Improvvisamente

Dall’armolodia di Ornette Coleman alla pittura di Jackson Pollock, dall’ispirazione raccontata da Stefan Zweig alla libertà creativa di Warhol, Beuys e Pistoletto: un viaggio nell’improvvisazione come scintilla dell’atto artistico

improvviṡazióne s.f. [der. di improvvisare]. –  1. L’atto, il fatto d’improvvisare: i. di un discorso, di un sonetto, di una mazurca al pianoforte, di una parodia, di una scenetta comica. Usato assol., arte e uso di comporre versi all’improvviso, senza preparazione e meditazione, o di comporre musica nell’atto stesso di eseguirla: avere attitudine all’i.; nel fuoco, nell’ardore dell’improvvisazione. Include talora un giudizio negativo, denotando la frettolosità, la mancanza di studio o di meditazione, se non anche la faciloneria (…). 2. L’opera stessa, letteraria o musicale (raram. figurativa), che si compone improvvisando (…)

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  1. Improvvisazione

“Non ho mai cercato di suonare la musica del mio tempo

Ho sempre cercato di pormi al di fuori del tempo”

(Ornette Coleman)

Il primo significato di improvvisazione è “l’atto, il fatto d’improvvisare”, derivante da “frettolosità, mancanza di studio o di meditazione, se non anche faciloneria”.

Quanto è attuale l’improvvisazione? Quante persone improvvisano quotidianamente nella vita professionale e, ahimè, nei rapporti personali? In quello che fanno, dicono e scrivono senza pensare, nel modo in cui si pongono nei confronti dell’altr@, senza considerare che modi e parole hanno conseguenze.

Intanto che problema c’è? E quand’anche ci fosse un problema, non li riguarda. Esempi? Semplice, capi di stato che cambiano orientamento politico, economico e sociale (e in alcuni casi i confini territoriali di certi paesi) a giorni alterni, creando un modello di comportamento seguito dai più, per poi arrivare a lamentarsi della instabilità e incertezza della situazione geopolitica globale, dove vige la legge del più forte e l’economia è contraddistinta dalla massima volatilità.

Si parla di una tattica di c.d. “chaos by design”, ma è improvvisazione pura: più hanno potere più improvvisano, specie quelli che hanno avuto il potere “improvvisamente”, senza saperlo gestire.

E’ iniziata l’Era della Imprevedibilità.

  • Free Jazz – A collective improvisation

Il secondo significato di improvvisazione è “arte e uso di comporre versi all’improvviso, senza preparazione e meditazione, o di comporre musica nell’atto stesso di eseguirla”.

Comporre musica nell’atto stesso di eseguirla: nell’estate del 1960 il sassofonista Ornette Coleman organizza sedute di registrazione in cui “esprimevamo le nostre idee ed emozioni il più possibile attraverso l’elettronica”, spiega Coleman. E gli “electronics” negli Anni 60 erano più efficienti e diretti nel catturare sentimenti ed emozioni rispetto a quelli di oggi.

Il 21 dicembre 1960 Ornette Coleman incide “Free Jazz” con un doppio quartetto, stereofonicamente: sul canale di sinistra si ascoltano Ornette Coleman, Don Cherry, Scott LoFaro e Billy Higgins, mentre sul canale di destra Eric Dolphy, Freddie Hubbard, Charlie Haden ed Ed Blackwell.

“Free Jazz” viene registrato in un’unica sessione (“take”) di 38 minuti e 23 secondi, senza alcuna interruzione, masterizzata così come è stata suonata dal doppio quartetto, nessuno “splicing or editing”: un disco realizzato in poco più di mezzora di improvvisazione pura che dà inizio a un nuovo stile musicale.

Coleman a inizio registrazione invita il doppio quartetto a cercare di “(…)  riprodurre la musica e non il sottofondo (…) poiché la musica dovrebbe esprimere direttamente e immediatamente le nostre idee e le nostre emozioni, anziché fare da sfondo a idee ed emozioni”.

E continua spiegando che “in musica abbiamo quello che è conosciuto come melodia, armonia, movimenti, ritmo e dinamiche, e quello che normalmente si intende per contrappunto. Ma, di fondo, l’armolodia ha a che fare soltanto con tutto quanto sia uguale istantaneamente. Non hai bisogno di avere una melodia per avere armonia, non hai bisogno di avere un’armonia per avere una melodia, non hai bisogno di avere un ritmo per avere tempo, non hai bisogno di dinamiche per avere una forma. In altri termini, l’armolodia sta al suono come il parlare sta alla lingua. Tu non parli con la lingua: con la lingua ti limiti a formulare le parole”.

