L’intelligenza artificiale è ormai parte della vita quotidiana: la troviamo nei motori di ricerca, nelle app che usiamo ogni giorno, nei sistemi di traduzione, negli assistenti vocali e nelle piattaforme che guidano le nostre scelte digitali senza che ce ne accorgiamo davvero. In questo scenario, diventa quasi naturale chiedersi perché questa stessa tecnologia non possa entrare anche nei luoghi della cultura, come i musei, trasformando il modo in cui il patrimonio viene raccontato e vissuto.
In questo scenario in trasformazione si inserisce il lavoro dell’ADI Design Museum, che con il progetto Vivere il Design prova a superare l’uso più convenzionale della realtà aumentata nei contesti museali. Per anni, infatti, questa tecnologia è stata impiegata come un supporto laterale: app, QR code e installazioni digitali hanno affiancato l’esperienza fisica senza mai davvero cambiarne la struttura. In questo modo, la realtà aumentata non resta uno strato esterno, ma diventa parte integrante del racconto.

Il museo costruisce un ambiente ibrido in cui oggetti, storie e contenuti digitali convivono nello stesso flusso esperienziale, accessibile in modo dinamico e personalizzato. A fare da guida in questo sistema è Musa, un avatar digitale progettato da Engitel e Why con la collaborazione di 3D Produzioni. Ha un’identità visiva precisa – una giovane figura dai tratti essenziali – ma soprattutto un comportamento interattivo: dialoga con i visitatori, risponde alle domande, propone percorsi su misura e apre finestre di approfondimento multimediale. Non si limita a “raccontare” il museo, ma ne riorganizza la fruizione in base a chi lo attraversa.

Il sistema è costruito come un racconto guidato da regole molto precise. Ogni risposta, ogni suggerimento, ogni approfondimento nasce infatti esclusivamente dai materiali certificati dell’archivio ADI, senza deviazioni o integrazioni esterne. È una scelta che mantiene la conversazione sempre dentro i confini della ricerca storica e del patrimonio documentato del design italiano, come se la memoria del museo diventasse l’unica voce possibile del racconto. Il percorso, però, non inizia davanti a una teca, ma già all’ingresso. Un totem interattivo accoglie il visitatore e apre le prime possibilità di esplorazione, quasi fosse una soglia da attraversare verso un’esperienza diversa.

Da quel momento, tablet e dispositivi mobili accompagnano il movimento nello spazio espositivo, permettendo di avvicinarsi agli oggetti da prospettive inedite, ruotarli virtualmente, entrare nei dettagli costruttivi e accedere a contenuti multimediali che si affiancano alla narrazione fisica della mostra. Così, pezzi iconici come la Lettera 22 di Adriano Olivetti, lo sgabello Mezzadro di Achille Castiglioni, la poltrona Strips di Cini Boeri o la lampada Eclisse di Vico Magistretti smettono di essere soltanto oggetti da osservare a distanza e diventano veri e propri snodi narrativi. Attorno a ciascuno si apre un insieme di contenuti, approfondimenti e materiali d’archivio che ne ampliano la lettura.
In questa trasformazione, la mediazione umana non viene cancellata, ma si sposta di livello. Musa non si limita soltanto a spiegare, ma a interpretare, a collegare i contenuti, a costruire un dialogo con il pubblico. Accanto ai contenuti più noti, emergono anche materiali meno accessibili: interviste, testimonianze e archivi audiovisivi che riportano alla luce il contesto culturale e progettuale in cui gli oggetti sono stati concepiti. Il risultato è un’esperienza che non procede in modo lineare, ma si costruisce per livelli sovrapposti, lasciando al visitatore la possibilità di scegliere quanto e come approfondire.



