Padova si candida a Capitale italiana dell’arte contemporanea 2028

Il progetto "Ancora imparo. Esercizi di dissidenza", sostenuto da figure di primo piano come Cecilia Alemani, Maurizio Cattelan e Renzo Piano, mostra la città come un laboratorio urbano aperto e in continua trasformazione

Padova ha ufficialmente presentato al Ministero della Cultura la propria candidatura per diventare Capitale italiana dell’arte contemporanea nel 2028. Un ultimo passo che si inserisce in un percorso che negli ultimi anni ha visto la città intrecciare istituzioni, università, realtà culturali, associazioni e cittadini in una trama sempre più fitta di progettualità condivise.

Il progetto porta un titolo che sembra quasi una frase lasciata in sospeso, aperta: Ancora imparo. Esercizi di dissidenza. Parole che esprimono l’idea che guida l’intera candidatura: l’arte non come ornamento o settore specialistico, ma come modo di abitare il quotidiano, come esercizio continuo di interrogazione, come pratica che non smette mai di rimettere in discussione ciò che sembra stabile. Nel racconto che Padova costruisce di sé emerge l’immagine di una città che non ha bisogno di “diventare” contemporanea, perché lo è già. Una città attraversata da nuovi spazi culturali che nascono o si trasformano, da energie artistiche diffuse nei quartieri, e da una storia che ha sempre saputo tenere insieme sapere e sperimentazione, disciplina e rottura, istituzione e ricerca.

«Sono molto felice che Padova abbia presentato la propria candidatura a Capitale italiana dell’arte contemporanea 2028 e auspico che il Ministero possa riconoscere la qualità del progetto che abbiamo costruito – spiega il sindaco Sergio Giordani – Una qualità che non risiede soltanto nella storia straordinaria della nostra città, ma soprattutto nella solidità e nella concretezza della proposta presentata».

Una città che si racconta mentre cambia

La frase Ancora imparo – attribuita a Michelangelo, ripresa da Goya e successivamente da Gio Ponti – dall’apparenza semplice, porta un significato radicale: restare in una condizione di apprendimento permanente, non considerare mai concluso il processo di conoscenza. In questa prospettiva, il titolo diventa una chiave per leggere non solo il progetto, ma l’intera città: una realtà che si definisce attraverso la propria disponibilità a rimettersi in discussione.

La candidatura si appoggia inoltre ad una memoria storica ben precisa, parte integrante dell’identità della città. Padova è infatti sede dell’omonima Università fondata nel 1222, uno spazio dedicato alla libertà d’insegnamento e ricerca legata a figure che hanno inciso profondamente nella storia del pensiero europeo. Da Galileo Galilei a Pietro d’Abano, da Giotto e Mantegna, fino – più recentemente – alle sperimentazioni del Gruppo N, si costruisce una genealogia che non è lineare, ma fatta di rotture, avanzamenti e deviazioni. È proprio dentro questa tradizione che la candidatura inserisce l’idea di “dissidenza creativa”: non opposizione sterile, ma capacità di produrre nuovi linguaggi e nuove forme di conoscenza.

«Un punto di forza è la connessione del progetto con la storia culturale della città, a partire dal titolo della candidatura, che si riferisce a quanto Gio Ponti, ispirandosi a Michelangelo e a Goya, fece scrivere sulla Scala del Sapere al Bo – dichiara Andrea Colasio, Assessore alla Cultura – “Esercizi di dissidenza” rinvia poi alla grande tradizione di libertà e al modo in cui, nella lunga durata, la nostra città, con forme di dissidenza generativa, ha saputo rompere schemi consolidati e vecchi paradigmi».

La direzione artistica e il comitato scientifico

A guidare e sostenere la candidatura la città presenta una direzione artistica costruita come un intreccio di esperienze complementari. Da un lato Maurizio Cattelan, che dopo un lungo percorso internazionale tra Milano, New York e le principali istituzioni dell’arte contemporanea torna a confrontarsi direttamente con la propria città d’origine, portando con sé una pratica artistica fondata sulla messa in crisi dei codici e delle narrazioni consolidate.Accanto a lui Marta Papini, che ha sviluppato un lavoro centrato sulle relazioni tra arte e territori, con particolare attenzione alle pratiche partecipative e ai processi che coinvolgono le comunità locali. E ancora Myriam Ben Salah, figura internazionale che lavora tra Europa e Stati Uniti, portando nel progetto una prospettiva radicata nella ricerca contemporanea e nelle istituzioni accademiche.

Maurizio Cattelan
Myriam Ben Salah
Marta Papini ph. Andrea Guermani

«Padova possiede una lunga tradizione di pensiero indipendente, ricerca e sperimentazione. Il nostro compito non sarà portare qualcosa dall’esterno, ma lavorare insieme alle moltissime energie che già attraversano la città, spesso in modo sotterraneo – spiegano i membri della direzione – Vorremmo che Padova 2028 fosse un’occasione per guardare la città da prospettive inattese: con gli occhi di chi la incontra per la prima volta, di chi la abita ogni giorno senza più accorgersi di alcune sue ricchezze, ma anche di chi ci ritorna dopo molti anni e la scopre diversa da come la ricordava».

Intorno a questa direzione artistica si muove un comitato scientifico costituito da figure provenienti da ambiti differenti, elemento che rafforza la natura interdisciplinare dell’intero progetto: tra queste Cecilia Alemani, già direttrice artistica della Biennale Arte di Venezia 2022; il Cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede; Daniela Mapelli, Rettrice dell’Università di Padova e Renzo Piano, architetto e senatore a vita.

Renzo Piano
Cecilia Alemani

La città come laboratorio diffuso

Ancora imparo. Esercizi di dissidenza, immagina Padova come un laboratorio urbano, un sistema aperto capace di integrare le sue comunità e ascoltarle, rileggendo e valorizzando le risorse culturali già presenti sul territorio. Il progetto riconosce così la città come un organismo vivo, attraversato da trasformazioni sociali e urbane e continuamente scosso da energie creative che ne ridisegnano, giorno dopo giorno, forme, relazioni e possibilità. All’interno di questo ecosistema, l’arte contemporanea funge da dispositivo relazionale, capace di attivare connessioni e generare dialogo tra istituzioni e cittadini, università e spazi indipendenti, centro storico e quartieri, creando una trama continua di scambi, confronti e attraversamenti.

A questa visione si affianca un programma concreto di attivazione e riuso degli spazi. La candidatura si intreccia infatti con un lungo processo di rigenerazione urbana, che entro il 2028 porterà alla disponibilità di una rete estesa di luoghi destinati alla cultura. Nel centro storico saranno protagonisti edifici come Palazzo della Ragione, l’Orto Botanico, il Castello Carrarese, il Museo degli Eremitani e l’ex Cinema Altino. A questi si aggiungono nuovi poli nei quartieri, come il San Carlo Center DU30, il Palazzo Configliachi e il Laboratorio di Quartiere all’Arcella.

Un progetto che sorride al futuro

Nel suo insieme, Padova 2028 si configura come una candidatura che non si limita a definire un calendario o un titolo, ma che prova a costruire una piattaforma culturale capace di generare relazioni durature. L’arte contemporanea, in questo quadro, diventa uno strumento per leggere le trasformazioni in atto e per immaginare nuove forme di città: non un obiettivo finale, ma un campo di possibilità aperto, che continua a evolversi insieme alla città stessa.