecipa alla vita degli uomini, agisce altruisticamente e aiuta gli altri, nella consapevolezza che ”per essere con gli altri veramente, la sola via era d’essere separato dagli altri.”

Quando hai pensato per la prima volta di voler raccontare il concetto di ”appartenenza” che è un elemento distintivo di tutta la tua ricerca, e qual è l’opera che, al momento, senti come la più profonda dal punto di vista narrativo. Perché ”narrativa” è un’altra tra le parole chiave per avvicinarsi a quello che fai e che racconti. Come artista-performer una buona parte dei tuoi interventi negli spazi che indaghi è costituita da azioni che progetti con grande energia, possibilmente sul posto e, talvolta, con alcuni tra gli abitanti, come a volerli quasi farli fuggire – anche per un po’ – da determinate situazioni, quando queste non sono ancora delle migliori, o per farli spostare – sempre per poco tempo – facendo riaffiorare in loro memorie e/o immagini. Le tue opere sono traduzioni personali elaborate attraverso processi dedicati.

Quando una cosa ti appartiene vuol dire che la riconosci come tua, essa ha anche ovviamente una declinazione sociale – per esempio rispetto ad un gruppo – e politica. Mi interessa l’aspetto fisico di questa parola, quasi corporeo e tattile. Quando due cose si appartengono tra di loro entrano in un forte legame di relazione. L’incontro è la base del mio lavoro in cui sviluppo questi rapporti da cui emergono delle narrazioni identitarie. Un lavoro a cui sono molto legata è HALA YELLA adiós/addio che nasce da un’esperienza intensa che ho vissuto a Capo Horn per circa 3 mesi, a cavallo tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013. In questo periodo mi sono spinta in uno dei punti più estremi dell’America Latina, al Sur – esattamente nella Patagonia cilena, nell’Antartide meridionale – alla ricerca dell’abuela Cristina Calderon. Sono giunta in questa zona estrema del mondo per incontrare l’ultima superstite di una stirpe molto antica: gli Yaghan, popolazione nativa dello stretto di Magellano. Purtroppo, quando lei non ci sarà più scomparirà anche la sua lingua e una cultura millenaria. La ricerca di Cristina ha comportato un viaggio ”in culo al mondo”, come dicono i cileni, e ho seguito la mia immagine-azione che ha preso forma ed è diventata reale. Nell’incontro con questo grande ”Altro”” ho trovato l’aderenza a me stessa.

Ultimamente sei spesso fuori per il tuo progetto itinerante On the breadline, ultimamente sei nomade ma non solo in quest’ultimo periodo. Ecco, come ti senti, negli anni. Avverti questi continui spostamenti, cambiamenti, viaggi? Sai, sono spesso in giro anche io e più lo faccio e più penso che non mi pesa affatto e lo farei sempre, forse, penso, fin quando non arriverò ad un punto e mi fermerò naturalmente. Perché con i nostri movimenti, anche se piccoli, si muove qualcosa dentro: trasformazioni e nuovi modi di intendere il concetto di casa. Dovremmo iniziare a pensarci tutti più liberi da geografie e culture.

Ti scrivo in questo momento da Istanbul, in aeroporto settimane fa mi sono resa conto che, grazie anche ad Italian Council (Mibac), sono arrivata fin qui e ho l’opportunità di dire e di raccontare nuovamente. Sento la responsabilità di questo ”privilegio” e questo mi emoziona e mi rende impaziente. Perché muoversi? Perché partire sempre? Ci sono delle vite che funzionano così, e non è un girare intorno a se stessi ma è un andare a cercare nell’altrove anche parti di sé. Perché come diceva il buon Troisi in Ricomincio da tre: ”chi parte sa da cosa scappa ma non sa quello che trova…”. Ho portato con me un libro di Vito Teti, il cui titolo si incrocia bene con il mio lavoro, Pietre di Pane, ma è un testo sulla ”restanza” non sulla partenza, allora mi dico che io continuo ad andare per cercare di restare sempre di più, per radicarmi meglio nel mio pensiero e nella mia ricerca. Sto verificando, analizzando le mie idee, che mi hanno portato fin qui. Il luogo più prossimo a noi è il pensiero, che va esplorato e circumnavigato. Con esso si potrebbe anche solo viaggiare nella propria stanza come racconta bene Xavier de Maistre in Viaggio intorno alla mia camera, che la percorre in lungo e in largo e in diagonale. Il protagonista, zigzagando e facendo spesso camminare sulle gambe posteriori la poltrona da cui non ama scollarsi, percorre i 36 passi di lato della sua stanza quadrata, commentando mobili e oggetti e richiamando vecchi ricordi. Il mio processo immaginativo migra e si sposta con me, negli attraversamenti che faccio, nei cieli che scorro. Il mar Mediterraneo abbraccia visivamente questa narrazione, diventa il confine e il luogo d’incontro allo stesso tempo. Il linguaggio e la traduzione dei testi diventano il collante di questa esplorazione. Mai come oggi il pensiero migra, va interpretato. L’esperienza nomade del linguaggio, che vaga senza fissa dimora e abita i crocevia del mondo, regge il nostro senso dell’essere e della differenza. Questo implica un senso diverso di ”dimora” e significa concepire la residenza come qualcosa in movimento.

