Italia in scena: il patrimonio culturale cerca nuovi protagonisti

La riforma del Codice dei beni culturali punta a rafforzare il ruolo di imprese, associazioni ed enti del Terzo settore nella valorizzazione del patrimonio pubblico. L'avvocato Andrea Grappelli ne analizza strumenti, opportunità e sfide applicative

Lo scorso aprile è entrata in vigore la Legge n. 40/2026 che introduce importanti modifiche al Codice dei beni culturali e del paesaggio. L’obiettivo dichiarato è favorire nuove forme di partecipazione alla valorizzazione del patrimonio culturale pubblico, attraverso strumenti di censimento, monitoraggio e collaborazione tra amministrazioni e soggetti privati. Una riforma ambiziosa che guarda non soltanto alla conservazione dei beni, ma soprattutto alla loro effettiva fruizione e alla capacità di generare valore culturale per le comunità. Ne parliamo con Andrea Grappelli, partner e responsabile del dipartimento di diritto amministrativo di Morri Rossetti & Franzosi.

La riforma sembra voler spostare l’attenzione dalla semplice tutela del bene alla sua effettiva valorizzazione. È questa la novità principale?

Sì, e probabilmente è anche l’aspetto più interessante della riforma. Quando si parla di valorizzazione del patrimonio culturale si pensa spesso soltanto alla conservazione dei beni, mentre il concetto è molto più ampio: significa renderli conosciuti, accessibili e parte della vita delle persone.

La Legge n. 40/2026 rafforza proprio questa impostazione. L’idea di fondo è che la cura del patrimonio culturale non debba essere considerata una responsabilità esclusiva delle amministrazioni pubbliche. Al contrario, cittadini, associazioni, imprese ed enti del Terzo settore possono contribuire in modo significativo alla valorizzazione dei beni culturali. In questo senso la riforma prova a spostare il baricentro dal bene in sé al rapporto tra il bene e la comunità che lo vive, lo utilizza e se ne prende cura.

Uno degli strumenti più innovativi è l’Anagrafe digitale dei luoghi della cultura. Quale funzione dovrebbe svolgere?

L’obiettivo dell’Anagrafe digitale è raccogliere informazioni non soltanto sui beni culturali pubblici, ma anche sulle modalità con cui vengono gestiti e resi accessibili al pubblico.

La vera novità è che l’attenzione non si concentra esclusivamente sul valore storico o artistico del bene, bensì sulla sua capacità di essere concretamente fruito. L’Anagrafe dovrebbe consentire di individuare situazioni di sottoutilizzo, carenze gestionali o difficoltà nella valorizzazione, fornendo così una fotografia più completa dello stato del patrimonio culturale. Si tratta potenzialmente di uno strumento molto importante perché può far emergere opportunità che oggi restano spesso invisibili agli operatori interessati a investire nella cultura

Può davvero rappresentare un’opportunità per aprire il patrimonio pubblico a nuove progettualità?

Potenzialmente sì. Rendere trasparente lo stato di utilizzo dei beni culturali significa anche creare le condizioni affinché soggetti privati possano proporre nuove iniziative di valorizzazione. Tuttavia, ritengo opportuno mantenere una certa cautela. La norma introduce un obbligo di censimento e raccolta dei dati, ma non impone alle amministrazioni di attivare automaticamente percorsi di valorizzazione. Per questo motivo la sfida non sarà tanto costruire la banca dati, quanto fare in modo che le informazioni raccolte diventino realmente uno strumento operativo e non si trasformino in un mero adempimento amministrativo. La differenza la farà la fase attuativa.

Come si coordinerà l’Anagrafe con il Catalogo generale dei beni culturali già esistente?

I due strumenti svolgono funzioni diverse e complementari. Il Catalogo generale dei beni culturali è orientato principalmente alla conoscenza del bene: ne descrive caratteristiche, storia, attribuzione, stato di conservazione e rilevanza culturale.

L’Anagrafe digitale, invece, guarda soprattutto alla gestione del bene e alla sua effettiva fruizione. Si interessa quindi a come il patrimonio viene utilizzato, a quali modelli gestionali siano stati adottati e ai risultati che tali modelli producono. In altre parole, il Catalogo racconta il bene culturale; l’Anagrafe dovrebbe raccontare come quel bene vive e viene valorizzato. Resta però ancora aperta la questione del coordinamento tra i due sistemi, che dipenderà dai provvedimenti attuativi previsti dalla riforma.

