Sei mostre per rileggere il Novecento

Tra grandi maestri, riscoperte e nuove interpretazioni, Gabriele Simongini ci racconta i sei progetti espositivi che curerà tra il 2026 e il 2027

Dopo il successo della mostra Il tempo del Futurismo alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, Gabriele Simongini si prepara a un’intensa stagione curatoriale che, tra l’autunno del 2026 e l’inizio del 2027, lo vedrà protagonista di sei grandi progetti espositivi distribuiti tra Roma, Catania, Portogruaro e Ancona. Un percorso che attraversa alcuni dei protagonisti assoluti del Novecento italiano – dal Futurismo a Renzo Vespignani, da Luigi Russolo a Corrado Cagli – senza rinunciare a confrontarsi con temi di stringente attualità come la memoria, la ricostruzione, il dialogo tra passato e presente e la capacità dell’arte di anticipare il futuro. Più che una semplice successione di mostre, quella delineata da Simongini è una riflessione complessiva sull’identità dell’arte italiana del XX secolo, sulla sua sorprendente pluralità di linguaggi e sulla necessità di continuare a rileggerla attraverso nuovi punti di vista. Ne abbiamo parlato con lui.

Dopo aver curato una delle mostre più importanti dedicate al Futurismo degli ultimi anni, quale direzione ha deciso di intraprendere?
Credo che l’arte italiana del Novecento rappresenti ancora uno dei patrimoni culturali più ricchi e, al tempo stesso, meno esplorati nella sua complessità. È un secolo caratterizzato da una straordinaria qualità artistica e da una vitale polifonia di linguaggi che meritano di essere continuamente approfonditi, riletti e, in molti casi, anche riscoperti. Le sei mostre che sto preparando tra ottobre 2026 e gennaio 2027 nascono proprio da questa convinzione: proporre nuove prospettive interpretative senza limitarsi a raccontare gli artisti più celebri, ma cercando di far emergere la loro sorprendente capacità di parlare ancora al nostro presente.

Tra questi progetti, uno dei più attesi è sicuramente Sensing the Future, la mostra che inaugurerà al MAXXI. Da dove nasce questa idea?
L’idea è quella di costruire una sorta di macchina del tempo. Per una volta non siamo noi a guardare il Futurismo come un fenomeno storico, ma sono i futuristi a essere proiettati nel loro futuro, cioè nel nostro presente. Molte delle loro intuizioni, che all’epoca sembravano quasi incomprensibili per la radicalità del loro linguaggio, oggi ci appaiono incredibilmente profetiche. Per questo ho immaginato un dialogo con tre artisti contemporanei – Fabio Giampietro, Donato Piccolo e Quayola – che riconoscono apertamente un debito ideale nei confronti del Futurismo, pur sviluppando percorsi del tutto autonomi. Non sarà un semplice confronto cronologico, ma un vero cortocircuito visivo e concettuale.

Anche Cratere, alle Terme di Diocleziano, affronta il tema del tempo, ma da una prospettiva molto diversa.
Sì, perché in quel caso il tempo coincide con la memoria. La mostra nasce nel decennale del terremoto del 2016 che ha colpito Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria e vuole riflettere sul rapporto tra distruzione e ricostruzione, non soltanto in senso materiale ma anche umano e culturale. Insieme ad Alessio De Cristofaro e Federica Rinaldi abbiamo costruito un percorso che riunisce ventiquattro artisti appartenenti a generazioni differenti, sei per ciascuna delle regioni coinvolte. Ho cercato autori che, attraverso sensibilità molto diverse, affrontassero i temi della memoria, della resilienza, della speranza e della rinascita. Dai grandi maestri come Licini, Burri e Scipione fino a protagonisti come Leoncillo, Ceroli, Nunzio, Spalletti, Dorazio e Bice Lazzari, il dialogo tra le opere racconta come l’arte possa trasformare una ferita in occasione di riflessione collettiva.

Subito dopo arriverà la grande retrospettiva dedicata a Renzo Vespignani alla Centrale Montemartini. Perché oggi è importante tornare su questo artista?
Perché Vespignani è stato uno dei più grandi interpreti della società italiana del secondo dopoguerra e, forse, non è ancora pienamente riconosciuto come merita. Con Luigi Martini abbiamo costruito Ecce Homo per restituire tutta la complessità del suo lavoro. Oltre a essere un pittore e un disegnatore straordinario, Vespignani ha raccontato le trasformazioni urbane, sociali e antropologiche dell’Italia con una lucidità impressionante, arrivando persino a intuire alcune delle inquietudini che caratterizzano il nostro presente. È una mostra che vuole restituirgli il posto che gli spetta nella storia dell’arte italiana.

Il suo percorso curatoriale, però, non si limita alla capitale.
Assolutamente no. Mi interessa molto lavorare anche in contesti diversi, creando reti tra istituzioni e territori. A Catania, alla Fondazione Puglisi Cosentino, presenteremo la seconda tappa della collaborazione triennale con la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea attraverso una grande mostra dedicata all’astrattismo italiano del Novecento. Saranno esposte circa sessanta opere e, soprattutto, proporremo una nuova lettura di questa esperienza artistica attraverso l’immagine della “fiamma di cristallo”: una definizione che cerca di sintetizzare l’equilibrio tra la rigorosa costruzione formale e la continua vibrazione del colore e della luce, caratteristiche peculiari dell’astrattismo italiano.

Un altro protagonista sarà Luigi Russolo, figura ancora oggi poco conosciuta dal grande pubblico.
Ed è proprio questo uno degli obiettivi della mostra di Portogruaro: contribuire a restituire tutta la grandezza di Russolo. Viene spesso ricordato soltanto come inventore degli “intonarumori”, ma è stato anche un pittore visionario e uno dei fondatori del Futurismo. In collaborazione con Guido Andrea Pautasso realizzeremo un omaggio nella sua città natale che avrà anche un valore simbolico molto forte, perché tornerà eccezionalmente in Italia, dopo vent’anni trascorsi alla Estorick Collection di Londra, il suo capolavoro La musica. Sarà un’occasione davvero speciale.

Infine, a gennaio 2027, la mostra dedicata a Corrado Cagli ad Ancona.
Sarà il progetto che concluderà le celebrazioni per il cinquantesimo anniversario della scomparsa di Cagli e si inserirà nel percorso di Ancona Capitale italiana della cultura 2028. Alla Mole Vanvitelliana presenteremo una trentina di suoi capolavori per raccontarne la continua tensione alla sperimentazione. Ma la mostra allargherà lo sguardo anche agli artisti marchigiani che, lavorando a Roma, hanno contribuito in maniera decisiva al rinnovamento della pittura e della scultura italiana del Novecento. Non vuole essere un censimento completo, ma un dialogo tra personalità che hanno condiviso un medesimo orizzonte culturale.

Guardando nel suo insieme questo programma, emerge un’idea molto precisa di curatela. Qual è il filo che tiene insieme progetti così diversi?
Credo che il compito di un curatore oggi non sia soltanto organizzare esposizioni, ma costruire nuove chiavi di lettura. Il Novecento italiano è ancora un territorio vastissimo, ricco di artisti, movimenti e connessioni che aspettano di essere riletti. Mi interessa mostrare come queste opere non appartengano soltanto alla storia, ma continuino a dialogare con il presente, a suggerire interpretazioni inedite e persino ad anticipare alcune delle questioni che viviamo oggi. È questo, in fondo, il senso dell’intero percorso: dimostrare che il Novecento non è un archivio da conservare, ma un laboratorio di idee ancora straordinariamente vivo.

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