  • Una musica spontanea e piena di humour

In uno dei suoi “Racconti in Jazz”, Murakami Haruki narra che[1] “All’inizio degli anni Novanta Ornette Coleman è venuto in Giappone insieme alla sua band, di cui faceva parte anche suo figlio, e ha tenuto un concerto all’aperto nel parco di divertimenti Yomiuri Land, nel quartiere di Ta-ma a Tokyo. Era una domenica pomeriggio, e io ho assistito al concerto bevendo tranquillamente una birra. Con mia grande sorpresa, e al tempo stesso con un senso di disorientamento, dovevo constatare che Ornette Coleman suonava in modo spontaneo e pieno di humour. Perché fino ad allora avevo sempre nutrito la ferma convinzione (come probabilmente la maggior parte delle persone) che Coleman fosse invece provocatorio e intellettuale, fondamentalmente difficile da capire”.

Come si fa a ricominciare a improvvisare in quello stesso “modo spontaneo e pieno di humor”, con la stessa sensazione di sorpresa e disorientamento che prova Murakami dovendo ricredersi circa il fatto che la musica di Coleman fosse intellettuale e difficile da capire? Come riuscire a prendere la vita con la leggerezza di Italo Calvino, “(…) leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”?

  • Il mistero della creazione artistica

“Fra gli innumerevoli enigmi insolubili del mondo, quello della creazione rimane per sempre il più profondo e il più misterioso. Persino il poeta, persino il musicista, sarà più tardi incapace di spiegare l’istante della sua ispirazione”

(Stefan Zweig, “Il mondo di ieri”)

Altro significato di improvvisazione è “l’opera letteraria o musicale (…), che si compone improvvisando”.

Uno dei migliori esempi di estemporaneità dell’azione creativa nell’arte moderna è “White Light”, la tela di Jackson Pollock del 1954 (oggi nella collezione del MOMA di New York), che Ornette Coleman sceglie per la copertina di “Free Jazz”, perfetta raffigurazione della sua musica espressione di sentimenti ed emozioni.

Jackson Pollock, “White Light”, Tecnica mista su tela, 122,4×96, 9, 1954

Quanta parte ha l’improvvisazione nella realizzazione di un’opera d’arte, figurativa, scultorea, letteraria o musicale che sia?

Nella conferenza “Il mistero della creazione” tenutasi a New York nel 1939, Stefan Zweig definisce il processo creativo come un fenomeno divino: “qualcosa viene alla luce all’improvviso per sopravvivere a questo e a tutti i tempi”. Di tanto in tanto possiamo sperimentarlo nell’ambito dell’arte, nel momento in cui una persona qualunque all’improvviso riesce a fare “qualcosa” che a tutti noi è negato, così sconfiggendo il tempo[2].

Il concepimento di un’opera d’arte è un processo interiore, che parte dal “non – essere presente” dell’artista, un vero e proprio distacco da sé stess@ per trovarsi come in uno stato di trance. Dove? All’interno della sua opera.

Zweig definisce questo momento iniziale “inspiratio”, cui segue la trasposizione dell’idea dal mondo spirituale al mondo sensibile, dalla visione alla realtà, attraverso il lavoro preparatorio dell’opera d’arte e un continuo lavoro di ricerca, accompagnato dalla tecnica acquisita negli anni dall’artista.

L’ispirazione improvvisa da un lato, il lavoro intellettuale di studio e tecnica dell’altro, sono i due poli che producono la “scarica creativa”: inconsapevolezza e consapevolezza, ispirazione e tecnica, ebbrezza e sobrietà, due estremi tra i quali l’artista deve trovare un giusto equilibrio creativo, cercando sempre di rimanere totalmente liber@ da vincoli di forma, estetica o mercato.

L’idea che dall’incontro di due elementi opposti non nasca una semplice somma, ma un terzo elemento completamente nuovo ed evoluto, è alla base della “Formula della Creazione” di Michelangelo Pistoletto, sintetizzato nell’equazione (1 + 1 = 3), i cui tre elementi sono rappresentati dai tre cerchi della sua opera d’arte del Terzo Paradiso[3].

  • La parola agli artisti

“Il Terzo Paradiso è il grande mito che porta ognuno di noi ad assumere una personale responsabilità nella visione globale”. A partire dal 2003, Pistoletto invita ogni persona a prendere parte alla sua opera collettiva e in continuo divenire, assumendo il ruolo di “giardiniere”: dal momento che il termine “paradiso” deriva dall’antica lingua persiana e significa “giardino protetto”, tutti noi siamo i giardinieri che devono proteggere questo pianeta e curare la società umana che lo abita[4].

In tal senso, già Joseph Beuys diceva che “ogni persona è un artista”, ampliando il concetto di arte verso una nuova idea di creatività umana, non più circoscritta alla sola manifestazione artistica, ma estesa ad altre discipline, in primo luogo la politica e l’economia, e con esse tutte le problematiche sociali che necessitano di una reale e radicale trasformazione[5]. “Durante i miei studi in Accademia, ho scoperto che la domanda sulla scintilla e sulla fonte dell’arte, sull’esigenza del mondo di progredire ed evolvere tramite l’arte, doveva in definitiva rimanere irrisolta”.

