Per la prima volta nella sua storia, la Biennale de l’Image en Mouvement cambia geografia e lascia la Svizzera. Dal 24 ottobre al 22 novembre 2026 la manifestazione approderà a Tunisi, trasformando quella che potrebbe sembrare una semplice trasferta in una scelta curatoriale e politica ben più significativa.
Lo spostamento avviene mentre il Centre d’Art Contemporain Genève, sede storica della manifestazione, è chiuso per lavori di ristrutturazione fino al 2029. Ma l’arrivo nella capitale tunisina non nasce soltanto da una necessità logistica. La nuova edizione punta infatti a ripensare il baricentro della Biennale, mettendo in relazione il Mediterraneo con il Sud globale e costruendo un dialogo diretto tra istituzioni, artisti e contesti culturali differenti.
Il progetto prende forma nell’ambito di Jaou Tunis, piattaforma fondata nel 2013 dalla Kamel Lazaar Foundation e dedicata alla produzione artistica contemporanea, con una particolare attenzione alle prospettive provenienti dall’Africa, dal mondo arabo e più in generale dal Sud globale. La collaborazione con il Centre d’Art Contemporain Genève mette così in contatto due realtà accomunate dall’interesse per pratiche artistiche capaci di leggere criticamente le trasformazioni politiche, sociali e tecnologiche del presente.

Chi sono i protagonisti della Biennale a Tunisi
L’edizione 2026 è curata da Lina Lazaar e Andrea Bellini, con un comitato di selezione composto da Mohamed Almusibli, Shumon Basar, Fatma Cheffi, Adam HajYahia, Xue Tan ed Eyal Weizman. Accanto alla mostra saranno sviluppati un programma pubblico e una pubblicazione realizzata congiuntamente dalle istituzioni coinvolte. Dopo l’appuntamento tunisino, il progetto proseguirà inoltre in tre sedi europee, ampliando ulteriormente la dimensione internazionale della Biennale.
La selezione degli artisti compone una geografia volutamente ampia e non gerarchica. Africa, Medio Oriente, Europa, Asia e Americhe convivono all’interno di un programma in cui l’immagine in movimento diventa strumento per affrontare temi come memoria, esilio, identità, eredità coloniali, intelligenza artificiale, crisi ecologica e rapporti di potere.
Tra gli artisti invitati figura Tabarak Allah Abbas, nata nel Vallese da una famiglia di origine irachena e residente a Ginevra, che utilizza il video per lavorare sulle zone instabili tra memoria, provenienza ed esperienza dell’esilio. Il tunisino Younès Ben Slimane, classe 1992, costruisce invece film nei quali architettura, storia e linguaggio cinematografico diventano strumenti per produrre nuove letture del passato coloniale. Sulla memoria e sulla costruzione dell’identità interviene anche Mona Benyamin, attiva tra Haifa e New York, mentre l’artista e ricercatrice costaricana S.A. Chavarría porta nella Biennale una pratica che intreccia tecnologia, intelligenza artificiale e linguaggio.
Archivi, colonialismo e immagini del potere
Uno dei fili più evidenti dell’edizione riguarda il modo in cui le immagini producono e conservano il potere. La scrittrice e filmmaker sudanese Leena Habiballa lavora sugli archivi cinematografici coloniali, interrogandone la funzione originaria e tentando di rovesciarne le logiche attraverso nuove forme di montaggio e interpretazione. La regista e artista libanese Alaa Mansour, nata a Kinshasa e attiva tra Parigi e Beirut, concentra invece la propria ricerca sulle rappresentazioni della violenza, sulla necropolitica e sul rapporto ambiguo tra fascinazione delle immagini e costruzione del potere.
Su un altro versante si muove Hajra Waheed, artista canadese residente a Montréal, che analizza sicurezza, sorveglianza e reti invisibili di controllo, collegandole ai traumi prodotti dalla violenza coloniale e statale. La filmmaker palestinese Sarah Zeryab, residente a Berlino, recupera infine la tradizione del cinema rivoluzionario palestinese per interrogare frattura, esilio e resistenza attraverso il concetto di “immagine militante”.
Tecnologia, corpi e mondi non umani
Accanto alla dimensione politica e postcoloniale emerge una seconda traiettoria, legata al rapporto tra umano, tecnologia e ambiente. Roman Selim Khereddine, nato a Zurigo nel 1989, prende le relazioni gerarchiche tra esseri umani e animali come punto di partenza per osservare modelli più ampi di sfruttamento sociale. La ricerca dell’indonesiana Natasha Tontey si muove invece tra miti, conoscenze indigene, paure collettive e possibili futuri alternativi, costruiti a partire dal punto di vista di soggetti ed entità tradizionalmente marginalizzati.
L’artista brasiliana Castiel Vitorino Brasileiro intreccia arte, scrittura e psicologia clinica, lavorando sui concetti di trasformazione, spiritualità e appartenenza ancestrale. Nel lavoro della statunitense Diane Severin Nguyen, fotografia e immagini in movimento mettono in collisione materiali naturali, oggetti artificiali e codici della cultura digitale, fino a rendere instabili categorie come autentico e artificiale, attrazione e repulsione.

Una costellazione internazionale
Il programma comprende anche Zein Majali, artista giordano-palestinese residente a Londra, che indaga l’incontro tra tecnologia e geopolitica nel Medio Oriente contemporaneo; il brasiliano Paulo Nazareth, la cui pratica fonde vita, viaggio, partecipazione e riflessione sulle disuguaglianze; Liv Schulman, attiva tra Parigi e Buenos Aires, che utilizza cinema, performance e scrittura per interrogare la posizione dell’individuo nello spazio politico; e Hildegard Titus, artista namibiana che attraversa fotografia, cinema e fotogiornalismo lavorando su genere, identità, razza e cultura.
Il risultato è una Biennale in cui il video e il cinema non sono considerati semplicemente mezzi espressivi. Diventano piuttosto territori nei quali si confrontano memorie incompatibili, identità in trasformazione, conflitti politici e nuovi modelli tecnologici.


