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Micaela Lattanzio, 6 di sabbia

”Come posso parlare di un cielo frammentato, irriconoscibile, dissolto? Attraversando il deserto – disse Arcadia – ho creato un’immagine, ho ancorato i miei piedi nella sabbia e ho vissuto lo sdoppiamento di quel sottile diaframma di confine che segna il limite naturale tra il cielo e la terra. In quell’inaspettata alterità ho riconosciuto il radicamento in un luogo, ho definito la mappa dei miei spostamenti, ho compreso l’urgenza di ripensare lo spazio, non più inteso come estetica di infinite memorie, ma come elemento cardine di un’esistenza. Il cielo è crollato all’improvviso sulla terra, i frammenti fragili che ho raccolto tra le mani sono divenuti lo specchio in cui guardare, in cui per la prima volta ho afferrato il mistero dell’impalpabilità delle nuvole. Ho ricordato i vaporosi cieli nei dipinti di Monet e mi sono chiesta: di cosa può essere certo uno sguardo?”

Non esiste elemento estetico che non contenga in sé un’esperienza percettiva, in ogni sua compagine figurativa Sandcloud, installazione site specific dell’artista Micaela Lattanzio, evoca una riflessione differenziale dei sensi che delinea una concezione atomistica dell’esperienza ottica, celebrata dallo scardinamento di un’immagine che ramifica e contraddice in sé l’unitarietà del reale. Centinaia di esagoni cartacei tagliati a mano innescano una procedura di figurazione libera dal visibile, laddove l’artista estende i limiti del tangibile in un’inedita ricerca che segna e definisce la misura in cui l’uomo è legato al suo rapporto con il mondo esterno: ”L’arte – afferma Konrad Fiedler – vive di un’ambivalenza irrimediabile, la sua sola costante è il suo incessante disfarsi e rifarsi, il suo continuo formarsi nello sviluppo della consapevolezza estetica dell’uomo”. Un’incessante trasformazione che caratterizza anche l’opera di Lattanzio, la cui estetica si nutre di un’artificialità naturale in cui l’uomo descrive la sua eccentrica condizione, la sua necessità di conquistare ogni volta le forme specifiche dell’esistenza.

Come poter accedere, dunque, all’inconsistenza di un cielo? La risposta in chiave musiva dell’artista teorizza il profilarsi di una nuova grammatica espressiva, una dissociazione sensoriale tra la semantica dell’immagine e la sua essenza percettiva, che legittima e riconosce la possibilità di un pensiero ancestrale, laddove si individua l’esigenza di appellarsi a un linguaggio qualitativo del mondo, deliberatamente slegato da ogni produzione di tipo verbale che segna il contatto quotidiano dell’uomo. La diffrazione dell’immagine, e la sua conseguente estensione spaziale, generano una sinestesia ottica, un’immersione cognitiva che scardina ogni peculiare relazione instaurata tra esperienza e giudizio funzionale, lasciando che la forza della rappresentazione oltrepassi il reale, penetrando una dimensione sconosciuta allo sguardo.

”Dinanzi al venire meno di qualcosa – sostiene Gabriele Pulli – ad esempio anche semplicemente al tramonto di un giorno qualsiasi, l’intelletto viene a conoscenza che ci sono altri giorni che posso sostituire a quello perduto, relativamente diversi e relativamente uguali a esso. Il pensiero emozionale coglie, invece, l’irreversibilità di quella perdita, perché coglie ciò che c’è di unico e irripetibile in quel giorno, in quanto afferra il suo essere e il suo non essere come assoluti. Come se le cose fossero fatte di nulla, come se avessero la stessa natura e lo stesso fascino del sogno”. Lattanzio riesce a immortalare questo senso di irreversibilità, rendendo corporeo l’elemento incorporeo per eccellenza: il cielo. Ne dispone come fosse un mosaico da strutturare, restituendo la fragilità della carta come supporto specifico per narrare di un’impalpabilità che dalla terra, come fosse un ciclo perpetuo dell’acqua, ritorna infine ancora una volta verso le nuvole.

Qui il primo intervento di Francesco Petrone per 6 di sabbia

Fino al 6 giugno, Spazio Y, via dei Quintili 144, Roma; info: spazioy.com

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