Un po’ di calviniana “leggerezza”? Ecco un suggerimento di Andy Warhol: “non pensare di fare arte, falla e basta. Lascia che siano gli altri a decidere se è buona o cattiva, se gli piaccia o gli faccia schifo. Intanto mentre gli altri sono lì a decidere tu fai ancora più arte”. Nell’esergo del capitolo “Art” in “The Philosophy of Andy Warhol (From A to B and Back Again)”, troviamo un’altra preziosa indicazione del maestro della pop art[6]: “Prendi un po’ di cioccolato … prendi due fette di pane … metti la caramella al centro e ne fai un panino. Questa sarebbe una torta”, senza dimenticare che per spiegare cosa  fosse alla base di tutta la sua attività della Factory, Warhol diceva che “far soldi è arte, lavorare è arte e fare affari è la miglior arte possibile”.

Andy Warhol, “Making Money Is Art”

Passando dalla pop art alla musica, David Byrne mette in discussione l’idea che l’opera d’arte possa nascere solo dall’ispirazione divina, considerando la creatività un processo pratico, adattabile e fortemente influenzato dal contesto[7]. “Ho avuto un’intuizione molto lenta a farsi strada sulla creazione. Quell’intuizione è che il contesto determina in gran parte ciò che viene scritto, dipinto, scolpito, cantato o eseguito (…). Sembra che la creatività (…) sia tanto adattiva quanto qualsiasi altra cosa. Il genio – l’emergere di un’opera veramente notevole e memorabile – sembra apparire quando una cosa è perfettamente adatta al suo contesto”. Byrne sostiene che per fare musica “puoi prendere di tutto – suoni della strada, noi che stiamo parlando, quello che vuoi – e renderlo musica organizzandolo. (…) L’atto di fare musica, vestiti, arte o persino cibo ha un effetto molto diverso, e possibilmente più benefico, su di noi rispetto al semplice consumare quelle cose.”

  • Una collezione di opere armolodiche

Ispirazione e improvvisazione danno luogo alla “estemporaneità dell’azione creativa”, che non sempre basta a far nascere un’opera d’arte, considerando che studio, ricerca e tecnica, senza dimenticare il “contesto”, fanno parte di quello che Stefan Zweig definisce il “mistero della creazione”, o meglio i “mille misteri” del processo creativo, conclude lo stesso Zweig, in linea con la “domanda sulla scintilla e la fonte dell’arte” di Joseph Beuys rimasta irrisolta.

Goethe diceva che “non si conosce un’opera d’arte se la si vede solamente finita, ma bisogna averla conosciuta anche nel suo divenire”. Solo stando al fianco dell’artista si può veramente cogliere l’atto creativo, “(…) quell’indescrivibile momento in cui, all’interno di noi esseri umani, il limite terreno delle cose effimere finisce e l’eterno ha inizio”, citando Zweig.

Un nuovo “double quartet” di artisti rappresenterà con pittura, scultura, fotografia e performance l’armolodia di Ornette Coleman, in una versione Anni 20.5 non molto diversa dagli Anni 60, raccontando come nasce una loro opera nell’attuale contesto geopolitico e geoeconomico dove libertà, diritti umani e ambiente, convivono (o dovrebbero convivere) con sostenibilità, innovazione e intelligenza artificiale. Da Ornette Coleman, John Coltrane e Sonny Rollins e il Movimento Black Power di Martin Luther King e Malcom X negli Anni 60 fino ad arrivare a oggi con Kamasi Washington e il Movimento Black Lives Matter, il jazz ha sempre accompagnato temi politici e sociali, lotte per i diritti civili e antirazziste in primis, a partire dagli Stati Uniti per espandersi in tutto il mondo.

Goethe diceva: “Le parole sono belle, ma le opere parlano”. La parola agli artisti …

Sergi Barnils – Edoardo Marcenaro, “Llibres!”, tecnica mista su carta 70×100, 2016

[1] Murakami Haruki – Wada Makoto, “Ritratti in jazz”, Einaudi, pagg. 166 ss.

[2] Stefan Zweig, “Il mistero della creazione artistica”, Pagine d’Arte, 2018

[3] Michelangelo Pistoletto, “La Formula della Creazione”, Cittadellarte, 2022

[4] www.terzoparadiso.org

[5] Joseph Beuys, “Cos’è l’arte?”, a cura di Volker Harlan, (etcetera), Castelvecchi, 2015

[6] Andy Warhol,”The Philosophy of Andy Warhol (From A to B and Back Again)”, 1975

[7] David Byrne, How Music Works, Goodreads, 2013