Quindici anni fa la sfida era portare il museo sullo schermo. Oggi è capire quale ruolo possa avere l’intelligenza artificiale nel modo in cui guardiamo un’opera d’arte. È su questo terreno che il Metropolitan Museum of Art di New York e Google Arts & Culture inaugurano una nuova fase della loro collaborazione, avviata nel 2011 e cresciuta negli anni fino a rendere disponibili online oltre 200mila opere della collezione.
La novità più immediata si chiama Art Aura. Sviluppata dal Google Arts & Culture Lab insieme al Met e basata su Gemini, l’esperienza permette di combinare immagini, parole, descrizioni e riferimenti stilistici. A partire dalle scelte dell’utente, il sistema stabilisce relazioni tra le opere digitalizzate e suggerisce nuovi itinerari all’interno della collezione. Più che sostituire la ricerca tradizionale, Art Aura prova quindi a cambiare il punto di partenza: non necessariamente un artista, un periodo storico o una tecnica, ma associazioni visive e preferenze personali. L’immensa collezione digitale del museo diventa così un territorio da attraversare anche attraverso affinità e connessioni suggerite dall’algoritmo.

L’intelligenza artificiale entra nelle sale
La sperimentazione non si ferma allo spazio digitale. Il Met ha infatti concluso il suo primo programma di Technologist in Residence, affidato alla creative technologist Julia Daser. Per sei mesi Daser ha lavorato con curatori e specialisti del museo alla realizzazione di prototipi basati su Google Gemini e Vertex AI. Gli strumenti sono stati sperimentati direttamente nelle gallerie e pensati per accompagnare il visitatore in alcuni momenti essenziali dell’esperienza museale: orientarsi negli spazi, soffermarsi sui dettagli di un’opera e accedere a contenuti di approfondimento durante il percorso.
Un elemento significativo è proprio il metodo scelto. I prototipi non sono stati sviluppati come prodotti tecnologici esterni da applicare successivamente al museo, ma sono nati dal confronto con i curatori e dal test con il pubblico nelle sale. Il museo diventa così anche un laboratorio nel quale verificare possibilità e limiti dell’AI come nuovo strumento di mediazione culturale.
Dalla digitalizzazione alla mediazione
La partnership tra Google e il Metropolitan racconta, del resto, l’evoluzione del rapporto tra istituzioni culturali e tecnologie digitali. Nel 2011 il Google Art Project aveva aperto le porte del Met alla visita virtuale. Nel 2018 la collaborazione si era estesa alla diffusione delle opere appartenenti alle collezioni Open Access. Con i nuovi progetti cambia la natura stessa dell’intervento tecnologico. Non si tratta più soltanto di fotografare, catalogare e rendere accessibile a distanza un patrimonio, ma di utilizzare sistemi generativi per costruire connessioni e suggerire modalità di esplorazione.
È un passaggio tutt’altro che secondario per il mondo dei musei. Se nella prima stagione digitale la questione centrale era l’accessibilità delle collezioni, l’intelligenza artificiale apre ora interrogativi sulla mediazione: chi stabilisce le relazioni tra le opere, quali criteri orientano i suggerimenti e fino a che punto un percorso personalizzato modifica il modo di incontrare una collezione. Il Met diventa così uno dei luoghi nei quali queste domande vengono sperimentate sul campo. Dopo quindici anni, la collaborazione con Google non riguarda più soltanto il museo virtuale. Al centro c’è il modo in cui la tecnologia può inserirsi tra il visitatore e l’opera senza trasformarsi, inevitabilmente, nel suo nuovo curatore.



