Dal 2022, nel cuore dell’Accademia di Francia a Roma, il Festival des Cabanes esplora le forme dell’abitare attraverso installazioni che intrecciano gesto costruttivo, immaginazione e attenzione al vivente. Dal 20 maggio al 28 settembre 2026, la sua quinta edizione riunisce sei capanne inedite, proseguendo il dialogo tra architettura e paesaggio. Un focus è dedicato ad alcune capanne di quest’edizione, mettendo in luce le idee progettuali e le visioni degli autori.
«Les cabanes» come laboratori del paesaggio
Al centro della ricerca, la capanna si configura come un dispositivo poetico e critico, che indaga la possibilità di forme architettoniche non invasive e di modi di abitare più sostenibili in paesaggi già antropizzati. Realizzate in legno, metallo o materiali di riuso, le installazioni dialogano con i giardini rinascimentali, trasformando la Villa Medici in un laboratorio aperto dove l’architettura si pone in rapporto immediato con la natura. Architetti, progettisti, ingegneri, artisti e pensatori si interrogano su nuove modalità di costruire e abitare il futuro. Come sottolinea Sam Stourdzé, direttore della Villa Medici: «A volte basta guardare da vicino per riattivare le buone idee». Tra architettura, paesaggio e temporalità stagionale, il festival propone un’esperienza del giardino come spazio vivente, in cui la capanna diventa al tempo stesso rifugio, gesto e forma di attenzione al mondo.
In cinque anni, sono state realizzate trentasei capanne effimere, come altrettanti rifugi sospesi tra arte e terra. Per celebrare questo percorso, il direttore del festival e commissario d’esposizione ha reso omaggio all’anima dei costruttori: «Grazie per il vostro talento, il vostro impegno, la vostra visione del domani. Grazie a tutti voi, che non avete contato né le ore, né i giorni, né i fine settimana». Racconta così la filosofia quasi organica del progetto: «Questo festival è un invito a re-incantare il giardino, a riscoprirlo in modo diverso. È accettare di essere accolti dai pavoni, di risvegliare i visitatori al miracolo della primavera, quando tutto torna al verde, al ritmo segreto delle stagioni. L’architettura si adatta alla natura. Un’architettura benevola, capace di proteggere, in un unico gesto, gli esseri umani e il mondo vegetale».

Gli architetti dello studio salazarsequeromedina, fondato e guidato da Laura Salazar, Pablo Sequero e Juan Medina, firmano due interventi alla Villa Medici: la Cabana 7L nei giardini e la Libreria 7L all’ingresso. Il loro lavoro riflette sull’eredità dei dispositivi ambientali rinascimentali, reinterpretando pergole, logge e strutture leggere come strumenti contemporanei di relazione tra corpo, luce e paesaggio, attraverso un’architettura leggera e permeabile.
La Cabana 7L x Villa Medici è un padiglione estivo aperto e poroso, pensato per la contemplazione, la lettura e la circolazione lenta dei visitatori. La sua struttura evoca l’idea di un rifugio leggero che filtra luce e aria, offrendo un punto di osservazione privilegiato sui giardini e sulla città eterna. All’ingresso della Villa, la Libreria 7L x Villa Medici si presenta invece come un paesaggio interno in movimento, una vera e propria costellazione di elementi e arredi che accolgono una selezione di libri legati ai temi del festival. Insieme, le due installazioni esprimono la ricerca progettuale di salazarsequeromedina intorno a un’architettura attenta al contesto e alle pratiche collettive dello spazio, prolungando la riflessione sulle forme dell’abitare e sul rapporto tra paesaggio, cultura e spazio condiviso.
Aquifère di PRÌA e VELIA: architettura ancestrale per il clima di domani
Il progetto Aquifère, concepito dagli studi PRÌA e VELIA, propone una risposta concreta all’intensificarsi delle ondate di calore. Installata tra gli aranci dei giardini della Villa Medici, la struttura immagina, tra sperimentazione climatica ed eredità costruttiva, un’architettura essenziale e sensibile, capace di dialogare con il paesaggio e con le urgenze ambientali del presente e di domani.
Per Sam Stourdzé, Aquifère rappresenta «una piattaforma che ridefinisce lo spazio e permette di riscoprire completamente il giardino, gli aranci e l’ulivo al centro di questo ambiente». Sottolinea inoltre «il principio quasi tecnologico che rende possibile un raffrescamento naturale», definendo il progetto «straordinario, autentico e ancestrale». L’architetto Giorgio Azzariti, dottorando all’ETH Zurich ed ex studente dell’École Nationale Supérieure d’Architecture de Paris-Belleville, spiega come Aquifère si sviluppi attraverso «due narrazioni complementari». La prima riguarda una sperimentazione costruttiva e materica profondamente legata – «quasi indissolubile» – al giardino e al carré degli aranci; la seconda affronta invece una questione più ampia e urgente: il rapporto tra architettura e temperatura. In una città come Rome, dove il caldo rende ogni estate, ogni giorno più difficile abitare lo spazio urbano, il progetto esplora come l’architettura possa creare microclimi adatti alla vita contemporanea.
Secondo Azzariti, «la temperatura sopra il padiglione potrebbe diminuire fino a due gradi nei momenti di maggiore calore». Aquifère non è soltanto una struttura effimera, ma anche un progetto di ricerca sviluppato insieme a ingegneri e specialisti. «Nei prossimi mesi, il progetto sarà oggetto di una documentazione scientifica precisa per dimostrare l’efficacia di questi sistemi passivi ereditati da pratiche antiche e materiali elementari: ombra, ventilazione naturale, acqua e materiali porosi come la terracotta», afferma Azzariti, «capaci di raffreddare lo spazio senza ricorrere a sistemi meccanici». La struttura è composta da una base in travertino proveniente dalle cave di Tivoli, nei pressi di Roma, e da un sistema di vasi comunicanti in terracotta, costituito da ollas e anfore storicamente utilizzate per l’irrigazione. Il travertino funge da roccia-serbatoio: la sua porosità assorbe, trattiene e restituisce l’acqua, che affiora lentamente sulla superficie delle anfore. Evaporando a contatto con l’aria calda, il processo sottrae calore all’ambiente, agendo in sinergia con l’ombra degli aranci e la circolazione naturale dell’aria.
Concepito come prototipo sperimentale, il progetto sarà valutato dallo studio di ingegneria climatica TRIBU e attraverso l’esperienza diretta dei visitatori. Aquifère testa così un sistema di raffrescamento urbano passivo e replicabile, interrogando la capacità degli spazi pubblici di trasformarsi in vere infrastrutture di benessere termico.

