Nuove tensioni attraversano la Biennale Arte di Venezia 2026. Dopo le polemiche che nelle scorse settimane hanno coinvolto il Padiglione del Sudafrica, ora al centro del dibattito internazionale finisce il Kazakistan, accusato di aver rimosso un’opera per motivi politici a pochi giorni dall’apertura della manifestazione. A innescare il caso è stata una dura lettera aperta pubblicata sulla piattaforma internazionale e-flux e firmata da oltre novanta figure del sistema dell’arte globale, tra artisti, curatori, studiosi e teorici. Nel documento si denuncia lo smantellamento dell’installazione Machine (2013) dell’artista Äsel Kadyrhanova, avvenuto – secondo i firmatari – sotto pressione delle autorità kazake immediatamente prima dell’apertura ufficiale della Biennale.
La vicenda si inserisce in un clima già particolarmente delicato per la 61ª Esposizione Internazionale d’Arte diretta da Koyo Kouoh. Nelle scorse settimane il Sudafrica aveva infatti ritirato la propria partecipazione dopo l’annullamento del progetto dell’artista Gabrielle Goliath, ritenuto troppo controverso dalle istituzioni del Paese per i riferimenti alla guerra a Gaza e ai temi queer e femministi. Due episodi diversi ma accomunati da una stessa questione: il rapporto sempre più fragile tra libertà artistica, diplomazia culturale e controllo politico all’interno dei padiglioni nazionali.
Il Padiglione del Kazakistan, ospitato negli spazi del Museo Storico Navale e intitolato Qoñyr: The Archive of Silence, è curato da Syrlybek Bekbota e riunisce nove artisti contemporanei chiamati a riflettere sui traumi storici e sui silenzi irrisolti della memoria kazaka. In questo contesto, Machine rappresentava uno dei nuclei più intensi dell’intero percorso espositivo. L’opera consisteva in una macchina da scrivere vintage degli anni Trenta collegata tramite fili rossi a copie autentiche di mandati d’arresto risalenti alle repressioni staliniane. Un dispositivo visivo potente, pensato per evocare il meccanismo burocratico del terrore sovietico e il peso persistente della memoria repressa nello spazio post-sovietico.

Secondo quanto riportato nella lettera aperta, prima della rimozione sarebbero stati tentati diversi compromessi per modificare l’opera senza eliminarla del tutto. Tra le ipotesi discusse vi sarebbe stata anche la possibilità di esporre i documenti capovolti, così da renderne il contenuto illeggibile. Le trattative, tuttavia, non avrebbero portato a una soluzione condivisa e l’installazione sarebbe stata infine smantellata. Le interpretazioni dell’accaduto restano profondamente divergenti. I firmatari della petizione parlano apertamente di censura e di un “grave danno reputazionale”, leggendo la vicenda come un preoccupante ritorno a forme di controllo culturale riconducibili all’eredità sovietica. Di contro, il Ministero della Cultura e dell’Informazione del Kazakistan – commissario ufficiale del padiglione – ha respinto le accuse, sostenendo che la decisione sarebbe stata presa esclusivamente per ragioni legate ai regolamenti della sede espositiva.
Secondo la versione istituzionale, infatti, l’opera avrebbe violato le clausole dell’accordo stipulato con il Museo Storico Navale, che vieterebbe la presenza di contenuti esplicitamente politici, ideologici o propagandistici. Una giustificazione che non ha però fermato le critiche del mondo dell’arte contemporanea, dove cresce la preoccupazione per un clima percepito come sempre più vulnerabile alle pressioni governative e alle tensioni geopolitiche internazionali. Il caso kazako riporta così al centro della discussione il ruolo stesso dei padiglioni nazionali alla Biennale: spazi storicamente sospesi tra rappresentanza diplomatica e autonomia curatoriale, oggi sempre più esposti alle dinamiche politiche dei singoli Stati. E mentre Venezia continua a proporsi come uno dei principali luoghi globali della libertà espressiva, gli episodi emersi nelle ultime settimane mostrano quanto il confine tra promozione culturale e controllo istituzionale sia diventato sempre più instabile.



