Special exits

Roma

Dieci anni di impegno. Tanto c’è voluto (ovviamente non si è limitata a questo lavoro) all’ottima Joyce Farmer – californiana di Los Angeles, classe 1938, tra le pioniere del fumetto underground made in Usa – per realizzare una graphic novel nella quale è stata in grado di trasferire, nero su bianco, l’esperienza vissuta nel prendersi cura, con grande dedizione, dei suoi genitori anziani. Il risultato è una storia a fumetti che affronta una stagione della vita, la terza età, che raramente trova spazio in un certo tipo di pubblicazioni, dove è soprattutto l’evasione a fare la voce grossa. Uscito per Fantagraphics nel 2010, già tradotto in numerosi paesi, Special exits (Eris edizioni, 208 pagine, 17 euro) è, prima di tutto, il resoconto di un toccante percorso famigliare; la narrazione accurata del rapporto di una coppia, quella formata da Lars e Rache, che vive insieme sia l’inesorabile decadenza fisica sia le incessanti frustrazioni quotidiane («mangio i biscotti perché l’aspirina mi dà noia allo stomaco. Sono in buona salute grazie a otto bicchieri d’acqua al giorno. Mi dispiace che la cosa ti crei problemi», risponde lei al marito che le fa notare di essersi ingrassata troppo) e, al contempo, la relazione con una figlia a cui marito e moglie si devono affidare sempre di più. Stiamo parlando di un’attempata coppia bianca che ha trascorso la sua vita nel South Los Angeles, in un quartiere oramai abitato quasi solo da afroamericani. Ma Special exits è anche la storia di un pezzo importante di Novecento degli States, nei ricordi di questi due “giovanotti” – a quali è impossibile non affezionarsi – che, nelle loro menti, si affievoliscono sempre di più, sfumando e mutando con l’andare del tempo. Ecco che, nel corso della narrazione, non mancano momenti drammatici, ma neanche l’ironia della quotidianità («Lars, posso avere un succo d’arancia fra pochissimo?»). Tutto questo nell’ambito di un racconto che Farmer porta avanti senza nascondere nulla, in particolare quella che è la fragilità del periodo più complesso dell’esistenza umana. Senza mai sottrarsi, poi, davanti a quelli che sono gli “imbarazzanti oltraggi” – come vengono definiti – della vecchia (dal non poter più guidare la macchina allo “scontrarsi” con la triste realtà delle case di cura). Un lavoro lungo, come già accennato, ed è la stessa autrice a riconoscere che all’inizio il suo voleva essere un modo per affrontare e metabolizzare quanto aveva vissuto. Una sorta di autoterapia, insomma, scevra da qualsiasi obiettivo artistico o di pubblicazione. Ha cambiato idea. Non poteva (doveva) essere altrimenti.

Info: www.erisedizioni.org

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