Frida Kahlo non è un marchio. La famiglia contro la “Fridamania” della Tate Modern

La retrospettiva londinese dedicata a Frida Kahlo riaccende il dibattito sulla commercializzazione della sua figura con gli eredi che chiedono che al centro torni la sua opera

A più di settant’anni dalla sua morte, Frida Kahlo continua a essere una delle figure più riconoscibili dell’arte del Novecento. Il suo volto campeggia su magliette, tazze, cosmetici, borse, sneakers e campagne pubblicitarie. Un’immagine diventata universale, spesso più celebre dei suoi dipinti. È proprio questo il nodo affrontato dalla grande mostra Frida: The Making of an Icon, inaugurata alla Tate Modern di Londra, ma anche il motivo della dura presa di posizione della famiglia dell’artista, che accusa il museo di contribuire a una narrazione in cui Kahlo rischia di essere percepita più come un marchio che come una pittrice.

Organizzata in collaborazione con il Museum of Fine Arts di Houston, l’esposizione riunisce oltre trenta dipinti, fotografie, documenti, abiti, gioielli e oggetti personali, affiancandoli a più di duecento opere di artisti che, nel corso di cinque generazioni, hanno guardato a Kahlo come fonte di ispirazione. L’obiettivo dichiarato è ricostruire il processo attraverso cui una pittrice relativamente poco conosciuta durante la sua vita sia diventata una delle immagini più potenti della cultura contemporanea. Il percorso culmina proprio nella sezione dedicata alla “Fridamania”, dove oltre duecento prodotti commerciali – dai souvenir agli accessori di moda – raccontano la trasformazione dell’artista in fenomeno globale. Non si tratta di una celebrazione del merchandising, spiegano i curatori, ma di un’analisi critica del modo in cui il mercato ha assorbito e reinventato la sua figura.

Le critiche rivolte alla mostra da alcuni membri della famiglia Kahlo, sostengono che la continua enfasi sulla dimensione iconica finisca per oscurare la complessità della sua produzione artistica. «Frida era un’artista, non un brand», è il messaggio rilanciato dagli eredi, preoccupati che la popolarità del suo volto abbia ormai preso il sopravvento sui suoi dipinti e sul suo pensiero politico. È una posizione che riporta al centro una questione sempre più frequente nel sistema dell’arte: cosa accade quando un artista diventa un simbolo globale, riconoscibile anche da chi non conosce la sua opera?

La parabola di Frida Kahlo è forse il caso più emblematico di questa trasformazione. Negli ultimi decenni la sua immagine è diventata sinonimo di emancipazione femminile, resilienza, identità queer, orgoglio nazionale messicano e persino lifestyle. Parallelamente, il mercato ha moltiplicato il valore economico delle sue opere e della sua immagine. La cosiddetta “Fridamania”, esplosa negli anni Novanta, non si è più arrestata, alimentata tanto dal collezionismo quanto dall’industria culturale. La Tate sceglie di affrontare questa deriva senza nasconderla, trasformandola in uno degli argomenti centrali della mostra. L’intenzione dichiarata è distinguere la costruzione dell’icona dalla qualità della pittrice, mostrando come identità personale, impegno politico, autobiografia e pratica artistica abbiano contribuito insieme alla nascita del mito

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