A 97 anni si chiude la parabola di una delle artiste più radicali, visionarie e riconoscibili del nostro tempo. Yayoi Kusama ha trasformato l’ossessione in linguaggio, la ripetizione in vertigine e un semplice punto in una porta sull’infinito. Se ne va una figura che ha attraversato quasi settant’anni di storia dell’arte senza smettere di reinventare il proprio universo. Un universo fatto di pois, reticoli, zucche, specchi e luci, ma soprattutto di una continua tensione verso la dissoluzione dei confini: quelli tra corpo e spazio, tra individuo e ambiente, tra realtà e visione.
Il punto, nella sua opera, non è mai soltanto un punto. È una particella che si moltiplica, invade le superfici, ricopre gli oggetti, conquista le stanze. Ripetendosi all’infinito, perde la propria individualità e diventa parte di qualcosa di più grande. È così che Kusama ha trasformato una forma elementare in una vera grammatica artistica, capace di passare dalla tela allo spazio, dalla scultura alla performance fino a coinvolgere direttamente il pubblico.

Nata nel 1929 a Matsumoto, in Giappone, Kusama iniziò a disegnare da bambina. Le immagini che vedeva – punti, luci, forme che sembravano espandersi senza controllo – sarebbero diventate il materiale della sua arte. Invece di nascondere quelle esperienze, l’artista decise di trasformarle in immagini, costruendo nel tempo un linguaggio personalissimo.
Nel 1957 lasciò il Giappone per gli Stati Uniti e arrivò a New York in un momento irripetibile per l’avanguardia. Era un ambiente dominato da nuove forme, nuovi materiali e nuove idee sul rapporto tra arte e vita. Kusama si impose con lavori radicali, spesso realizzati in condizioni economiche difficilissime. Le sue tele ricoperte di reti ripetute anticipavano una pittura in cui la superficie sembrava non avere più un centro né un margine.
Negli anni Sessanta il suo lavoro uscì definitivamente dalla tela. Kusama organizzò happening, intervenne sui corpi, utilizzò i pois come segno politico e pacifista, sfidando convenzioni sociali e artistiche. L’opera non era più qualcosa da contemplare a distanza: poteva accadere per strada, sul corpo delle persone, dentro la vita quotidiana.

Quando tornò in Giappone, nel 1973, la sua traiettoria prese una direzione ancora più personale. Kusama scelse di vivere in una struttura psichiatrica di Tokyo, continuando però a lavorare quotidianamente. Arte e vita rimasero inseparabili. La pittura diventò disciplina, ripetizione, necessità.
È da questa pratica instancabile che nasce una delle esperienze più celebri della sua produzione: le Infinity Mirror Rooms. Entrare in una di queste stanze significa perdere progressivamente la percezione dello spazio. Gli specchi moltiplicano luci e figure, cancellano gli angoli, restituiscono il visitatore a un’immagine di sé frammentata e potenzialmente infinita. L’opera non si trova davanti a noi: ci comprende.
Anche le sue celebri zucche partecipano dello stesso meccanismo. Un oggetto comune, quasi infantile, viene sottratto alla sua dimensione quotidiana attraverso il colore e la ripetizione. La zucca diventa presenza, icona, compagna. Ancora una volta, Kusama parte da qualcosa di riconoscibile per portarlo altrove.
Il suo successo planetario è arrivato soprattutto nella parte finale della sua carriera. Quello che per decenni era apparso eccentrico, marginale o difficile da classificare è diventato uno dei linguaggi più immediatamente riconoscibili dell’arte contemporanea. Le sue installazioni sono entrate nell’immaginario collettivo e hanno raggiunto pubblici lontanissimi dai tradizionali circuiti dell’arte.
Ma ridurre Kusama alla spettacolarità delle sue installazioni sarebbe un errore. Dietro l’apparente gioia dei colori e la seduzione delle superfici c’è una ricerca ossessiva sull’identità. Che cosa rimane dell’individuo quando la sua immagine viene ripetuta migliaia di volte? Dove finisce il corpo e dove comincia lo spazio? E cosa significa guardare se stessi quando lo specchio non restituisce più un’immagine unica?
Sono domande che Kusama ha posto attraverso forme semplicissime. Ed è forse proprio questa la forza della sua opera: riuscire a parlare di temi enormi senza mai rinunciare alla potenza immediata dell’immagine.
Il suo lavoro ha attraversato il Novecento arrivando intatto nel XXI secolo. Ha saputo dialogare con la moda, il design, la cultura popolare e le nuove forme di fruizione dell’arte, senza perdere il nucleo originario della propria ricerca. Il suo mondo è diventato riconoscibile prima ancora di essere spiegato.
Kusama lascia così un’eredità difficile da circoscrivere. Non soltanto una collezione di immagini celebri, ma un metodo: prendere ciò che ci ossessiona e continuare a guardarlo, ripeterlo, trasformarlo finché non cambia natura.
Forse è per questo che i suoi pois sembrano non finire mai. Perché in Kusama la ripetizione non è mai identica a se stessa. Ogni punto ne genera un altro, ogni superficie apre un’altra superficie, ogni specchio rimanda a un altro specchio.
Fino a quando il singolo scompare.
E rimane l’infinito.


