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Tris di mostre alla Gnam

Grande stagione di eventi per la Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea di Roma che ieri sera ha inaugurato un tris di mostre molto diverse tra loro. E con queste sono cinque in tutto le nuove offerte culturali della galleria, che vanno ad aggiungersi al recente allestimento che ha rinnovato le sale del museo e ne ha modernizzato l’aspetto, svecchiando poco a poco il suo assetto tradizionale. La Gnam si dirige sempre di più sul versante del contemporaneo, nonostante il suo pubblico sia ancora formato prevalentemente da habitué di una certa età che da tempo immemore presenziano fedelmente a ogni vernissage. Ad accogliere i visitatori l’installazione Filo rosso di Paola Grossi Gondi, stabilmente nella hall del museo fino all’anno prossimo, che consiste in una struttura rossa tubolare che, in maniera sinuosa, si flette e si intreccia contornando i bordi dell’entrata. E subito a sinistra una rassegna piccola, ma ben ragionata, curata da Mariastella Margozzi, che raccoglie Ventisette artisti e una rivista, che è anche il titolo di questa esposizione. Sono difatto presentate le copertine d’autore pubblicate dalla rivista di studi sulla comunicazione Mass Media, fondata nel 1982, a cui presero parte tutti gli artisti più importanti del secondo Novecento italiano, tra cui Carla Accardi, Achille Perilli, Pietro Consagra, Bruno Munari.

Una volta attraversata la sala centrale dal pavimento specchiato di Alfredo Pirri, che accoglie sulle sue pareti i video del Ritratto continuo di Francesca Montinaro, si giunge alla mostra curata da Massimo Mininni in collaborazione con Stefano Marson, Interni d’artista, che fa parte del ciclo le storie dell’arte: Grandi nuclei d’arte Moderna. L’idea del progetto è nata dal desiderio di dare la massima visibilità alle acquisizioni e donazioni della Gnam, molte delle quali sono entrate a far parte delle collezioni direttamente dagli studi d’artista. In particolar modo Interni d’artista costituisce un intelligente tentativo di ricostruire in maniera evocativa gli ambienti della sfera privata e intima oppure aperti e teatrali. Quest’ultimo è il caso del palcoscenico teatrale di Alik Cavaliere, donato nel 2001 alla Gnam e installato per la prima volta nelle sale del museo. Presente all’inaugurazione la moglie dell’artista, Adriana Cavaliere, che ci ha così spiegato l’opera: «Sono molto contenta che sia finalmente esposta quest’opera che rappresenta il potere, in tutte le sue vesti e le sue vittime, in un processo in cui la natura è capovolta e specchiata. La parte sonora consiste in una serie di estratti dai testi di William Shakespeare, autore fondamentale nella vita dell’artista». Si prosegue con la ricostruzione scenica di altri atelier, quello di Giacomo Balla, Ferruccio Ferrazzi, Marino Mazzacurati. Domenico Morelli, Filippo Palizzi e Giuseppe Capogrossi, in cui tavole da disegno, cavalletti, lettere e foto originali si susseguono nelle stanze del primo piano. In una delle stanze è stato montato anche un videodocumentario che proietta la storia degli atelier d’artista

Passando per l’esposizione D’après Rodin, inaugurata già da un mese, in concomitanza con la mostra Rodin, Il marmo, la vita presso il Museo Nazionale Romano alle Terme di Diocleziano, si arriva alle scale che conducono al primo piano all’ultima mostra in corso. Si tratta di Bende sacre dell’artista napoletana Isabella Ducrot che, pur nella nobile pretesa spirituale del suo lavoro, si rivela un po’ monotematica. Per più di vent’anni l’artista ha raccolto nei luoghi di pellegrinaggio del Tibet le garze bianche di seta che rappresentano una civiltà a rischio di scomparsa, impastate e irrigidite dalla pasta di riso che venivano messe sulle spalle delle statue sacre di Buddha. A metà strada tra desiderio di ripercorrere la memoria di luoghi storici e allo stesso tempo di raccontare testimonianze in una sorta di diario personale.

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