Il Museo d’Orsay compie 40 anni: un Courbet restaurato apre le celebrazioni

Un anno di celebrazioni per i quarant'anni del Musée d'Orsay, tra il restauro monumentale di Un funerale a Ornans di Courbet, nuove sale dedicate alle arti decorative, una sala sulla provenienza delle opere spoliate, il museo itinerante MuM'Orsay e una grande festa finale a dicembre firmata Thomas Jolly

«Rêvons, c’est l’heure!», o diciamo «Sogniamo, è l’ora!»: il verso tratto da L’heure exquise di Paul Verlaine è il motto scelto dal Musée d’Orsay per celebrare i suoi primi quarant’anni di vita. Non si tratta di un semplice compleanno da festeggiare con un brindisi, ma di un vero e proprio programma culturale che si estenderà per tutto il 2026, fino a dicembre, intrecciando mostre, restauri monumentali, nuove sale, spettacoli e persino una serata a tema anni Ottanta.

Da stazione ferroviaria a museo simbolo

Per comprendere la portata di questo anniversario occorre risalire ben prima del 1986. Dove oggi sorge il museo, un tempo sorgeva il Palais d’Orsay, distrutto da un incendio durante la Comune di Parigi del 1871. Sulle sue rovine, l’architetto Victor Laloux costruì, in occasione dell’Esposizione universale del 1900, una stazione ferroviaria all’avanguardia per l’epoca: ascensori, montacarichi, trazione elettrica e un’immensa navata lunga 138 metri e alta 32 metri. Già dal 1939, però, la stazione si rivelò inadatta a treni sempre più lunghi. Iniziò così un periodo di declino e di utilizzi tra i più diversi, centro di accoglienza per deportati e prigionieri di guerra nel 1945, set cinematografico per Il processo di Orson Welles, sala vendite per i battitori d’asta durante la ricostruzione dell’Hôtel Drouot, fino alla minaccia di demolizione negli anni Settanta. 

Fu il presidente Valéry Giscard d’Estaing a volere fortemente, nel 1977, la trasformazione dell’edificio in un grande museo dedicato alla seconda metà dell’Ottocento. La ristrutturazione venne affidata allo studio A.C.T. Architecture (Pierre Colboc, Renaud Bardon, Jean-Paul Philippon), mentre gli interni furono concepiti dall’italiana Gae Aulenti. Il museo aprì al pubblico il 9 dicembre 1986, sotto la direzione della prima conservatrice generale, Françoise Cachin: nacque così un’istituzione che fu, fin da subito, “un museo nuovo”, pioniera nell’integrare un auditorium al proprio progetto culturale, nel mettere in dialogo pittura, scultura, fotografia, architettura e arti decorative, e nel suo impegno totale verso le arti della seconda metà del XIX secolo in tutte le loro forme. Quarant’anni dopo, i numeri parlano da soli: oltre 113 milioni di visitatori accolti dal 1986, quasi 167.000 opere in collezione, 240 mostre organizzate e più di 55.000 opere entrate ad arricchire i fondi del museo.

Restauri, nuove sale e un impegno scientifico rinnovato

Il cuore pulsante del programma per il quarantesimo resta la collezione permanente, arricchita quest’anno da diversi progetti di grande portata. Il più atteso è probabilmente l’apertura, il 4 dicembre 2026, delle nuove sale dedicate alle arti decorative francesi tra il 1850 e il 1890, ospitate nella Galerie Nicole Dassault: dopo anni di lavori e restauri, mobili, bronzi, oreficerie, smalti, ceramiche e vetri torneranno a raccontare il Secondo Impero e i primi anni della Terza Repubblica.

Altrettanto significativa è stata, già a maggio 2026, l’apertura della sala permanente «A chi appartengono queste opere?», dedicata alle opere cosiddette “MNR” — Musées Nationaux Récupération, cioè le opere recuperate in Germania e Austria dopo la Seconda guerra mondiale, spesso provenienti da spoliazioni antisemite compiute durante l’occupazione. Il museo ne conserva ancora 225, a fronte di 15 opere restituite nel corso degli ultimi trent’anni: la sala funge da spazio di memoria e di ricerca attiva sulla provenienza delle opere, con l’obiettivo dichiarato di continuare a identificarne gli aventi diritto.

