I Capolavori fotografati da Aurelio Amendola tornano a Palazzo Reale a Milano dopo trent’anni

Artisti contemporanei, sculture rinascimentali, barocche e neoclassiche e il Duomo di Milano diventano i protagonisti di più di ottanta scatti del fotografo pistoiese

Fino al prossimo 6 settembre Palazzo Reale a Milano ospita, presso lo spazio espositivo della Piazzetta Reale, la mostra Aurelio Amendola. Capolavori fotografati. Burri, Vedova, Nitsch, Duomo di Milano, Bernini, Canova, Michelangelo, realizzata in collaborazione con Associazione Culturale BUILDING e dedicata al fotografo pistoiese Aurelio Amendola, classe 1938.

L’esposizione ospita un’ottantina di scatti, a colori e in bianco/nero, realizzati tra il 1975 e il 2025 e riporta il lavoro di Amendola a Palazzo Reale trent’anni dopo la sua mostra dal titolo Cappelle Medicee (1995), dedicata alle tombe dei Medici collocate presso la Sagrestia Nuova della chiesa di San Lorenzo a Firenze.

Al centro della produzione di Amendola vi è l’incontro, per mezzo della tecnica fotografica, con la storia dell’arte (tradizionale e contemporanea) e i suoi protagonisti, che attiva un dialogo tra epoche e media artistici diversi.

La mostra milanese si articola in tre sezioni, rispettivamente dedicate ai ritratti di artisti contemporanei quali Nitsch, Burri e Vedova, al Duomo di Milano e alla scultura di Michelangelo, Bernini e Canova.

Le fotografie della prima sezione contengono una rappresentazione degli artisti nel loro atelier, colti nell’atto creativo che porta alla realizzazione delle loro opere, e ne restituiscono la personalità e la cifra stilistica. Si parte con Hermann Nitsch, nel suo studio presso il Castello di Prinzedorf (Austria): gli scatti di Amendola (2012) mostrano la creazione delle sue monumentali tele, frutto di un lungo lavorio che lo porta a tornare sulle proprie opere a più riprese, gettandovi sopra pittura e sangue.

In questi ritratti, uno dei più importanti esponenti dell’Azionismo viennese ha l’aspetto di un anziano uomo dalla barba bianca, che si riposa su una sedia, tra una sessione di pittura e l’altra, contrastando apparentemente con la violenza drammatica delle sue tele dominate dal colore rosso, che si sparge sui pavimenti e sulle pareti dell’atelier.

Troviamo anche alcuni scatti in bianco e nero in cui l’artista austriaco non compare e la sua presenza è suggerita solo dalle sue scarpe ortopediche abbandonate davanti alla sedia, in una atmosfera sospesa che prelude al successivo burrascoso intervento artistico di Nitsch.

Incontriamo a seguire Alberto Burri, fotografato da Amendola a Città di Castello nel 1976 e nel suo studio a Case Nuove nel 1978. Burri è fotografato mentre realizza le sue celebri Combustioni: Amendola ce lo mostra attraverso il foglio di cellophane che l’artista sta modellando con una fiamma a gas, in un gesto artistico che integra azione volontaria e imprevedibilità del materiale a contatto con il fuoco.

Nel 1978, invece, il fotografo pistoiese ritrae Burri in una forma più intima e raccolta, mentre realizza Morra. In uno degli scatti in mostra, la composizione dell’immagine è idealmente divisa in due metà simmetriche: la metà inferiore è occupata dal corpo dell’artista mentre sta lavorando la superficie della sua opera, che invece occupa la porzione superiore, in una rappresentazione che ci ricorda quanto il gesto, il processo artistico, per Burri abbia un valore centrale, tanto quanto l’opera risultante.

Concludono, infine, la prima sezione gli scatti dedicati a Emilio Vedova nel 1987, colto durante la realizzazione dei suoi dischi bilaterali nello spazio caotico del suo atelier, entro il quale l’artista si muove silenziosamente coperto di macchie di pittura.

Vedova diventa a tal punto un tutt’uno con il suo gesto artistico e la sua opera da trasformarsi, in uno degli scatti di Amendola, nell’ombra sfocata di un movimento. Il corpo dell’artista, bloccato nell’atto di gettare pittura sulla sua opera, diventa così pura azione, puro gesto informale come quello che caratterizza le sue opere.

La seconda sezione è invece dedicata al Duomo di Milano, simbolo identitario del capoluogo meneghino che viene rappresentato da Amendola attraverso scorci e punti di vista, scorporati dalla visione d’insieme dell’edificio e altrimenti impossibili da cogliere, sfruttando luce e angolazioni per rielaborarne artisticamente la superficie architettonica. Muovendosi nella selva di guglie e statue, Amendola fornisce una lettura quasi astratta di alcuni scorci della cattedrale che mostrano contrafforti e pinnacoli come se fossero un pattern decorativo più che l’ala di una chiesa.

Ogni scatto è poi caratterizzato da una estrema armonia compositiva, come quello che rappresenta un doccione a forma di mostro alato che sembra in procinto di staccarsi dalla parete e spiccare il volo verso la guglia in secondo piano, generando nell’immagine uno schema visivo che sembra guidare l’occhio dell’osservatore in un movimento circolare che dal doccione scende verso la schiera di pinnacoli sottostanti e risale a destra seguendo le linee verticali della torre, per poi tornare al punto di partenza.

Questo studio della composizione che scolpisce i dettagli delle opere fotografate con la luce si ritrova anche nella terza e ultima sezione della mostra, dedicata alla scultura di tre mostri sacri dell’arte italiana, Michelangelo Buonarroti, Gian Lorenzo Bernini e Antonio Canova.

Amendola astrae le loro sculture in una dimensione senza tempo, accrescendone la potenza estetica fino a renderle arte assoluta, grazie alla fotografia che ne sublima la componente materiale in pura rappresentazione artistica.

L’Apollo e Dafne berniniano (2018) fotografato da sottinsù diviene un intrico di marmoree foglie d’alloro mentre il baldacchino di San Pietro (1998) viene colto in tutta la sua carica di barocca teatralità proprio mentre tre fasci di luce penetrano dalle vetrate della basilica.

In uno degli scatti che rappresenta Amore e psiche di Canova (2025), invece, la visione dal retro evidenzia geometricamente lo schema compositivo a X della scultura, generato dall’abbraccio tra i due corpi e dalle ali di Amore. La luce colpisce la scultura che emerge dall’oscurità dello sfondo, in un gioco di chiaroscuri che esalta la levigatezza candida del marmo. Analogamente, la luce è protagonista anche dello scatto che isola il volto del David michelangiolesco (2001), trasformando un singolo dettaglio in un’opera d’arte autonoma.

Reinterpretando l’etimologia della parola fotografia, che definisce questa tecnica come uno “scrivere con la luce”, potremmo, in conclusione, considerare gli scatti di Amendola come uno “scolpire con la luce”. Non una mera trasposizione meccanica delle opere o degli artisti ritratti, bensì una loro rilettura artistica e critica: come Michelangelo, Bernini e Canova hanno scolpito il marmo, come gli scalpellini del Duomo hanno decorato le sue superfici architettoniche, come Burri, Nitsch e Vedova hanno modellato le proprie opere, così Amendola scolpisce e modella i soggetti delle proprie fotografie, facendo emergere qualcosa di loro che, forse, l’occhio e la mente di noi osservatori non riuscirebbe altrimenti a cogliere.