Alla Biennale di Gwangju il nome di Taiwan diventa un caso politico

"Taiwan Pavilion” scompare dai materiali ufficiali e viene sostituita dall’acronimo del museo organizzatore. Taipei protesta e parla di censura, mentre la Biennale respinge le accuse e attribuisce la scelta a criteri amministrativi

A poche settimane dall’apertura, la Biennale di Gwangju si trova al centro di una controversia che supera i confini dell’arte contemporanea e investe direttamente la delicata questione dello status internazionale di Taiwan. La sedicesima edizione della manifestazione sudcoreana, in programma dal 5 settembre al 15 novembre 2026, ha infatti modificato nei propri materiali ufficiali la denominazione della partecipazione taiwanese: quello che inizialmente era stato presentato come “Taiwan Pavilion” compare ora come “NTMoFA”, acronimo del National Taiwan Museum of Fine Arts. Una scelta che ha provocato la dura reazione delle autorità di Taipei. Secondo il Ministero della Cultura taiwanese, il progetto era stato presentato con il nome “Taiwan Pavilion”, approvato il 2 aprile e successivamente formalizzato attraverso un contratto firmato il 23 aprile.

La stessa denominazione, sostiene il ministero, sarebbe stata utilizzata nelle comunicazioni tra le parti fino a giugno, quando gli organizzatori avrebbero iniziato a proporre la formula legata al museo. La questione è diventata pubblica con la diffusione dei materiali promozionali della Biennale, nei quali il riferimento a Taiwan è stato sostituito dalla sigla NTMoFA. Il Ministero della Cultura ha presentato una protesta formale, sostenendo che la Fondazione non avesse il diritto di modificare unilateralmente il nome concordato e ribadendo l’intenzione di partecipare alla manifestazione con la denominazione originaria. Alla protesta istituzionale si è aggiunta quella del mondo dell’arte. Dieci artisti e curatori taiwanesi coinvolti nel progetto hanno diffuso una dichiarazione congiunta accusando la Biennale di “censura politica” e chiedendo il ripristino del nome. Alla mobilitazione si sono uniti anche artisti sudcoreani riuniti nel gruppo Artists’ Solidarity Against Censorship, che hanno chiesto agli organizzatori di spiegare pubblicamente le ragioni della decisione.

La Gwangju Biennale Foundation respinge però questa ricostruzione. In una nota diffusa il 19 agosto ha sostenuto che la vicenda non riguardi la libertà di espressione, ma la classificazione dei partecipanti. Il programma dei padiglioni distingue infatti tra partecipazioni nazionali e istituzionali: secondo la Fondazione, il National Taiwan Museum of Fine Arts avrebbe aderito in qualità di istituzione e sarebbe quindi stato indicato con il proprio nome. Per utilizzare quello di un Paese, spiegano gli organizzatori, sarebbe necessaria un’apposita documentazione da parte delle autorità diplomatiche o culturali competenti. Le due versioni restano dunque distanti. E la controversia assume un peso particolare proprio a Gwangju, città legata alla storia del movimento democratico sudcoreano e a una Biennale che fin dalla sua fondazione, nel 1995, ha fatto dei temi della democrazia, dei diritti e della libertà uno dei riferimenti della propria identità culturale. A pochi giorni dall’inaugurazione, una questione apparentemente nominale si è così trasformata in uno dei primi casi politici della prossima edizione.