Ti consideri un’esploratrice e mi piace. Raccogli tracce e le rielabori per creare racconti (video, installazioni, disegni, fotografie, azioni, etc.) attraverso un punto di vista che è assolutamente relazionale. Di IO con il TU. L’arte per raggiungere gli altri, diversi da noi per paesaggi, culture e fisionomie. Sei un’esploratrice per cui sia l’antropologia, sia la psicoanalisi hanno una notevole importanza, così come la letteratura e la politica.

Il mondo ha un suo ”alfabeto” molto ricco ed io cerco di decifrarlo a mio modo, componendo il mio abecedario, mettendo insieme parole e discipline che mi interessano che mi aiutano a fare chiarezza nella mia ricerca. Il mio lavoro è fortemente processuale legato al percorso, ai luoghi che attraverso e agli  incontri che faccio. Mi interessa lavorare per immersione, andare a fondo alle cose cercando diversi punti di vista e strade possibili. Mi muovo sempre sul filo della mia intuizione personale che puntualmente cerco di verificare come fosse un procedimento scientifico. In questa metodologia utilizzo vari strumenti, che spaziano dal video, al disegno e all’istallazione. Le parole che sono nella mia testa prendono forma e diventano reali attraverso l’atto artistico. In questo modo vengono a galla intrecci che emergono dalla mia esperienza personale, dall’esperienza che faccio del mondo e dall’applicazione di diverse discipline che diventano lente di ingrandimento per leggere il reale. Credo che la dimensione personale sia politica. E il politico è poetico. Ho un orientamento di natura fenomenologica in filosofia e mi interessa l’approccio al linguaggio di Jacques Lacan. Le parole sono segni, definiscono il mondo in cui siamo intinsi… ”Le parole sono importanti”, come urlava Nanni Moretti in Palombella Rossa.

Parlami del tuo corpo. È cambiato con il tempo. In uno dei miei primi studio-visit da te ho visto molte fotografie e ricordo bene di aver notato, in particolare, proprio questo cambiamento (naturale ed umano). E perché? Perché ci sei spesso nelle tue opere. Quel giorno guardavo le bellissime foto di Hala Yella addio/adios del 2013, che citavi poco fa, in cui ci sei tu. Ci sei. E, con il tuo corpo definisci un dialogo con chi stai parlando e con il pubblico che guarda e/o ascolta. Inoltre, forse anche per dargli più forza, in alcuni lavori hai anche iniziato a usare le parole scritte. Ma il corpo rimane: il corpo, al contrario della parola, come elemento senza nessun idioma, e quindi universale. Potente anche in silenzio. Mentre tutto quello che vediamo intorno a lui esiste ma fa parte di qualcosa di ulteriore, eventualmente da scoprire e non di fondamentale importanza. Quando vedo i tuoi lavori vedo questo, probabilmente perché è così che vedo il mondo: elementi si esprimono negli spazi su scala globale con nuovi codici, senza parole, semplicemente essendo, mostrandosi, compiendo un’azione. Banalmente, anche il modo in cui ci vestiamo – una delle più semplici e obbligate scelte per l’uomo –  è un’azione politica senza linguaggio, ed è internazionale, se lo facciamo con coscienza ovviamente e senza curarci di mode o trend. Ecco, direi che la tua interpretazione artistica del reale nasce dall’idea di esporsi per scoprire e far riscoprire qualcosa di nuovo. La tua ricerca è il tuo rapporto con il mondo che afferma anche la tua esistenza nello stesso.

Il corpo è il dispositivo con cui interagisco, che segna, traccia, attraversa, crea relazioni emotive e spaziali. Il mio corpo in questo senso è necessario come strumento. Io non agisco con un copione ma attraverso una struttura progettuale, come fosse uno scheletro, che fa da cornice alla mia azione. L’elemento su cui lavoro è la tensione, il qui e ora, questa qualità non controllabile è la base su cui prende forma l’incontro con ciò che è ”diverso” da me. In questo senso non può esistere una visione chiara di ciò che accadrà realmente. Il mio lavoro si basa quindi su un’intuizione di natura poetica e visiva. Le azioni che progetto si inseriscono sempre in un territorio o in uno spazio che analizzo e in cui mi ricolloco seguendo il fil rouge della mia ricerca. Preferisco essere regista, condurre, usare il mio corpo come un mezzo, dove l’interazione con l’altro e la sua reazione diventano protagonisti. Costruisco delle regole, semplici, ma stringenti, alle quali invito il pubblico ad attenersi. Mi calo nell’azione pur mantenendo una consapevolezza attiva per guidare il ”setting”: sono cosciente, tengo il controllo, ma lascio emergere la spontaneità di chi ho di fronte. I miei esperimenti “a cielo aperto” potrebbero essere letti come dei tentativi di penetrare il mondo, che traduco con delle prove di resistenza e fatica. Metto in atto tutto questo per dare reale concretezza alla mia ricerca. Io amo molto il cinema muto comico delle origini. In particolare la filmografia e l’attorialità di Buster Keaton, celebre per l’espressione stralunata e malinconica dei suoi personaggi. Diciamo che, come artista, sono fortunata perché posso dichiarare apertamente lo ”shock” di questa ”gettatezza” (il dasein heideggeriano, per intenderci), manifestando apertamente nelle mie azioni performative questa discrepanza fra il mondo interno e il reale.

http://www.onthebreadline.it/artist/