Riapre, vuota, la Galleria d’Apollon del Louvre, la sala vittima del furto del 19 ottobre 2025. Nove mesi dopo i fatti, ad annunciarlo è stato il presidente del museo parigino, Christophe Leribault, il 20 luglio: la sala tornerà visibile al pubblico il 22 luglio, alla presenza della ministra della Cultura Catherine Pégard, ma senza «le collezioni e gli oggetti preziosi». Sarà riportata «alla sua funzione originaria», quella del XVII secolo, quando era «galleria di Stato»: uno spazio pensato non per custodire tesori, ma per mettere in scena il potere stesso, attraverso l’architettura, i dipinti monumentali e il decoro delle pareti. Il vuoto lasciato dai gioielli scomparsi diventa così, paradossalmente, l’occasione per restituire alla sala il suo significato più antico. Per gli oggetti scampati al furto, Leribault ha annunciato la creazione di «una stanza, una camera blindata, senza finestre, in un’altra parte del museo». Un progetto che definisce «un’impresa enorme», per cui restano ancora da individuare «la posizione ideale» e, soprattutto, «i finanziamenti».

Christophe Leribault si trova a dover gestire una situazione che lui stesso definisce «al limite», avendo ereditato un Louvre segnato da strutture obsolete, falle nella sicurezza e carenza di personale. «Siamo a un bivio: le urgenze relative all’edificio si accumulano e ci troviamo di fronte a un “muro” di investimenti, il che, ovviamente, non è ciò che si vorrebbe sentire», affermava il 17 giugno davanti a una commissione del Senato. Sono campanelli d’allarme che non consentono più di rimandare l’avvio del progetto di ristrutturazione del museo «Louvre Nouvelle Renaissance».
Il secolo dimenticato: l’Accademia e il completamento della volta
Tra un incendio e l’altro, tra un cantiere sospeso e una ripresa, la Galleria d’Apollon attraversò anche un secolo meno raccontato nella sua storia: quello dell’Accademia reale di pittura e scultura, installata al Louvre dal 1692. Dopo l’interruzione dei lavori voluta da Luigi XIV, quando il sovrano trasferì la propria attenzione e i propri artisti al cantiere di Versailles, la volta della galleria rimase a lungo incompiuta, sospesa tra un progetto grandioso e la sua reale conclusione. Fu proprio l’Accademia a farsene carico, nel corso del Settecento, portando avanti pazientemente il vasto programma decorativo immaginato da Le Brun ma mai del tutto realizzato. A partire dal 1763, l’Accademia ottenne inoltre l’uso della galleria stessa, che fino al 1775 ospitò uno degli atelier della Scuola reale degli allievi protetti: un luogo di passaggio, quindi, ma anche di formazione, dove le nuove generazioni di artisti si misuravano con l’eredità del secolo precedente.
Agli artisti ammessi all’istituzione veniva chiesto di presentare un’opera come prova d’ingresso, una sorta di rito di passaggio; alcuni tra i più promettenti furono invitati a completare direttamente la volta, componendo scene mitologiche pensate in stretta continuità con il progetto originario di Le Brun, quasi un dialogo a distanza tra due epoche. Nacquero così, tra il 1769 e il 1781, opere come Le Printemps di Antoine François Callet, L’Automne di Jean Hugues Taraval, L’Été di Louis Jacques Durameau, L’Hiver di Jean-Jacques Lagrenée e Castor ou l’Étoile du matin di Antoine Renou. Un secolo di mano diversa, meno celebre di quello di Le Brun o di Delacroix, che tuttavia, senza clamore né grandi proclami, riuscì infine a chiudere un cantiere aperto oltre un secolo prima sotto il regno di Luigi XIV, restituendo alla galleria, pezzo dopo pezzo, l’unità che le mancava ancora.


