Il Metropolitan Museum restituisce all’Italia 45 reperti archeologici

Un'operazione coordinata dalla procura distrettuale di Manhattan porta al rimpatrio di decine di beni archeologici sottratti illecitamente al patrimonio italiano

Prosegue il percorso di recupero del patrimonio culturale disperso attraverso il traffico illecito di opere d’arte. L’ufficio del procuratore distrettuale di Manhattan, guidato da Alvin L. Bragg Jr., ha annunciato la restituzione di 59 reperti archeologici ai governi di Italia, Iraq e Indonesia, al termine di un’articolata attività investigativa condotta dall’Antiquities Trafficking Unit, la sezione specializzata diretta da Matthew Bogdanos, da tempo impegnata nel contrasto al commercio clandestino di beni culturali.

La quota più rilevante del rimpatrio riguarda l’Italia, che rientra in possesso di 48 antichità per un valore stimato superiore ai 300 mila dollari. Di queste, 45 provengono dalle collezioni del Metropolitan Museum of Art di New York, dove erano confluite attraverso acquisizioni riconducibili ai mercanti Robert Hecht, Jonathan Rosen e Fritz Burki, nomi ricorrenti nelle principali inchieste internazionali dedicate al traffico illegale di reperti archeologici. Le opere sono state sequestrate nell’ambito di differenti procedimenti giudiziari e consegnate ufficialmente alle autorità italiane nel corso di una cerimonia alla quale hanno preso parte il Console Generale d’Italia a New York, Giuseppe Pastorelli, e il Generale di Brigata Antonio Petti, comandante del Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale.

Tra i manufatti di maggiore rilievo figura uno psykter-column krater in terracotta attribuito al Pittore di Troilo e databile tra il 480 e il 470 a.C. L’opera, uscita illegalmente dall’Italia prima di essere restaurata e immessa sul mercato antiquario internazionale, rappresenta una significativa testimonianza della produzione ceramica attica. Di particolare interesse è anche un raro piatto da pesce proveniente dalla Magna Grecia e risalente al IV secolo a.C., esempio della raffinata tradizione artistica sviluppatasi nelle colonie greche dell’Italia meridionale.

L’operazione ha interessato anche altri due Paesi. All’Iraq sono state restituite nove antichità per un valore complessivo prossimo ai 300 mila dollari. Tra queste spiccano due statue votive sumeriche in gesso, raffiguranti un uomo e una donna in atteggiamento di adorazione, databili tra il 2750 e il 2600 a.C. Considerate tra le più antiche rappresentazioni scultoree a tutto tondo della figura umana, erano riapparse sul mercato antiquario con documentazioni di provenienza ritenute non attendibili e sono state sequestrate nel giugno 2026. All’Indonesia sono invece tornati due teschi appartenenti al popolo Dayak del Borneo, reperti dal profondo significato rituale e spirituale. Valutati circa 15 mila dollari, erano stati esportati illegalmente e sequestrati nel 2024. Per la cultura Dayak questi resti ancestrali costituiscono simboli di protezione della comunità e di continuità con gli antenati, rendendo la loro restituzione particolarmente significativa non soltanto sul piano patrimoniale, ma anche sotto il profilo identitario.