Dopo una lunga pausa, è di nuovo Lucio Fontana a guidare le sorti del made in Italy nelle aste, l’unico capace di correre da solo e far dimenticare le fragilità di un intero settore. I prezzi non sono più quelli di un tempo, certo, ma il desiderio di «tagli» resta vivo: lo dimostra quanto accaduto il 27 maggio da Sotheby’s a Milano, dove un Concetto spaziale, Attese (65×54 cm), tre fendenti sulla tela, ha superato ampiamente la valutazione iniziale di 700mila-1 milione di euro, chiudendo a 1,8 milioni. Una cifra lontana dai fasti del 2015, quando opere delle stesse dimensioni potevano sfiorare o superare i 3 milioni, ma comunque significativa se si considera un dettaglio non trascurabile: la tela è gialla, e il giallo, rispetto al rosso o al bianco, vale in media la metà sul mercato. Nonostante questo, le offerte sono arrivate copiose sia dall’Italia che dall’estero, animando la gara. Nella stessa sessione, un taglio su fondo blu di formato mignon (22,4 x 16,5 cm) si è fermato a 512mila euro sotto i colpi del martello del banditore, il doppio della stima minima.

Fontana e Morandi, gli unici certi in un mercato ristretto
Se Fontana resta l’unico nome su cui il mercato scommette senza esitazioni, il resto della vecchia guardia spazialista naviga in acque più incerte. Alberto Burri e Piero Manzoni, un tempo leader indiscussi, si presentano ormai come comprimari, con risultati che non convincono fino in fondo. Ancora più marcato il caso di Enrico Castellani: da Sotheby’s, una «Superficie bianca» del 1972 (81×120 cm) è stata aggiudicata per appena 192mila euro, una cifra che un decennio fa sarebbe stata giudicata quasi offensiva, quando la stessa opera avrebbe potuto tranquillamente superare i 700mila euro. Nonostante questi cali, l’asta nel suo complesso ha totalizzato 11 milioni di euro, grazie soprattutto a opere “fresh-to-market”, mai passate prima sul mercato, confermando i livelli dello scorso anno.
A tenere alta la classifica resta Morandi, tornato ai suoi livelli dopo un biennio complicato: 1,6 milioni per una «Natura morta» del 1959, essenziale e perfettamente calibrata; 1 milione per una versione del 1924, più materica; 1,7 milioni per una terza tela, degli anni Venti, venduta il 30 maggio da Farsetti a Prato. Numeri solidi, in un mercato italiano sempre più marginale, le opere migliori finiscono a Parigi, e Christie’s ha abbandonato le aste italiane. L’unica vera sorpresa arriva da Mario Schifano, con due esiti opposti da Sotheby’s: 652mila euro per «Botticelli 2» (1962), oltre stima ma comunque in linea col riassestamento post-boom 2022; e appena 38mila euro per «Spazio» (1965-66), lavoro fotografico in smalto e spray finora sottovalutato, probabilmente il vero affare della sessione.

Record e delusioni: il mercato corre a due velocità
Tre aggiudicazioni, tre record personali, tre artisti diversi: è il segnale più netto arrivato dal mercato nelle ultime settimane. Il 12 giugno da Ketterer a Monaco, Tic-Tac Rosso (1959-60) di Piero Dorazio, quasi due metri di lunghezza, esposto alla Biennale di Venezia del 1960, ha toccato 2,6 milioni di euro, quasi raddoppiando il primato precedente. Otto giorni prima, il 20 maggio da Dorotheum a Vienna, era toccato a Carla Accardi: il paravento double face Fonda notte – Pieno giorno (1986, 170×180 cm), opera che si discosta dalla sua produzione più nota, ha comunque raggiunto i 520mila euro, nuovo massimo per l’artista. Numeri che raccontano un collezionismo disposto a spingersi oltre le stime pur di assicurarsi pezzi rari o iconici.
Il fenomeno si ripete, su scala minore, con Mimmo Rotella e Salvo. Complice l’antologica di Palazzo Ducale a Genova (aperta fino al 13 settembre), Exotic, décollage di Rotella del 1961, è stato aggiudicato a 166mila euro. Ancora più significativo il caso di Una sera di Salvo: la provenienza dalla collezione di Giancarlo Politi, l’editore scomparso di recente a cui l’opera era dedicata (la scritta compare sul retro della tela), ha spinto il prezzo a 192mila euro — quasi 30mila euro in più rispetto a un dipinto analogo, e persino più grande, venduto il 26 maggio da Il Ponte a Milano per 164mila euro. La provenienza, in questo caso, ha pesato quanto l’opera stessa. A stonare in questo quadro è proprio Dorazio, protagonista in negativo di un’altra vendita nello stesso periodo. Eastern Spleen (1958, 73×92 cm), reticolo storico che sembrava avviato verso un’adesione convinta, si è invece fermato a 128mila euro — vicino alle stime minime e lontanissimo dai 285mila euro pagati per la stessa opera nel 2018, sempre da Sotheby’s a Milano. Un divario che dice più di ogni altro dato quanto il mercato resti instabile: lo stesso artista capace, nel giro di poche settimane, di un record assoluto con un’opera e di una débâcle con un’altra. Solo l’autunno dirà se si è trattato di un incidente isolato o del segno di un mercato ancora alla ricerca di un proprio equilibrio.


