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Mitologia Moderna

Davide D’Elia crea opere da oggetti comuni o da riflessioni molto più vicine alla vita quotidiana di quanto possiamo immaginare. Così, inventa una specie di nuovo alfabeto, un linguaggio composto da elementi vari e da pensiero, appunto. Un nuovo codice. Nuovi termini, nuove considerazioni. Dopo diversi esami, Davide arriva a nuove rimodulazioni sia fisiche, facendoci vedere nuove cose, sia astratte, facendoci raggiungere nuove osservazioni. E tutto nel tempo. Tutto si muove nel tempo. Nasce, cresce, muta e sembra non morire mai. Niente inizia da qualcosa di nuovo. Tutto è già stato e diventerà ancora. E ci racconta di vite nel tempo e nello spazio, e sempre in movimento. Un lavoro, il suo, con la natura. Nella natura.

Se guardiamo le tue opere cosa vediamo? A volte qualcosa di riconoscibile, altre volte no, qualcosa comunque passato attraverso un processo molto spontaneo, istintivo. Prendi degli oggetti e li lavori dopo aver sentito che sono vissuti e hanno significato nel tempo. E tu lavori sul ”tempo”, ma non lavori solo considerando il ”tempo” degli oggetti, ma anche quello che è rimasto su di loro. Il tuo è anche un lavoro su quello che è rimasto. Anzi, forse il tuo è proprio un lavoro sul ”residuo”. Sul residuo, considerando il residuo in modo positivo. Mi affascina molto questo aspetto. Sì, perché, in effetti, dà più verità alle cose. Il tempo consuma e noi non possiamo non considerare che le cose ci arrivano consumate in qualche modo, anche se sono cose nuove. Perché tutto arriva trasformato.

La natura che intendo esplorare nelle mie opere non è – come da definizione wikipedia – «il fondamento dell’esistenza nella sua configurazione fisica e nel suo divenire biologico», bensì una successione di stratificazioni ipotetiche che ci portano a percepire un habitat e quindi noi stessi in un modo piuttosto che un altro. Il tempo scolpisce tutto intorno a noi che, come neuroni a specchio, modelliamo i nostri usi e costumi in maniera inconscia, livellando le nostre percezioni e il nostro gradimento, fino alle nostre abitudini. Se ci fermiamo un attimo a osservare congelando questo fluire separando gli oggetti dal tempo ci accorgiamo della presenza dello stesso, non più una teoria ma un dato alquanto fisico dai connotati quasi palpabili. Da queste osservazioni deduco e adotto un linguaggio forse estetico fatto di demarcazioni, di separazioni o di contrasti che svelano la posizione in fallo dell’eventuale fruitore e lo portano a rielaborare le sue percezioni.

Processo. Dettagli. Realizzazione. Sensazioni. Il tuo è un lavoro lento. Come è nata la tua prima opera? E quanto la senti ancora vicino adesso, se è così. Perché i tuoi sono anche lavori che fanno vedere illusioni, che demistificano, e quindi lavori che potrebbero essere naturalmente molto lontani da come sei o ti senti ora. Il tuo processo creativo racconta la vita. La vita che scorre, passa, lascia tracce che ci segnano per sempre, mentre magari proviamo a cancellarne delle altre. Un lavoro che ha una componente estetica forte, come se volessi raccontare che, con il passare del tempo, cambiamo ma non perdiamo bellezza (lo dicevi poco fa). E, forse, il fatto di essere vivi, presenti, attivi, sì, forse è questo che ci fa stare bene e ci fa sentire belli. Vita ed energia.

Suppongo che Il ”mio primo lavoro” sia nato quando ho smesso di crogiolarmi nella mia romantica e adolescenziale soggettività subendo una nuova, leggera e responsabile oggettività del fare. Ero ai Kew Gardens, sud-ovest di Londra, luogo esemplare del ”controllo umano su flora ed ecosistemi temperati”, esempio di estetica funzionale. Lì, istantaneamente eletto mio monumento preferito, mi pervade una quieta malinconia: scorro la vista delle varie serre come se stessi passeggiando allo zoo, paragono ogni pianta ad un animale in gabbia. Sul treno del ritorno a Londra guardo le foto scattate ai Kew Gardens…prima di premere [DELETE] salvo solo una fotografia. La fotografia rientra raramente tra i miei media espressivi. Ma cerco di sentire quella stessa sensazione quando faccio un lavoro…non l’ho mai esposta, forse l’ho regalata.

 

Se pensi alla memoria e alle memorie? Le tue opere sono dense di stratificazioni, di strati che sono nella storia, ma anche di strati  organici, come le tue ”proliferazioni”. E, quando penso alla tua ricerca, memoria e chimica sono sicuramente due tra le parole che mi vengono subito in mente. Come scienza e magia. Il tuo è un artificio storico. Ci ha mai pensato? E, immagini come verranno viste le tue opere tra molti molti anni?

