Arjan Martins. L’Atlantico come archivio della storia 

Alla Fondazione ICA Milano Arjan Martins trasforma il mare in un archivio vivente della memoria coloniale e delle migrazioni

Le coordinate geografiche che danno titolo alla mostra di Arjan Martins alla Fondazione ICA Milano indicano un punto preciso del Mediterraneo, ma aprono una geografia più ampia. 35°30’54” N, 12°34’48” E sono le coordinate di Lampedusa, luogo reale e simbolico, soglia contemporanea di attraversamenti, conflitti e memorie. In O Estrangeiro, a cura di Alberto Salvadori, l’artista brasiliano trasforma questo punto geografico in una superficie storica: il mare diventa archivio mobile di corpi, rotte e immagini.

La pittura di Arjan Martins nasce da una questione decisiva: come può un’immagine custodire una storia senza chiuderla? La risposta dell’artista risiede nella riattivazione. Il passato non appare come una dimensione separata, ma come una forza ancora presente, capace di attraversare forme, simboli e territori. La pittura diventa così uno spazio nel quale ciò che sembrava concluso continua a produrre effetti.

Nato a Rio de Janeiro nel 1960, Martins ha costruito la propria ricerca intorno alle traiettorie dell’Atlantico nero, alle migrazioni forzate e alle eredità coloniali. Il mare, nelle sue opere, non costituisce uno sfondo narrativo: è un luogo di sedimentazione, attraversato da movimenti e contraddizioni. La sua pratica entra in relazione con il pensiero di Édouard Glissant, per il quale il mare non separa territori isolati, ma costituisce uno spazio relazionale in cui identità e culture si formano attraverso incontri, fratture e trasformazioni.

L’Atlantico di Martins è una geografia instabile. Le sue mappe non indicano soltanto luoghi: registrano le forze storiche che li hanno prodotti. La cartografia perde la propria apparente neutralità e diventa un campo nel quale rotte commerciali, viaggi coloniali, deportazioni e migrazioni contemporanee convivono sulla stessa superficie.

La mostra alla Fondazione ICA Milano assume così la forma di un contro-archivio visivo. Mappe, strumenti di navigazione, imbarcazioni, figure umane e frammenti documentari vengono trasformati in elementi di una temporalità complessa. Come nelle riflessioni di Aby Warburg e nelle letture successive di Georges Didi-Huberman, le immagini non conservano il passato come una presenza immobile: lo fanno sopravvivere attraverso ritorni, trasformazioni e nuove configurazioni.

La pittura di Martins non rappresenta una memoria perduta: mostra il modo in cui essa continua ad agire nel presente. In una delle opere della serie Sem título (Untitled), 2018-2025, la superficie pittorica appare come un territorio attraversato da stratificazioni. Elementi cartografici, segni grafici, riferimenti alla navigazione e presenze figurative convivono senza una gerarchia stabile. L’immagine procede per accumulo: ogni elemento sembra appartenere a un tempo differente, come se la tela fosse un luogo archeologico nel quale epoche lontane entrano in contatto. La pittura diventa un dispositivo di montaggio storico, capace di avvicinare ciò che la narrazione ufficiale tende a separare.

Questa relazione fra immagine e storia avvicina Martins ad artisti come Kara Walker, la cui ricerca ha interrogato la persistenza della memoria coloniale nelle forme visive contemporanee, e Ibrahim Mahama, per il quale la materia stessa diventa deposito politico e testimonianza di processi economici e sociali. In entrambi i casi, come nella pratica di Martins, l’opera non ricostruisce semplicemente un passato: ne rende percepibile la permanenza.

Nelle opere dedicate al tema della navigazione, come nei lavori della serie Sem título (Untitled), 2020, la nave assume un valore centrale. Non è soltanto il mezzo del viaggio, ma una figura storica complessa: porta con sé esplorazione e conquista, commercio e violenza, possibilità di attraversamento e perdita. Martins mantiene aperta questa ambivalenza, trasformando l’imbarcazione in una forma capace di contenere tempi diversi.

La pittura trasforma così la rotta in esperienza storica. Ogni movimento nello spazio implica un movimento nella memoria. Il corpo occupa un ruolo essenziale nella ricerca dell’artista. Nei lavori del 2023 la figura umana emerge come territorio attraversato da appartenenze molteplici. Il corpo non coincide con un’identità chiusa: diventa il luogo nel quale convergono genealogie, migrazioni, traumi e trasformazioni culturali. Martins presenta l’identità come processo dinamico, risultato di continue sovrapposizioni.

Questa dimensione assume un significato particolare considerando la storia del Brasile, dove eredità africane, indigene ed europee convivono dentro una struttura ancora segnata da profonde tensioni. L’artista non cerca una sintesi definitiva, ma mantiene visibili le frizioni che continuano a generare il presente. Il titolo della mostra introduce inoltre la figura dello straniero come condizione politica ed esistenziale. L’estraneo non è soltanto colui che arriva da altrove: è colui che mette in crisi l’idea di un’origine stabile. Nei dipinti di Martins ogni appartenenza appare attraversata dalla distanza fra memoria e presente, fra luogo reale e luogo immaginato.

La mediazione fra storia e immagine costituisce il vero spazio della sua pittura. Le opere non spiegano il passato: lo rendono nuovamente sensibile. La tela diventa un luogo nel quale ciò che è stato disperso può ricomparire senza essere ricondotto a un’unica interpretazione. Alla Fondazione ICA Milano O Estrangeiro mostra una possibilità ancora necessaria della pittura contemporanea: essere un luogo capace di opporsi alla semplificazione della storia. Martins non dipinge ciò che è scomparso, ma ciò che continua a sopravvivere. Il mare, nelle sue opere, non è un confine e non è una metafora. È una memoria in movimento. Ogni immagine porta con sé rotte invisibili che continuano a modificare il presente.