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I nomi del Premio Merz

Bertille Bak, Mircea Cantor, David Maljkovic, Maria Papadimitriou e Unknown Friend, duo composto da Stephen G. Rhodes e Barry Johnston. Eccoli i finalisti del Premio Merz, che dal 3 giugno al 6 ottobre parteciperanno alla collettiva alla Fondazione Merz di Torino. Ma chi sono? Cosa fanno? Cinque processi diversi di iconizzazione del presente che trasformano il reale in altrettanti racconti: la vita della comunità di appartenenza per Bertille Bak, le rovine che evocano tragedie collettive nelle opere di Mircea Cantor, la memoria e la sua organizzazione in archivio in David Malijkovic, l’indagine sul legame sociale nella ricerca di Maria Papadimitrou, una narrazione tragicomica che ribalta il normale equilibrio tra realtà e finzione nell’attitudine ironica di Unknown Friend.  

Proclamati a dicembre 2018, i finalisti sono stati selezionati da una giuria composta da Samuel Gross (responsabile artistico Istituto Svizzero), Claudia Gioia (curatrice indipendente) e Beatrice Merz (presidente Fondazione Merz), curatori della collettiva presso la Fondazione Merz.

Al termine dell’esposizione, la giuria finale composta da curatori e direttori di istituzioni museali internazionali, Manuel Borja-Villel (direttore Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía, Madrid), Lawrence Weiner (artista), Massimiliano Gioni (direttore Artistico New Museum, New York – direttore artistico Fondazione Trussardi, Milano) e Beatrice Merz, sceglierà il vincitore di questa terza edizione, che succede a Petrit Halilaj.

I FINALISTI

Bertille Bak (Arras, Francia, 1983) è diretta. La sua scelta è politica e immersiva. Sceglie di confondersi nella vita delle comunità che ogni volta coinvolge nella realizzazione dei suoi lavori, per iconizzare il presente, fatto di opposte marginalità, privazioni ed eccessi ma anche di tradizione e senso di appartenenza, per raccontare con immagini condivise condizioni che accomunano tutti anche quando sembrano distanti. Dallo sperdimento dei minatori che suggerisce anche l’eclisse del soggetto produttivo come lo si è conosciuto nel 900, al nomadismo dei gipsy che è anche del pensiero contemporaneo. Un presente che cerca un nuovo linguaggio per i diritti, le regole della convivenza, il cambiamento sociale. Dal passato prossimo passando per il presente in cerca di un nuovo da declinare.

Mircea Cantor (Oradea, Romania, 1977). Unpredictable Futur e Les Mondes sono le parole prime del suo manifesto creativo dove alla certezza preferisce il dubbio della ricerca e il dialogo tra le culture. Un’arte responsabile perché capace di attraversare la storia, riconoscere la condizione umana, attingere all’arcaicità, alla bipolarità dei significati e a tutti i temi maggiori e poi tracciare in un tempo breve quello che si è imparato del mondo. E’ nella tensione immaginativa che prende forma l’iconizzazione di un presente talmente carico di tutte le possibilità che la creatività può già passare ad altro senza didascalie e aggiunta di spiegazioni. Dalla rappresentazione di una natura capace di mitigare le distorsioni della tecnologia, alla semplicità di materiali modellati come rovine antiche per evocare tragedie attuali, al sorriso di un bambino che disarma perché non chiede e non dà nulla. 

David Maljkovic (Rijeka, Croazia, 1973) è un archivista della visione e delle sue parabole. Partito dall’eredità culturale e dalla disillusione delle utopie societarie del 900 ha trasfuso una vena malinconica nell’azione continua di costruzione e decostruzione di immagini, tagli fotografici e oggetti impaginati in set reali o vagheggiati, sempre aperti e mai del tutto finiti. Un perfezionista del display, chirurgico, appassionato ma anche distaccato come si addice a un esperto di archiviazione. Proteggere la memoria collettiva è l’obiettivo e il suo presente è concentrato sui meccanismi di riproduzione e trasmissione della visione, sostanza conoscitiva delle cose. Nella composizione e scomposizione degli elementi trova infatti nutrimento il tentativo di accordarsi al fluire del tempo, arginarlo, celebrarlo e renderlo non finito. Un processo mentale oltre che di produzione dove tutte le cose sono in divenire e nella durata scongiurano la smemoratezza.

Maria Papadimitrou (Atene, 1957) è nel legame sociale che indica la chiave di tutti i processi di riconoscimento, rigenerazione e cambiamento culturale. Il mito, la tradizione, i mestieri antichi, la città e i suoi abitanti dimenticati, object o space trouvé, tutto confluisce in una pratica di esplorazione per scoprire cose nuove o celate dalla ”normalità” e renderle visibili perché capaci di agire comunità. Dunque un processo creativo generoso, che confida nelle persone, nel lavoro e nella vita comune. Che all’attivismo tout-court preferisce l’interazione e il ”boicottaggio” solidale per creare nuove visioni e pensieri. Il presente è nel racconto sociale, nell’ insieme, nella condivisione valoriale dove tutto è connesso e si progetta futuro per e con tutti.

Unknown Friend (Stephen G. Rhodes, Houston, USA, 1977 e Barry Johnston, Alton, USA, 1980) con attitudine tragico- giocosa varcano le soglie del presente, attraversando consciamente e inconsciamente stadi successivi della realtà per ribaltare e scomodare verità e finzioni. Dall’incontro tra sogno anarchico e fantasia, la dimensione narrativa del processo creativo è performance continua (convergendovi immagine video, parola, musica e valenza scultorea), sforzo ora distruttivo ora conciliatorio, ora sarcasticamente individualista ora utopico, verso qualcosa che ancora non è chiaro ma certamente vagheggia un altrove presente meno compromesso, dove le parole e le direzioni di senso siano libere dalle pieghe del XIX secolo, dai suoi epigoni di propaganda e dai condizionamenti sociali.

Info: www.fondazionemerz.org.
Anche il pubblico potrà partecipare attivamente alle selezioni, esprimendo la propria preferenza sul sito www.mariomerzprize.org

 

 

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