Possiedo una scatola di legno di sigari toscani piena di cassette Minidv, nel periodo che va dal 2004 fino al 2006, praticamente ogni evento importante della mia vita è stato registrato su quei nastri. L’altro giorno il mio amico Roberto, esperto di informatica, categoricamente mi ha intimato di trasferire questo materiale al più presto su nuovo supporto digitale per scongiurarne la cancellazione. Anzi potrei avere la brutta sorpresa che l’estinzione per vecchiaia dei bites su nastro sia già successa da tempo. Allertati i miei ricordi dormienti, si sono subito palesati sbocciando vividi nella mia mente e ho cominciato a sorridere da solo. L’incedere del tempo sulle cose è parte fondamentale del mio lavoro. In particolare con l’installazione Antivegetativa del 2013 e, ancor più precisamente: con gli interventi con pittura ”iris blue antivegetativo” direttamente su ritratti d‘epoca. Queste opere risolvono su se stesse la questione, sovra-dipingendo con materiale antivegetativo il supporto preesistente (una pittura ad olio).

Louise (2013), Louise non c’è più. O non è vero, e Louise esiste ancora. Non a casa sua. Non nelle sue precedenti forme ma in una nuova forma. Louise è un lavoro romantico. Un lavoro senza tempo, nel tempo. Un lavoro eterno. Mai nuovo, mai vecchio.

Vero Louise non c’è più, ma preferisco parlare di Adriana che, non istituzionalizzata ma facente parte della stessa serie, sembra la sorella minore. Adriana come Louise era una ”signora bene” che viveva a Roma, la sua casa era una normalissima abitazione borghese elaborata negli anni ’70 e vissuta fino a qualche anno fa. Quando varcavi l’uscio di casa sua, non potevi non fare caso al salotto patronale, lustrato di carta da parati blu scuro apposta sulle pareti dove troneggiavano grandi quadri a olio o a pastello. Non di rado quella grande stanza diventava una sorta di piccolo night-club con piccole luci colorate proiettate che giravano tutto intorno. Prima della vendita della casa, poco dopo la morte di Adriana, ho chiesto al figlio se potevo visitare per l’ultima volta la casa: le stanze vuote avevano ancora segni di cose e momenti vissuti, stratificati, sovrapposti, forse scappati per rimanere lì per sempre. Di lì a poco sarebbero stati scovati e cancellati, lavati dalla memoria per far posto agli esecutivi dell’architetto associato chiamato a dare una ”rinfrescata”. La mattina dopo, frettolosamente, ho staccato la carta da parati da una delle ”pareti blu” a me preferite: le tracce di quadri grandi e piccoli, le attaccaglie di ottone, parte della silhouette del comodo divano troppo caldo. Adriana e i suoi amici, nel salotto blu, che parlano e ballano male, sono ancora stampati su carta da parati. Non è teoria è scienza.

Artificio storico, dicevo. La tua è quindi una ”messa in scena”” (e non parlo di teatralità tout court). Hai mai pensato di lavorare ad opere scenografiche? Sipari diversi, sia verosimili, sia surreali. Perché l’arte è allo stesso tempo reale e illusoria. E io credo ancora che sia per tutti, anche se vive su un equilibrio precario: un po’ prova ad avvicinarsi a chi la guarda, un po’, volutamente, prova ad allontanarsi il più possibile. L’arte è un segno. Intercetta. Si mostra sempre. Ma, a volte, vuole ”non essere”: è Antivegetativa (2013), come la tua pittura, una pittura che stendi per proteggere. Per rimanere in un mondo nascosto, sommerso, in un mondo che conosci, che controlli e che senti più sicuro. Sicuramente molto personale e ricco di fantasie…. Mi viene in mente la poetica di Michel Gondry, se ripenso a tutto ciò (Gondry tra i tanti!). Te lo dico perché immagino che la tua ricerca sia mossa anche da un impulso spinto da una sensazione di ”spostamento”, un desiderio di andare da un’altra parte. Per non rimanere immobile mentre tutto scorre.  E continua, sempre.

Amo la scenografia, e soprattutto sono un fan delle alte maestranze del teatro San Carlo di Napoli, ma non amo la teatralità nell’arte. È facile che il mio lavoro, in particolare nel caso delle installazioni, possa essere ritenuto tale, qualora succedesse per me sarebbe un fallimento. La temperatura percepita in un luogo è differente da quella che il mercurio segnala salendo sulla colonnina graduata, così come la percezione soggettiva crea mondi non oggettivi e quindi già di per sé scenografici. Scene che via via strutturiamo tanto da ripetere gli stessi percorsi comodi e conosciuti. Scorriamo a una velocità differente dalla natura che ci circonda, delle volte questo è un bene e lo chiamiamo “progresso”, altre volte, il più delle volte, sarebbe stato meglio che non fossimo mai esistiti.

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