La Biennale di Venezia continua a essere uno dei luoghi in cui le tensioni geopolitiche si riflettono con maggiore intensità sul mondo dell’arte. A pochi mesi dall’apertura della 61ª Esposizione Internazionale, nuove proteste sono state annunciate in concomitanza con la visita dell’ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, Tilman J. Fertitta, atteso a Venezia nell’ambito delle celebrazioni per il 250° anniversario dell’indipendenza americana. Collettivi pro-Palestina e organizzazioni di lavoratori della cultura hanno convocato una giornata di mobilitazione, denunciando il sostegno statunitense a Israele nella guerra a Gaza e contestando la presenza diplomatica americana in laguna.
La protesta rappresenta l’ultimo capitolo di una Biennale che, fin dalla vigilia dell’inaugurazione, è stata attraversata da polemiche senza precedenti. La rete Art Not Genocide Alliance (ANGA), insieme a sindacati e gruppi internazionali di artisti, aveva già promosso uno sciopero culturale di 24 ore per chiedere l’esclusione della partecipazione israeliana dalla manifestazione. L’iniziativa aveva portato alla chiusura temporanea di numerosi padiglioni nazionali, tra cui quelli di Austria, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Giappone e Corea del Sud, trasformando la Biennale in uno dei principali luoghi di protesta del mondo dell’arte contemporanea. Le manifestazioni non si sono limitate agli scioperi. Durante i giorni di pre-apertura centinaia di manifestanti hanno sfilato davanti al padiglione israeliano con bandiere palestinesi e slogan contro quella che definiscono una forma di “artwashing”, sostenendo che la partecipazione dello Stato di Israele contribuisca a normalizzare il conflitto in corso. Il padiglione è stato più volte oggetto di sit-in e blocchi simbolici, mentre in alcune occasioni le proteste sono sfociate in tensioni con le forze dell’ordine.
Il clima di forte polarizzazione non riguarda soltanto Israele. Nei mesi precedenti all’apertura oltre duecento artisti e curatori avevano firmato una lettera aperta chiedendo che fossero esclusi anche Stati Uniti e Russia, sostenendo che la Biennale non potesse mantenere una posizione di neutralità nei confronti di governi accusati, a diverso titolo, di violazioni del diritto internazionale. L’appello ha riacceso il dibattito sul ruolo delle grandi esposizioni internazionali: devono rappresentare gli Stati oppure gli artisti? E fino a che punto è possibile separare la produzione culturale dalle responsabilità politiche dei governi che la finanziano? La Fondazione La Biennale ha finora ribadito la propria posizione, definendo la manifestazione uno spazio di dialogo aperto a tutte le nazioni partecipanti. Una linea sostenuta dal presidente Pietrangelo Buttafuoco, secondo cui la Biennale deve continuare a essere un luogo di confronto culturale anche tra Paesi in conflitto. Una scelta che, tuttavia, non ha placato le contestazioni e che ha contribuito ad alimentare una delle edizioni più controverse degli ultimi decenni.
L’arrivo dell’ambasciatore Fertitta rischia ora di riaccendere le tensioni. Imprenditore miliardario e proprietario della catena di ristoranti Landry’s, Fertitta dovrebbe raggiungere Venezia a bordo del suo yacht Boardwalk, lungo 117 metri, nell’ambito di un tour diplomatico lungo le coste italiane. Proprio questa visita è stata scelta dagli attivisti come occasione per rilanciare le proteste contro la politica estera americana e il sostegno di Washington al governo israeliano. Il caso veneziano conferma come le grandi manifestazioni artistiche siano ormai diventate terreno di confronto politico globale. Se un tempo le controversie riguardavano prevalentemente le opere esposte, oggi il dibattito investe direttamente le istituzioni, i finanziamenti, la diplomazia culturale e il ruolo stesso dell’arte nello spazio pubblico. La Biennale di Venezia, storicamente luogo di dialogo internazionale, si trova così a interpretare un ruolo sempre più complesso: non solo vetrina della creatività contemporanea, ma specchio delle fratture che attraversano la società e la politica mondiale.



