Sarà visitabile fino al 15 settembre la mostra Giappone sul lago. Il mobile Shibayama di Villa Monastero e i kimono dalla Collezione Nancy Martin Stetson, curata da Anna Ranzi a Villa Monastero a Ravenna in collaborazione con il Gruppo Mantero Seta, azienda tessile fondata a Como nel 1902 che nel tempo ha costruito un archivio di materiali legati alla fabbricazione e alla storia dei tessuti, come campionari, volumi a stampa e, naturalmente, capi di vestiario. Proprio il Gruppo Mantero ha infatti fornito i kimono esposti in mostra, provenienti dalla collezione di Nancy Martin Stetson (collezionista, studiosa statunitense di tessuti e docente universitaria mancata a luglio 2021), entrata a far parte del patrimonio dell’azienda nel 2020.
La mostra si pone in continuità con l’esposizione Ken Scott. Moda e fiori a Villa Monastero, dedicata tra l’estate e l’autunno 2025 all’artista, stilista e designer statunitense in occasione dei trent’anni della Provincia di Lecco. Proprio entro la programmazione culturale di quest’ultima si inserisce anche l’esposizione dedicata al più famoso indumento nipponico, ospitata dalla casa-museo varennese e accompagnata da una serie di eventi collaterali, tra cui la rappresentazione dell’opera di Giacomo Puccini Madama Butterfly (1904) nel mese di luglio.

Spunto per la mostra, come spiega la curatrice nel suo saggio introduttivo al catalogo, è la recente riattribuzione del mobile giapponese, esposto presso il Salottino orientale della Villa, allo stile Shibayama, collocabile cronologicamente all’inizio del XX secolo e caratterizzato da una inconsueta forma a urna.
Il mobile si colloca nel contesto del gusto giapponista che si impone tra fine XIX e inizio XX secolo in Europa, milieu culturale ampiamente descritto anche nella mostra (alla quale è stato precedentemente dedicato un articolo) Hokusai. Il segreto dell’Onda che attraversa l’Europa, curata da Paolo Linetti e Simona Bartolena presso il Palazzo delle Paure di Lecco, e rispecchia altresì l’estetica eclettica della casa-museo varennese, originariamente monastero femminile cistercense del XII secolo e passata poi, nel corso delle epoche, per le mani di vari proprietari prima di essere aperta al pubblico nel 2003.
La mostra, dunque, espone ventiquattro kimono provenienti dalla Collezione Stetson e quattro obi (le caratteristiche cinture che chiudono i kimono), per lo più in seta e caratterizzati da stoffe variopinte e fantasie decorative talvolta astratte, talaltra figurative e caratterizzate prevalentemente da motivi fitomorfi o zoomorfi.

I kimono sono esposti nelle sale che costituiscono il percorso di visita della casa-museo e si integrano con l’arredamento, le tappezzerie e – talvolta – persino con la vegetazione che caratterizza il ricco giardino botanico attorno alla villa. Un esempio è costituito dal kimono esposto nella nicchia della finestra a sinistra sopra lo scalone d’onore che collega l’ingresso con i locali al piano superiore. Decorato con una stampa che rappresenta delle canne di bambù, l’indumento è stato strategicamente esposto proprio di fronte alla vetrata che si affaccia su un canneto della medesima pianta.
Interessante è anche la scelta di inserire alcuni kimono nella camera da letto padronale, che espone permanentemente alcuni abiti di inizio Novecento appartenuti a Rosa Curioni de Marchi, moglie dell’ultimo proprietario della Villa, Marco de Marchi, stabilendo un dialogo e un confronto tra la moda europea e quella giapponese a cavallo tra XIX e XX secolo.
Citiamo poi, solo a titolo d’esempio, cinque kimono rossi con elaborate stampe floreali che spiccano per contrasto nel caratteristico ambiente eclettico di gusto cinquecentesco della Sala Nera, stanza da pranzo della Villa collocata al piano terra.
Completano infine l’esposizione, nel Salottino orientale, anche alcuni materiali forniti dal Museo della Seta di Como (importante centro lombardo di produzione e lavorazione della seta), come la collezione di etichette per matasse di seta (inizio XX sec.), testimonianza dei rapporti commerciali tra il Giappone e la città lariana nonché della grafica industriale di inizio Novecento, e una copia del testo Ètoffes japonaises tissées et brochées, una raccolta di tavole edita nel 1913 da Maurice Pillard-Verneuil che riproducono motivi decorativi e disegni di tessuti.