Il progetto più simbolico dell’anno resta tuttavia il completamento, il 6 agosto 2026, del cantiere di restauro di Un funerale a Ornans di Gustave Courbet: un intervento durato circa quindici mesi su una tela monumentale di oltre tre metri per sette, che non era mai stata oggetto di un intervento così radicale dalla sua realizzazione nel 1849-1850. Il pubblico ha potuto seguire in diretta le diverse fasi del restauro, condotto in collaborazione con il Centre de recherche et de restauration des musées de France (C2RMF): sotto strati di vernice ingiallita sono riemersi i colori originali, insieme ad alcuni centimetri di pittura lungo i bordi, rimasti nascosti a causa di successivi rimontaggi della tela nel corso dei decenni.

L’anniversario è anche l’occasione per rilanciare la vocazione scientifica del museo. A dicembre si terrà il grande convegno internazionale «Orsay, 40 ans après», mentre rinascerà la rivista storica 48/14, pubblicata tra il 1995 e il 2011, il cui primo numero ripercorrerà la genesi stessa dell’istituzione. Infine, nel 2027, aprirà le porte il nuovo Centro di risorse e ricerca Daniel Marchesseau, che riunirà 55.000 volumi, 600 periodici e centinaia di metri lineari di archivi, aperto a ricercatori e appassionati senza restrizioni di età o di titolo di studio.

Nuove acquisizioni e l’anno dell’impressionismo

Anche il capitolo delle acquisizioni non è da meno: tra le opere entrate in collezione negli ultimi mesi figurano l’Autoritratto al cavalletto di Gustave Caillebotte, l’unico autoritratto dell’artista esposto durante la sua vita, che lo raffigura nel proprio atelier davanti al celebre Bal au Moulin de la Galette di Renoir, e uno straordinario dono della famiglia Kan, composto da diciassette ventagli dipinti da grandi maestri impressionisti e postimpressionisti, tra cui Degas, Toulouse-Lautrec, quattro opere di Gauguin e sette di Pissarro.

Il 2026 è anche l’anno dell’impressionismo. Fino a luglio il museo ospita due mostre complementari dedicate ad Auguste Renoir: «Renoir e l’amore», realizzata in collaborazione con la National Gallery di Londra e il Museum of Fine Arts di Boston, che riunisce per la prima volta in quarant’anni cinquanta opere della prima parte della carriera dell’artista, e «Renoir disegnatore», co-organizzata con la Morgan Library & Museum di New York, dedicata al suo lavoro su carta, meno noto, ma determinante nell’evoluzione della sua arte.

In autunno sarà invece la volta di Mary Cassatt, con la mostra «Mary Cassatt. L’indipendente» (dal 6 ottobre 2026), realizzata insieme alla National Portrait Gallery di Londra e al Museum of Fine Arts di Boston: un evento di grande rilievo, poiché nessuna istituzione nazionale francese aveva mai dedicato una mostra di tale portata a questa figura centrale del movimento impressionista. Il percorso presenterà quasi 80 opere, dipinti, pastelli e stampe, ripercorrendo l’intera carriera dell’artista, con un nuovo sguardo reso possibile da lettere inedite e fonti poco esplorate, e opere provenienti da collezioni pubbliche e private europee, oltre a dipinti e pastelli americani raramente esposti fuori dagli Stati Uniti.

Un museo che esce dalle proprie mura

Particolarmente originale è anche il progetto MuM’Orsay: un museo mobile realizzato in collaborazione con la Fondation Art Explora, ovvero un camion allestito come galleria itinerante che, a partire da ottobre 2026, porterà una ventina di opere originali, non a caso sul tema della festa, nelle zone rurali e nei quartieri periferici della Francia, spesso lontani dai grandi musei.

Le celebrazioni culmineranno nel mese di dicembre particolarmente intenso. Il 4 dicembre apriranno le nuove sale delle arti decorative; il 5 e 6 dicembre il museo sarà gratuito per tutti, con un weekend festivo fatto di concerti, letture e incontri con gli artisti coinvolti nel programma delle celebrazioni. Il gran finale è previsto per il 12 dicembre, quando il regista e coreografo Thomas Jolly trasformerà la navata del museo in una pista da ballo per la «Boum 1986», una serata pensata per evocare l’energia collettiva e la sete di emancipazione culturale degli anni Ottanta, il decennio in cui il museo è nato.

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