Dal 13 maggio sarà possibile visitare la nuova commissione site-specific per le Duveen Galleries affidata a Zineb Sedira, un’artista che utilizza la propria pratica per narrare l’esperienza diasporica algerina e le conseguenti implicazioni dell’essere migranti. Naturalmente, la presenza di un’artista che lavora sulle eredità del colonialismo all’interno di una delle istituzioni simbolo della cultura occidentale apre un dibattito e pone una domanda implicita: è possibile mettere in discussione un sistema operando al suo interno?
«Accettare la Commissione è un’esperienza insieme monumentale e intima. Significa mettere il peso della storia in dialogo con il battito vivo dell’esperienza panafricana. Mi offre l’opportunità di immaginare nuove storie, nuove energie e nuovi significati» ha affermato l’artista in una dichiarazione per la Tate Modern, lasciando intendere una chiara volontà di mettere in discussione le narrazioni storiche e occidentali dominanti. Ma, nonostante le lodevoli dichiarazioni, la collaborazione potrebbe sembrare l’ennesima conferma del desiderio da parte delle istituzioni occidentali di posizionarsi come protagonisti di un’eredità culturale che non gli appartiene, seguendo la scia di un interesse – e di un mercato – che oggi tende a glorificare pratiche artistiche immediatamente riconoscibili come africane.

L’occidente, infatti, ha a lungo considerato l’Africa come un continente carico di energia simbolica: un altrove fondato su un immaginario di autenticità, purezza e forte senso di origine. In questa prospettiva, l’Africa viene assimilata come una friche, uno spazio incontaminato e fertile capace di rigenerare una cultura occidentale percepita ormai come esaurita. Quando una società non può più sostenere il proprio modello produttivo e quando non ha più risorse e merci da estetizzare, sostituisce il bisogno della produzione con il bisogno di un ritorno al selvaggio, al dismesso, a ciò che si presume non ancora contaminato.
Nel tempo, questa idea ha implicitamente prodotto un’aspettativa nei confronti degli artisti africani: essere riconoscibili come tali ancora prima che artisti. Una condizione che permette al pubblico occidentale di fruire, anche solo per un istante, l’illusione di un contatto con un’alterità autentica, che in realtà non esiste. L’Africa diventa così un simbolo di qualcosa che non è: un continente che affascina tutti, ma che raramente interessa a qualcuno.

Sugar Routes (Zineb Sedira, 2013) Commissioned by Marseille Provence
Ma allora come si posizionerà Zineb Sedira?
Attraverso tutta la sua produzione creativa l’artista si è posta l’obiettivo di mettere in crisi lo sguardo europeo proponendo una contro-narrazione dell’immaginario occidentale sull’arte africana. Niente esotismo né purezza, nel suo lavoro non c’è traccia di quella “africanità” visibile che spesso viene richiesta come garanzia di autenticità. Al contrario, il suo lavoro è profondamente politico e soprattutto storico: un lavoro in cui l’Africa non è uno spazio di proiezione, ma di memoria e traumi. Non esiste un fuori, non esiste un altrove incontaminato.
La commissione alla Tate si preannuncia all’interno di questo scenario. Un riconoscimento importante nei confronti di un’artista che affronta apertamente le eredità coloniali all’interno di una delle principali istituzioni occidentali ma, al contempo, la possibile assimilazione alle logiche di un mercato che impone – più o meno implicitamente – le proprie condizioni di esistenza: logiche di un mercato all’interno del quale è necessario sopravvivere.
La presenza di Sedira alla Tate, allora, non è solo un evento da vernissage ma un’opportunità. Un’opportunità per le istituzioni chiamate a confrontarsi con una storia non romanticizzata. Per il pubblico invitato a riconsiderare le modalità di fruizione e contemplazione. Per l’Occidente sfidato a riconoscere l’Africa per ciò che è, e non per ciò che alimenta le proprie fughe e fantasie. Per Zineb Sedira che, proprio all’interno di questo sistema, ha l’opportunità di metterne in crisi le fondamenta.