La legge introduce anche l’Albo della sussidiarietà orizzontale. Perché è importante?

Perché rappresenta uno strumento destinato a favorire l’incontro tra amministrazioni pubbliche e soggetti interessati a partecipare ai processi di valorizzazione. Attraverso l’Albo, imprese, associazioni, fondazioni ed altri operatori potranno manifestare il proprio interesse a gestire beni culturali pubblici o a partecipare a programmi di valorizzazione.

È importante precisare che l’iscrizione non attribuirà alcun diritto automatico all’affidamento di un bene. L’obiettivo è piuttosto garantire maggiore trasparenza, visibilità e accessibilità alle opportunità che si renderanno disponibili. Se correttamente attuato, l’Albo potrebbe contribuire a creare un ecosistema più aperto e partecipativo attorno alla gestione del patrimonio culturale pubblico.

Al centro della riforma c’è anche la strategia nazionale “Italia in scena”. Qual è la sua ambizione?

“Italia in scena” rappresenta la visione complessiva che ispira l’intervento legislativo. L’obiettivo è definire una strategia nazionale capace di rendere più accessibili e fruibili i beni culturali, con particolare attenzione alle aree interne, ai piccoli comuni e ai territori meno coinvolti nei grandi circuiti culturali.

La riforma punta inoltre a rafforzare il ruolo dei soggetti privati nella valorizzazione del patrimonio, promuovere nuove forme di collaborazione pubblico-privato e incentivare iniziative di comunicazione e promozione culturale anche a livello internazionale. Si tratta di un progetto ambizioso che, almeno nelle intenzioni del legislatore, vuole trasformare la valorizzazione del patrimonio culturale in una politica strutturale e non episodica.

Quali sono le principali opportunità per gli operatori privati?

La riforma amplia gli strumenti attraverso cui soggetti privati ed enti del Terzo settore possono collaborare con le amministrazioni pubbliche. Esistono formule aperte a una platea molto ampia di operatori e altre espressamente pensate per organizzazioni del Terzo settore impegnate nella tutela e valorizzazione del patrimonio culturale.

L’elemento comune è la ricerca di procedure più snelle rispetto ai tradizionali percorsi amministrativi, pur mantenendo le necessarie garanzie di trasparenza e concorrenza. Per molti operatori del settore culturale questo potrebbe tradursi in maggiori opportunità progettuali e in un accesso più agevole a iniziative di recupero, gestione e valorizzazione di beni pubblici.

Esistono anche delle criticità?

La principale riguarda i tempi di attuazione. Molti degli strumenti introdotti dalla riforma richiedono infatti l’adozione di successivi provvedimenti attuativi che dovranno definire modalità operative, requisiti di partecipazione e criteri di funzionamento.

Solo quando Anagrafe e Albo saranno effettivamente operativi sarà possibile comprendere se la riforma riuscirà a tradurre le proprie ambizioni in risultati concreti. Chi guarda con interesse alle nuove opportunità dovrà quindi seguire con attenzione questa fase di implementazione, perché sarà proprio lì che si misurerà il successo della strategia “Italia in scena”.

Responsabile del Dipartimento di Diritto Amministrativo di Morri Rossetti & Franzosi, l’avv. Andrea Grappelli è specializzato nel settore degli appalti pubblici e concessioni e ha maturato una consolidata esperienza operando nell’ambito di concessioni autostradali, portuali e aeroportuali, di progetti di riqualificazione urbana e di ex aree industriali, nonché nell’ambito di appalti di servizi e forniture nel settore sanitario e nuove tecnologie. Ha collaborato con primari studi nazionali. Cassazionista, Andrea si è laureato in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Docente alla LUISS, collabora anche con Scuole di specializzazione, tra cui la 24ORE Business School nell’ambito del Master sul “Management del settore Sanità, Pharma e Biomed” e con la School of Law della LUISS nel “Master in Diritto Penale d’Impresa”; è autore di varie pubblicazioni di settore, nonché Presidente della “Camera degli Avvocati Amministrativisti di Roma”.