Winnipeg, scontro sulla mostra dedicata alla Nakba: critiche al ministro del Patrimonio

La richiesta del Ministro di modificare i testi dell'esposizione ha scatenato la reazione dell'opposizione, riaccendendo le polemiche attorno a una mostra già al centro di forti contestazioni

Il clima politico canadese si è improvvisamente riscaldato dopo che il Ministro del Patrimonio Mark Miller ha suggerito ai responsabili del Museo per i Diritti Umani di Winnipeg di rimettere mano ai testi della nuova esposizione dedicata al dislocamento del popolo palestinese. Un’intromissione che ha subito causato delle critiche da parte del leader del New Democratic Party Avi Lewis, in quanto il Ministro aveva inizialmente promesso di non intervenire nella gestione dei contenuti. Questa tempesta istituzionale si inserisce in un contesto già teso, segnato dalle dimissioni di un membro di origini ebree del museo.

Durante una conferenza, Miller ha rivelato alla stampa canadese una certa insoddisfazione verso i responsabili dell’istituzione definendo “deplorevole” il fatto che i curatori della mostra Palestine Uprooted: Nakba Past and Present, non abbiano esplicitamente identificato Hamas come gruppo terroristico, sorvolando inoltre sulle vittime israeliane del massacro del 7 ottobre. Ha aggiunto di essere stupito dalla mancanza di supervisione dell’esposizione da parte dei vertici del museo prima dell’inaugurazione, liquidando la vicenda come un grave “passo falso” nella gestione del progetto. Il museo ha replicato alle critiche attraverso un proprio portavoce, spiegando che le osservazioni del ministro sarebbero state esaminate secondo le procedure interne di revisione dei contenuti. Il portavoce ha inoltre ribadito che il consiglio di amministrazione era stato informato costantemente durante lo sviluppo della mostra e ha ricordato che il museo aveva già qualificato in più occasioni l’attacco del 7 ottobre come un atto di terrorismo.

Inaugurata sabato scorso, l’esposizione racconta lo sfollamento e l’espropriazione di circa 750mila palestinesi durante la guerra arabo-israeliana del 1948, scoppiata in seguito alla spartizione della Palestina e alla nascita dello Stato di Israele. Per i palestinesi quell’evento è conosciuto come al-Nakba, termine arabo che significa “la catastrofe”. Secondo quanto illustrato sul sito dell’istituzione, il percorso espositivo approfondisce le violazioni dei diritti umani connesse al prolungato sfollamento forzato e all’espropriazione della popolazione palestinese attraverso racconti personali di cittadini canadesi di origine palestinese. Video-testimonianze, fotografie, opere d’arte e materiali testuali sono stati concepiti per evidenziare i temi ricorrenti della perdita e della resilienza.

La mostra, tuttavia, era finita al centro delle polemiche già al momento dell’annuncio, avvenuto alla fine del 2025. Nel mese di maggio un’organizzazione legale israeliana aveva minacciato un ricorso sostenendo che fondi pubblici federali fossero stati impiegati per offrire una lettura politicizzata della storia, con il rischio di alimentare ostilità nei confronti della comunità ebraica. Pochi giorni prima dell’inaugurazione, Mark L. Berlin, professore della McGill University e unico fiduciario ebreo del museo, aveva rassegnato le dimissioni dal consiglio di amministrazione. In un editoriale pubblicato da The Hub, Berlin aveva accusato il museo di mancare di rigore intellettuale, sostenendo che Palestine Uprooted presentasse una ricostruzione incompleta e destinata a offrire una visione unilaterale della storia di Israele, del sionismo e del conflitto arabo-israeliano.

ccanto alle critiche non sono mancate prese di posizione favorevoli. La settimana scorsa, Independent Jewish Voices Canada, Jewish Faculty Network e United Jewish People’s Order Canada hanno diffuso una lettera aperta, intitolata Dear Museum, With Love, nella quale hanno espresso apprezzamento per la scelta del museo di dare spazio alle storie delle comunità emarginate. Anche la direttrice esecutiva del museo, Isha Khan, era intervenuta sulla questione nei giorni precedenti all’inaugurazione. Parlando ai media locali, aveva difeso l’impostazione dell’esposizione, spiegando che il progetto non intendeva contrapporre due schieramenti, bensì affrontare il tema dal punto di vista dei diritti umani.