Il labirinto è una delle immagini più antiche con cui l’uomo ha raccontato il proprio rapporto con la conoscenza e il mistero. Dal mito greco del Minotauro ai percorsi simbolici medievali, fino alla letteratura del Novecento, è un luogo in cui l’errore, la deviazione, la perdita dell’orientamento diventano parte stessa della scoperta. Jorge Luis Borges ne fece una metafora dell’infinito e dei percorsi imprevedibili dell’esistenza e fu proprio durante una passeggiata con lo scrittore argentino, nel 1977, che Franco Maria Ricci (1937-2020) gli promise che un giorno avrebbe costruito il labirinto più grande del mondo. Nacque così il Labirinto della Masone, inaugurato nel 2015 a Fontanellato su progetto di Pier Carlo Bontempi e Davide Dutto: otto ettari, oltre trecentomila piante di bambù, e il genio di Ricci trasformato in un luogo espositivo dal fascino senza tempo.

Erté, o il corpo come opera totale
Il Labirinto della Masone supera il confine tra arti maggiori e arti applicate, proprio come fece la grande rivoluzione di Erté (1892-1990), pseudonimo di Romain de Tirtoff, artista russo naturalizzato francese che dalla moda al teatro, dall’illustrazione alla scenografia, costruì uno stile unico e divenne uno dei protagonisti dell’Art Déco internazionale. Erté trasformò la figura umana in un’immagine totale, dove corpo, abito, decorazione e scenografia appartenevano a un’unica visione: figure allungate, quasi irreali, in cui l’abito non si limita a vestire il corpo ma ne prosegue la linea, una manica, un mantello, una piuma, fino a trasformare l’intera silhouette. Gioielli e ornamenti definiscono il ritmo e la geometria della composizione, e persino il movimento sulla scena teatrale seguiva la stessa ricerca formale.
Dalle copertine per Harper’s Bazaar ai costumi delle Folies Bergère e del cinema hollywoodiano, il suo segno costruì uno degli immaginari più riconoscibili del Novecento, come racconta la mostra «Erté. Lo stile è tutto», visibile fino al 13 settembre e curata da Valerio Terraroli. Un focus sugli anni Dieci, Venti e Trenta, quando Romain de Tirtoff lasciò San Pietroburgo per Parigi e costruì il linguaggio che avrebbe identificato un’intera stagione dell’Art Déco. Sono gli anni dell’incontro con Paul Poiret, il grande couturier che stava liberando la moda femminile dalle costrizioni ottocentesche, e dell’inizio della collaborazione con Harper’s Bazaar: dal 1915 al 1937 Erté realizzò per la rivista oltre duecento copertine, trasformando la pagina stampata in un laboratorio tra moda, grafica e immaginario.

Disegni, bozzetti, pochoir, litografie, fotografie d’epoca e materiali cinematografici seguono l’evoluzione di un segno che attraversa supporti e linguaggi diversi. Dalle serie Alphabet e Numerals, dove lettere e numeri diventano esercizi di sintesi tra segno grafico e figura, fino ai figurini di moda e ai costumi teatrali, la mostra racconta una visione vicina a quella di Franco Maria Ricci: per entrambi, grafica, libro, illustrazione e arti applicate appartenevano a un unico universo, capace di superare i confini tradizionali dell’opera d’arte.


