Hockney, Warhol, Niki de Saint Phalle a Porquerolles

Fino al 1° novembre, la Fondation Carmignac rilegge il movimento artistico più popolare della storia dell'arte attraverso il prisma dell'edonismo, in una mostra che invita alla dolce ozio sull'isola di Porquerolles

Dal 25 aprile al 1° novembre, nella sua villa immersa tra i pini di Porquerolles, la Fondation Carmignac presenta la mostra Sea, Pop & Sun. Datate da ieri o da oggi, ma tutte accese di colore, quasi cento tra dipinti, sculture, fotografie e video firmati da David Hockney, Niki de Saint Phalle, Roy Lichtenstein o Olafur Eliasson evocano lo spirito beato degli anni Sessanta e Settanta, un’epoca in cui, ai margini della società dei consumi onnipotente, i corpi si liberarono e le idee si ampliarono.

Un castello “debole” si erge sotto un cielo liquido. Pesce, conchiglia, pneumatico, bunker… Le forme, più o meno naturali, assunte da queste trenta tonnellate di sabbia producono l’effetto di un morphing fisso, offrendo a chi le osserva una versione distopica della celebre sigla di un programma televisivo sul mare. Barre di ferro trapassano questo San Sebastiano marino, “quadrante mutante” che, visto dall’alto, cioè dall’altra parte del soffitto d’acqua che, sottoterra, incornicia un pozzo di luce, ricorda Atlantide. Firmata da Théo Mercier, artista visivo e regista le cui installazioni poetiche ma critiche hanno recentemente incantato alla Conciergerie o nel deserto saudita, questa opera effimera, scolpita in loco con abilità e ardore nel corso di una settimana, è senza dubbio uno dei pezzi forti della mostra estiva della Villa Carmignac.

Al sole e in musica: una Pop Art gioiosa, ma non solo

Il progetto, curato da Anna Karina Hofbauer e Dieter Buchhart, già artefici di “Sea of Desire” per l’inaugurazione del sito nel 2018, e in seguito firme di “Basquiat x Warhol. Painting 4 Hands” e “Pop Forever, Tom Wesselmann & …” alla Fondation Louis Vuitton, rilegge il tema ormai classico della Pop Art sotto la lente dell’edonismo. Come se il movimento ultra-urbano, nato a Londra all’inizio degli anni Cinquanta nel solco dell’Independent Group prima di sbocciare a New York un decennio più tardi nell’orbita della Factory, si adattasse perfettamente alla cornice insulare, mostrandone il volto più solare.

Il titolo della mostra, che cita esplicitamente il celebre brano di Gainsbourg che scandì le notti insonni dell’estate 1978, dà il tono: di musica e sensualità si parla ovunque, e ciascuna delle sette tappe del percorso, concepito come un viaggio psichedelico, riprende un successo sessantottino in sottofondo. Accolto in grande stile nel viale che conduce alla Villa dai totem cartooneschi di Cosima von Bonin, una banda di finti salmoni con le loro chitarre, il visitatore procede a piedi nudi, cullato, in fondo alle scale, dal Waterloo Sunset dei Kinks.

All’orizzonte, quattro serigrafie di Warhol compongono una variazione sullo stesso tema: questa serie trasforma il tramonto in un’icona riproducibile, non più legata a un fenomeno naturale preciso ma alla circolazione delle immagini nell’era dei media, sottolineando la capacità della Pop Art di trasformare la percezione del paesaggio fino a farne un oggetto di desiderio. L’osservazione vale anche per il Sunrise di Roy Lichtenstein, posto volutamente di fronte: radioso come una vetrata, questo pannello luminoso trapunto di puntini Ben-Day eleva anch’esso l’astro infuocato al rango di idolo. Un senso del sacro che prosegue in un discreto ma potente olio su tela di Etel Adnan, il cui formato ricorda quello di un ex voto.

Un’eredità viva e colorata

Il percorso prosegue nello stesso spirito e, mentre risuonano le note positive di Good Vibrations dei Beach Boys o di (Sittin’ On) The Dock of the Bay di Otis Redding, oltre 80 opere, di cui quindici provenienti dalla Collezione Carmignac, respirano la stessa voglia di vivere. Spariscono incidenti, sedie elettriche, scatole di zuppa e altri motivi-simbolo: qui soffia il vento di una libertà senza età, tanto che la resistenza della Pop Art, o meglio la permanenza del suo spirito, si misura in alcuni accostamenti sorprendenti. Lost in Hollywood (2023) del danese Kasper Sonne dialoga così con Bien sûr le petit bateau (1963) del Nuovo Realista Martial Raysse: il primo restituisce un vagabondaggio in una scena di strada dove due palme immense graffiano il cielo rosa slavato della città degli angeli, mentre il secondo, sessant’anni prima, trovava ispirazione ritraendo una bagnante gigante e fluorescente, ben davanti a una minuscola barca a vela rossa che naviga rasente al cielo.

Secondo i curatori, nonostante i decenni che le separano, queste due opere condividono un’identica fascinazione per il monumentale, i colori accesi e una rappresentazione del piacere venata di fantasia, perpetuando l’immaginario di esuberanza degli anni Sessanta. I riferimenti sono talvolta espliciti, come nel caso di quel pallone da spiaggia fuso in bronzo nel 2015 da Sherrie Levine, ispirato a Girl with Ball di Roy Lichtenstein, un classico del 1961 tratto a sua volta da una pubblicità per un hotel. Altre suggestioni, più o meno recenti, restano impresse: il profilo ritagliato di una giovane atleta (Alex Katz, Coca Cola Girl, 2019), un surfista smarrito più vero del vero (Duane Hanson, Surfer, 1987), un bacio balneare in stile Rohmer (Ridley Howard, Kiss at Window 2, 2020), una marina lenticolare (Roy Lichtenstein, Landscape 5, 1967)…

Eroine pop

Un fatto abbastanza raro da meritare attenzione è l’alta concentrazione di talenti femminili, dalle pionieristiche Marjorie Strider ed Evelyne Axell alle eredi Sylvie Fleury o Diana Thater. La carica critica delle loro opere, che fondono sex-appeal e presa di coscienza, modifica l’atmosfera generale, per lo più sognante: una bionda in costume da bagno cammina sotto la pioggia che cade dal suo ombrello (Kiki Kogelnik, Rainy, 1973), una bruna medita completamente nuda accanto a un fuoco fumogeno nel deserto californiano (Judy Chicago, Women and Smoke, 1971-1972), una donna dalla pelle nera assume sul proprio divano una di quelle pose indolenti a lungo riservate ai modelli bianchi (Tshabalala Self, Red-Headed, 2025).

La visita si conclude fuori dalle sale, davanti a un estratto del film I’m Not There (2007) di Todd Haynes, biopic caleidoscopico sul cantautore ribelle Bob Dylan, proiettato nei giardini. “Sta succedendo qualcosa qui, ma tu non sai cosa sia”, canzona la colonna sonora, prendendo di mira il serio e composto Mister Jones, disorientato dai costumi disinvolti del suo tempo. Quel tempo di spensieratezza, ormai definitivamente passato, si canta quest’estate al largo di Hyères, all’ombra dei pini.

Articoli correlati