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Bellissima. L’Italia dell’alta moda 1945-1968

Dalla fine degli anni Novanta siamo abituati a vedere mostre di moda all’interno di importanti musei di arte contemporanea, a conferma del senso creativo e propriamente artistico di alcuni stilisti. La moda è entrata così nel museo da cui era stata separata per moltissimo tempo. Solo per fare alcuni esempi: nel 1997 Richard Martin, curatore del Fashion Institute del Metropolitan Museum di New York, ha dedicato a Gianni Versace una mostra retrospettiva; nel 2000 Giorgio Armani festeggia i 25 anni di attività con una grande mostra itinerante che ha avuto la sua prima tappa al Guggenheim Museum di New York; nel 2007 il museo dell’Ara Pacis inaugura Valentino a Roma: 45 Years of Style.

Ora è la volta del Maxxi che ospita una mostra atta a raccontare un preciso periodo storico della moda italiana facendone rivivere atmosfere e stili attraverso gli abiti di Emilio Schuberth, delle Sorelle Fontana, di Mila Schön, Valentino, Fendi, Sarli, Capucci e molti altri. Bellissima. L’Italia dell’alta moda 1945-1968 (clicca qui per la photogallery), è un innesto di arte, fotografia, teatro e cinema in dialogo con la moda italiana che si palesa in accessori, gioielli (tra cui il celebre orologio-serpente di Bulgari) e ottanta abiti spettacolari indossati dalle più note dive dell’epoca, da Anita Ekberg ad Anna Magnani. Così i curatori Maria Luisa Frisa, Anna Mattirolo e Stefano Tonchi analizzano i mutamenti nell’ambito della moda e le correlazioni con le altre realtà culturali, ricostruendo un percorso diacronico ventennale atto a rilevare le pratiche artistiche che hanno implicato la moda e viceversa. Visto l’argomento non poteva mancare una performance di Vanessa Beecroft la sera dell’inaugurazione. VB74 è un tableau vivant composto da donne eterogenee, età differenti così come i fisici, velate o completamente nude, algide nelle pose e negli sguardi, pochissimi i movimenti. Ancora una volta il corpo femminile è protagonista per l’artista che esibisce l’annullamento delle differenze e delle qualità del corpo fisico, moltiplicando su di esso un prototipo astratto. La serie di corpi rigidi e azzerati proposti dalla poetica del vuoto di Beecroft moltiplica l’effetto di “museificazione” del corpo vivente attraverso un’ambiguità che è insita nella fissità e nel candore del corpo classico. Donne che sembrano essere manichini viventi, simulacri che non hanno nulla da offrire se non l’esposizione del proprio corpo mostrato ad un pubblico anch’esso impassibile.

Tornando alla mostra, tra le mini-sezioni che la strutturano, di particolare interesse è quella dedicata al rapporto tra arte e moda (Arty). Vestiti che sono veri e propri capolavori tridimensionali, ispirati ai quadri di Fontana, Burri, Capogrossi, Accardi, Alviani che gli fanno da contraltare in un allestimento raffinato e per nulla banale. Chi andrà a visitare questa mostra non potrà non porsi la domanda se la moda possa essere realmente considerata una forma di arte. Come è facile immaginare, il rapporto tra arte e moda è da sempre complesso e tutt’altro che univoco. Numerosi sono gli esempi di stilisti che hanno vissuto e vivono tutt’ora la loro creatività sul crinale tra arte e moda. Primo fra tutti Roberto Capucci con i suoi abiti-scultura (in mostra il bellissimo abito Azelea Rosa del 1961) che evolvono lo stile in ricerca artistica nella elaborazione di linee e forme traslate nella materia. In mostra anche lo splendido Omaggio a Burri (1969), un cappotto nero con delle applicazioni di panno bianco a formare delle crepe aperte ispirato ai celebri Cretti. La mostra rivela anche la partecipazione degli stessi artisti nel circuito della moda, come Lucio Fontana, che nel 1961 disegnò per Bruna Bini e Giuseppe Telese abiti derivati dalle Attese; fonte d’ispirazione anche per Mila Schön quando realizza il Cappotto in tela di lana (1969). Dunque la mostra evidenzia le frequenti collaborazioni tra artisti e stilisti. Tra le più riuscite sicuramente si annovera quella tra Germana Marucelli e Getulio Alviani, che insieme realizzano le collezioni Optical (1965) e Alluminio (1968). È questo infatti il decennio in cui moda e arte stringono un rapporto quasi simbiotico, una sincronia estetica compiuta grazie alla profonda mutazione sociale, culturale ed economica. L’Optical style marcia all’unisono con l’Optical art inaugurando un taglio sintetico e funzionale, eliminando gli orpelli per stare al passo con l’era delle macchine. Il contrasto del Bianco e Nero (titolo di una sezione della mostra) che caratterizza molte collezioni di quegli anni, da luogo ad un’immagine fatta di geometrie pure e rigorose come i contemporanei ambienti di Biasi, Boriani e Colombo. Così Capucci crea nel 1965 Omaggio a Vasarely, un abito scultura ispirato ai celebri lavori dell’artista ungherese, e le sorelle Fontana presentano nel 1969 la collezione Sbarco sulla Luna, abiti di ispirazione futuristico-spaziale dalle forme geometriche. Sono questi i primi esempi di moda optical in cui l’abito diviene una superficie mobile per eccellenza, grazie ai giochi ottici che si sviluppano all’infinito.

Per concludere, qual è l’elemento che differenzia l’arte dalla moda? Fino a qualche tempo fa si pensava che l’arte visiva si distinguesse dalla moda per la sua peculiarità di non passare mai di moda. Ciò che definisce la moda è la discontinuità che demarca la sua attualità o inattualità. Elsa Schiaparelli affermava che disegnare abiti non è una professione ma un’arte. Ciononostante, secondo la celebre stilista, la moda è una delle arti più difficili e deludenti perché appena il vestito è nato, già appartiene al passato. Questa mostra dimostra che gli abiti possono essere fruiti all’interno di un museo come vere e proprie opere d’arte e l’accostamento a queste non li rende meno preziosi.

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