L’esposizione Vincenzo Agnetti – Mostra Premio Pascali 1973 alla Fondazione Pino Pascali in collaborazione con l’Archivio Vincenzo Agnetti, riporta come un’equazione alcalina Agnetti, da Pascali, al mare. Ricostruzione e rievocazione rispettivamente filologica e contestuale della pratica di Agnetti si innestano tra ipotesi e vaticinio: cento anni dopo essere nato, «lasciare i relitti e nuotare vigorosamente».
In Agnetti le ipotesi sono un catasto condizionato all’orizzonte, sotto il senso, sopra il segno. L’orizzonte obbedisce al comandamento dell’ipotesi: dal greco antico ὑπόθεσις, letteralmente «porre sotto», l’orizzonte è rudimentale e forma, un sotto soltanto credo. Dentro una stanza di mezzo, la ruggine è il destino di un Amleto ossidato dalla parola. Progetto per un Amleto politico (1973) è un’operazione di smantellamento semantico e disfacimento del potere. Sette punti alfabetici come sette i giorni della creazione per privare Amleto del dubbio: Agnetti toglie al soggetto il dubbio, non al dilemma l’oggetto. Una scenografia di Teatro Statico impiantata sul vuoto di un palchetto senza suolo o di un trono senza seduta, circondato da 45 bandiere incorniciate di diverse nazioni mentre la voce di Agnetti – registrata e riprodotta su nastro – recita ad intonazione modulata il monologo shakespeariano ridotto esclusivamente a sequenza numerica decimale: assolutezza del numero, dissolutezza del potere.


Nella breccia tra lingua e diastema, il numero è dieci volte vertigine, infinito, intonazione. Amleto non è più l’amletico, ma uno qualsiasi che arringa la folla con un comizio niveo sprovvisto di significati poiché sprovvista è la fede riposta negli stessi. Ad ogni costo azzeramento e riduzione, una prassi di sintesi chimica in cui la parola diventa lampo e segnaletica. Linguaggio e potere coincidono nell’abuso e nell’ambiguità sciogliendo la coscienza disgiuntiva. Agnetti li ricongiunge nella crisi: incrinare il senso è l’inciampo sulle velleità di una parola tradita dalla sua traduzione. Amleto è politico perché fa collassare la sintassi nelle pretese universali di una lingua ufficiale, cariatide e carie di un potere simbolico, legittimato monopolio di Stato. In Tavola di Dario tradotta in tutte le lingue (1973) Agnetti sostituisce i caratteri cuneiformi delle tavolette elamiche delle fortificazioni di Persepoli con numeri. Ebbene, la sovversione politica presuppone una sovversione cognitiva compiuta traducendo l’oligarchia di una promessa in stato di diritto.
Quella di Agnetti è una teologia negativa che procede per ossimori e oblio. Dimenticare a memoria è l’esilio del significato nell’esatto punto in cui «ritroveremo nella memoria liberata lo spazio primitivo e con esso l’indifferenza verso la cultura per la cultura e le cose per le cose». Ricordare, dunque, ha sempre a che fare con una distanza laddove il vuoto non è l’abisso, ma principio larvale e digestione: «iniziato/ di nuovo/ per/ sottoporsi/ all’origine». Esistono forme di vita comuni nella demolizione? Azzerare, bucare, sospendere, svuotare, sono l’altrimenti della rappresentazione, il sabotaggio della produzione, l’infezione nella piaga neoliberista. Esistono i numeri come esiste il pianto nel grado zero dell’umano dimenticato e ricomposto a memoria. Amleto raddoppia, Agnetti azzera, a tal punto da chiedersi se l’infinito sia appannaggio dello zero o di Dio. Resta un giardino sfrondato all’alba della negazione: «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».

Fino al 27 settembre 2026
Fondazione Pino Pascali, Polignano a Mare
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