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Sam Falls alla Giuliani

Dopo la sua ultima personale presentata alla galleria T293 di Roma, Sam Falls torna nella capitale, stavolta negli spazi della fondazione Giuliani, pronto a interrogarsi sul passaggio, sull’esistenza in fieri, ancora pronto a sperimentare nuovi modi, nuovi alfabeti per raccontare il tema che più caratterizza la sua ricerca negli ultimi anni: il trascorrere del tempo. Studente di pittura al Reed college di Portland (Oregon), figlio d’arte (la madre, infatti, è una pittrice nonché sua grande fonte di continua ispirazione), Falls si dimostra in un primo momento interessato alla fotografia, specialmente quella di grande formato. Terminati gli studi si trasferirà a New York, dove parteciperà al prestigioso corso di fotografia presso l’Icp Bard, dal quale nasceranno importanti collaborazioni professionali e una personale alla M+B di Los Angeles. Già per la mostra alla prestigiosa galleria Eva Presenhuber di Zurigo (agosto-ottobre 2014), l’artista aveva affascinato il pubblico affiancando ai suoi Rope paintings (eseguiti appendendo le tele a una corda intrisa di colore) a una serie di 16 dittici composti da fotografie scattate dalla finestra del suo studio losangelino e successivamente esposte alle intemperie del deserto. Come registrare il passaggio del tempo dell’uomo in questa vita? La risposta per l’artista sembra risiedere nel sapere restituire a colui che guarda uno strato sovrastrutturale scritto nella fotografia che sbiadisce, nelle strisce di jersey essiccate al sole, nel marmo virato nel colore per la presenza costante di placche di metallo che, nel passare degli anni, rilascia un colorito bluastro o aranciato o verde a seconda del materiale. La risposta risiede nel saper legare indissolubilmente l’esistenza umana all’elemento naturale, per spiegarne in modo più efficace il processo di deperimento evidentemente presente nel mondo ovunque, ogni giorno.

Dopo aver lavorato a partire dalla sua visita al cimitero Père-Lachaise di Parigi e alla casa di Donald Judd a Marfa per la sua ultima personale romana – il cui risultato si era espresso non soltanto in un passaggio del tempo fisico, ma anche emozionale – l’artista torna a riflettere sulla condizione umana nella sua fragilità perenne, paragonando l’essere umano alle fasi lunari. «Nel mio lavoro sono sempre stato interessato a come tradurre fedelmente il tempo e comprenderlo meglio attraverso l’arte – spiega l’artista, perennemente alla ricerca della rappresentazione dell’adesso – più di quel passato che decade e del futuro che spaventa». Le opere in mostra alla fondazione Giuliani ripercorrono un ciclo lunare abbreviato del mese di ottobre 2014, un parallelo tra la durata della fase lunare e il tempo impiegato per consumarsi completamente di alcune candele, che creano nel momento presente un evidente ponte con il passato (il tempo che passa) e una conseguente riflessione sul futuro (il tempo che ancora deve passare e che continuerà a trasformare la materia). «Questa idea è ben definita in linguistica come shifter: una parola come ”questo” o ”quello” acquista un significato diverso a seconda di ciò a cui fa riferimento», spiega ancora Falls, così come essendo il tempo continuamente in fieri, esso assume significato solo quando il singolo attimo viene fermato e fissato. Assieme ai lavori su carta l’artista presenterà una serie di palloncini gonfiati a elio, il cui colore sarà visibile grazie alla presenza di carica elettrica: ricalcanti i profili dell’artista, della sua famiglia, dei suoi amici e dei suoi cani, i palloncini si sgonfieranno con il passare dei giorni e la loro forma resterà a testimoniare la loro forma cangiante.

Dal 14 febbraio al 18 aprile;  fondazione Giuliani, via Gustavo Bianchi 1, Roma; info: www.fondazionegiuliani.org

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