Michelangelo Antonioni pittore

Roma

Michelangelo Antonioni come non lo avete mai visto, nelle sue vesti di pittore. Non è la prima volta che si conosce il profilo figurativo di grandi registi del Novecento. Basti pensare al ”fumettista” e ”illustratore” Federico Fellini, tanto per citare un altro grande interprete dell’arte cinematografica del secolo scorso. È un viaggio avvincente e ricco di suggestioni quello che conduce all’interno dell’anima di un genio incontrastato del cinema come Antonioni. Osservare le sue opere è un tuffo nella sua personalità, nel suo ragionamento, nella sua visione delle cose ed è un esercizio utile a completare profondamente la conoscenza del personaggio. La Galleria 28 Piazza di Pietra dal 30 ottobre fino al 29 febbraio 2016 offre una prospettiva inedita del maestro Antonioni, premio Oscar alla carriera nel 1995, considerato uno dei maggiori registi del Ventesimo secolo. Una mostra, dal titolo Michelangelo Antonioni pittore, curata dalla moglie Enrica e dalla gallerista Francesca Anfosso. In esposizione circa 40 quadri, esposti per la prima volta, tutti acrilici su tela o su cartoncino telato, di natura astratta e di diverse dimensioni, che raccontano l’ultima fase della vita dell’artista, quella in cui si è dedicato con passione ed entusiasmo a un’arte diversa da quella che lo aveva portato ai massimi livelli di prestigio internazionale. «Dipingere per lui era una gran gioia – ha spiegato alla preview stampa la moglie Enrica – nei suoi ultimi anni, dal 2001, ha deciso di dedicare alla pittura tutto il tempo che gli rimaneva». «Le sue opere sono un’esplosione di colori e di forme, di suggestioni e di stili, colorate e gioiose ci svelano un Antonioni inatteso».

Entrando in galleria da subito si ha l’impressione che per Antonioni la pittura non fosse solo un semplice passatempo, ma una dialettica intrisa di messaggi sensoriali e dotata di una forte musicalità. In molte tele sembra di ritrovare alcune caratteristiche della sua tecnica cinematografica, dalla cura del dettaglio alla raffinatezza estetica. La profondità del suo sguardo e della sua poetica si percepisce nelle forme e nel colore.

Non poteva esserci modo migliore per ricordare, a otto anni dalla sua scomparsa, l’autore di L’Eclisse (1962), I vinti (1953), Il deserto rosso (1964), autentici capolavori, che hanno proiettato il cinema italiano dal Neorealismo a una nuova drammaturgia filmica.