A corollario dell’esposizione vi è anche una vera e propria “mostra nella mostra”, presso i locali collocati sotto la biglietteria del complesso museale di Villa Monastero, dal titolo I costumi di Madama Butterfly. Tra creatività, sostenibilità e inclusione. L’iniziativa si inserisce nell’ambito del progetto Opera Diffusa, promosso dalla Provincia di Lecco e dedicato al melodramma pucciniano di ambientazione giapponese, e coinvolge gli studenti dell’Istituto Superiore di Moda e Design ISGMD di Lecco e la Sartoria Sociale APS della Casa di Quartiere LaorcaLab.
I primi hanno realizzato alcuni costumi di scena per i personaggi dell’opera del compositore lucchese, ciascuno corredato dal proprio bozzetto preparatorio recante uno studio del personaggio, dei tessuti e dei colori. La seconda, invece, ha proposto una rielaborazione contemporanea dei kimono tradizionali, partendo dal tema della farfalla, legato naturalmente all’opera di Puccini ma anche simbolo di leggerezza, libertà e rinascita.
Complessivamente, la mostra si inserisce efficacemente nel contesto ricco e suggestivo di Villa Monastero e rappresenta un buon tentativo di valorizzazione del patrimonio storico-artistico e architettonico locale, posto in dialogo con proposte espositive temporanee che, partendo da spunti legati all’identità della casa-museo e del territorio (il gusto per il Japonisme, il patrimonio botanico della Villa, la radicata tradizione tessile locale), aprono a personalità del panorama contemporaneo internazionale (Ken Scott per la mostra dello scorso anno, Nancy Martin Stetson per l’attuale).
Si sente solo un po’ la mancanza di qualche apparato esplicativo in più dedicato alla mostra: la Villa prevede una audioguida che accompagna il visitatore tra una sala e l’altra ma per l’esposizione temporanea sono stati previsti solo un breve pannello introduttivo, posto all’ingresso della casa-museo, e le didascalie relative agli esemplari esposti, anche quest’ultime abbastanza minimali. Non vi sono per esempio, nella maggior parte dei casi, indicazioni cronologiche che permettano al visitatore di collocare nel tempo – anche solo indicativamente – gli indumenti che sta ammirando. Solo leggendo il catalogo scopriamo, grazie al saggio di Gianni Pezzani, che i kimono (più di 750) della collezione di Nancy Martin Stetson, da cui proviene la selezione presentata a Varenna, sono riconducibili a tre periodi che vanno complessivamente dal 1868 al 1945 circa.

Sempre dal medesimo saggio apprendiamo inoltre che esistono vari tipi di indumenti ascrivibili all’universo del kimono, ciascuno contraddistinto da un proprio termine giapponese specifico (per esempio, nagajuban per i sotto-kimono, haori per le giacche), oppure che per apprezzare al meglio la fantasia decorativa che caratterizza un kimono bisognerebbe ammirare il retro dell’indumento, più che la parte frontale.
Nella maggior parte dei casi, le didascalie di accompagnamento si riferiscono agli indumenti definiti kimono, salvo nei casi in cui a essere esposto è un haori o un nagajuban, senza però fornire al visitatore, già nel percorso della mostra, indicazioni terminologiche più precise su questi particolari indumenti. Senz’altro, lo spazio disponibile lungo il percorso è limitato, per via dell’abbondante arredamento presente, però qualche specifica terminologica in più potrebbe giovare al visitatore poco esperto di moda tradizionale giapponese, senza rimandare esclusivamente al catalogo della mostra che non necessariamente verrà acquistato.
Per quanto riguarda, invece, il punto di vista privilegiato dal quale andrebbe fruito il kimono per coglierne appieno la fantasia decorativa, solo due haori sono osservabili sia di fronte che da dietro, ossia quelli esposti nella Sala del Consiglio, al piano superiore della Villa, poiché collocati nel foro centrale del grande tavolo ovale ivi conservato. Questo consente al pubblico di ammirare gli indumenti davvero a 360°, ma purtroppo questa esperienza non è possibile anche per altri esemplari, poiché tutti i kimono presenti in mostra sono visibili solo di fronte. Di nuovo, la disponibilità di spazio è una questione determinante, ma sarebbe bastato semplicemente esporre qualche kimono (magari quelli caratterizzati da una fantasia decorativa più caratteristica o interessante) con il retro rivolto verso il pubblico, seguendo quanto indicato da Pezzani nel suo saggio.
Nonostante questi elementi curatoriali, comunque, la mostra si configura veramente come una interessante occasione per visitare l’antico complesso di Villa Monastero (overtourism varennese permettendo), offrendo spunti innovativi per scoprirne la storia plurisecolare e il patrimonio artistico e botanico.
Fino al 15 settembre 2026
Villa Monastero, Varenna
info: villamonastero.eu/