Il Duomo Invertito: tra geometrie del vuoto, luce e materia vivente
Bento Architecture, studio di architettura con sede a Bruxelles, immagina Il Duomo Invertito come un’esplorazione delle linee di fuga contemporanee, là dove il linguaggio architettonico, quello dei codici, delle norme e della produzione, si esaurisce, si irrigidisce e si cristallizza. Di fronte a questo esaurimento, il progetto apre un altro orizzonte: un’architettura che diventa spostamento, trasformazione e alterità rispetto a sé stessa. Stéphanie Pecourt, direttrice del Centre Wallonie-Bruxelles a Parigi, evoca questa tensione: «Cercare un punto di fuga, ragionare non per metafora ma per metamorfosi, essere stranieri nella propria lingua, essere nomadi nel regime del credito che impegna ogni parola… come non sognare allora linee di fuga, nuovi orizzonti». In questa prospettiva, il progetto supera la semplice decostruzione per attivare una forma di ripaesaggio delle pratiche architettoniche.
Al centro della ricerca, l’architetto Corentin Dalon descrive la genesi del Duomo Invertito: «tutta la riflessione è stata nell’inversione radicale del rapporto tra massa e leggerezza: un volume suggerito da una griglia in manico di scopa, come una muratura alleggerita, all’interno della quale si inserisce una cupola». Lo spazio interno diventa un vuoto abitabile, attraversato da un oculo ispirato al Pantheon, che lascia entrare un punto di luce capace di far evolvere il giardino al ritmo delle stagioni e del tempo. L’architettura è così concepita come un recettore di luce, nel solco di Le Corbusier, in cui la materia si ritrae per lasciare spazio all’esperienza del vuoto, della luce e del vivente. Questa ricerca si estende anche alla sperimentazione di materiali innovativi, tra cui circa 2100 tegole in micelio, che approfondiscono la riflessione sui cicli di trasformazione della materia.

Bento Architecture, già curatore del Padiglione belga alla 18ª Biennale di Architettura di Venezia 2023 (In Vivo, con Vinciane Despret), inscrive il proprio lavoro in una continuità critica fatta di sperimentazione e ricerca sul vivente, dove la materia diventa pensiero e lo spazio si costruisce come campo di esperienza tra arte, design ed ecologia. Lo studio interroga i modelli di produzione contemporanei e il loro impatto sui modi di vita, aprendo nuove possibilità di relazione tra costruzione, ambiente e trasformazione della materia.
Reassembled Views: museo a cielo aperto della memoria del Festival
Il progetto di sedute Reassembled Views nasce da una ricerca condotta dagli studenti del Bachelor in Design del campus romano di NABA – Nuova Accademia di Belle Arti. L’iniziativa si sviluppa attorno al riuso creativo dei materiali delle precedenti edizioni, evitando lo smaltimento e attivando processi di upcycling. Da questa pratica di “viste ricomposte” prende forma un nuovo modo di interpretare le architetture del Festival des Cabanes: elementi già utilizzati vengono rielaborati per far riemergere la memoria delle installazioni passate, offrendo prospettive inedite sulle cabanes degli anni precedenti. I mattoni alveolari prodotti nel Lazio, originariamente parte della struttura di una delle capanne, vengono così trasformati in una serie di sedute contemporanee.

Disseminate nei giardini di Villa Medici, le strutture invitano alla sosta e all’osservazione, creando un dialogo tra design, paesaggio e memoria. Il progetto si configura come un museo a cielo aperto della storia del festival: attraverso un visore integrato nel totem-installazione, il pubblico può esplorare ricostruzioni tridimensionali di alcune capanne delle edizioni passate, condensando la memoria dell’intero percorso in un’unica esperienza immersiva, offrendo punti di vista diversi.
Da non perdere le capanne Façade e Creetopia, da scoprire al Festival des Cabanes, che prosegue la sua esplorazione dei modi di abitare il paesaggio attraverso approcci sperimentali che intrecciano design, architettura e ricerca collaborativa.



