“Sono innamorata di Venezia da cinquant’anni. Se non vivessi qui, vivrei nella campagna inglese”.
In questa dichiarazione, rilasciata da Peggy Guggenheim nel 1976, non vi è solo una preferenza geografica, ma la sintesi di un destino artistico che ha unito due mondi. Se Venezia è stata il porto d’arrivo e la dimora definitiva, Londra è stata senza dubbio il cantiere, il laboratorio dove l’ereditiera americana si è trasformata nella mecenate più influente del XX secolo. Fino al prossimo autunno, il 19 ottobre 2026, la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia presenta la mostra Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una Collezionista, a cura di Gražina Subelytė e Simon Grant. Si tratta di un progetto espositivo senza precedenti, che per la prima volta mette in luce un capitolo tanto breve quanto cruciale nella vita di Peggy Guggenheim: la nascita della galleria Guggenheim Jeune.

photo Matteo De Fina
Quando Peggy Guggenheim apre la Guggenheim Jeune al numero 30 di Cork Street, nel Gennaio 1938, la scena artistica londinese è ancora profondamente ancorata ai canoni conservatori. Nonostante la presenza di alcune realtà di avanguardia come la Redfern e la London Gallery, le istituzioni britanniche guardano con sospetto alle nuove realtà artistiche del tempo. In questo contesto, Peggy, decide di sfidare le norme consolidate per promuovere l’arte dell’avanguardia. In meno di due anni, quel piccolo spazio diventa l’epicentro del Surrealismo e dell’Astrazione, un faro che attira i più grandi sperimentatori dell’epoca. La mostra veneziana ricostruisce minuziosamente l’attività frenetica di quei diciotto mesi, durante i quali Peggy Guggenheim organizzò ventuno mostre. Il percorso espositivo riunisce cento opere chiave, molte delle quali tornano insieme per la prima volta dai tempi delle mostre originali.

photo Matteo De Fina

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Tra i momenti storici rievocati in mostra spicca la prima personale di Vasilij Kandinsky nel Regno Unito, un evento che segnò profondamente il pubblico inglese. Non meno rilevante fu la mostra dedicata a Jean Cocteau, o la coraggiosa collettiva dedicata alla scultura contemporanea, la quale fu al centro di uno scandalo, ma che ebbe il merito di far conoscere i nomi di Henry Moore e Barbara Hepworth. Un aspetto importante della rassegna è la verità dei linguaggi: non solo pittura e scultura ma anche sperimentazioni transdisciplinari. Ne sono un esempio le “bambole artistiche” di Marie Vassilieff, precorritrici di pratiche artistiche contemporanee, o la celebre mostra dedicata ai disegni dei bambini, che vide il debutto assoluto di un giovanissimo Lucian Freud. Dietro la selezione delle opere e il coraggio delle scelte curatoriali di Peggy, la mostra svela una fitta rete di relazioni intellettuali. Se Duchamp fu il suo “maestro d’arte”, figure come Herbert Read, Samuel Beckett e Roland Penrose furono i suoi compagni di viaggio in quella che lei stessa definì una “splendida avventura”.

photo Matteo De Fina
Fu proprio durante l’esperienza londinese che Peggy Guggenheim maturò l’idea di trasformare la galleria in un museo d’arte moderna. La mostra mette in luce come Peggy non fosse solo un’acquirente d’arte, ma una figura capace di creare un ecosistema culturale, fornendo legittimazione e visibilità ad artisti che, all’epoca, faticavano a trovare spazio nelle collezioni pubbliche. Il tributo che la Collezione le dedica oggi è anche un omaggio al suo amore per l’Inghilterra, sua “patria spirituale”. Dopo la tappa veneziana, l’esposizione si sposterà alla Royal Academy of Arts e successivamente al Gugghenheim di New York, a testimonianza di questo quel breve capitolo londinese sia stato fondamentale non solo per lei, ma per la storia del modernismo
Attraverso dipinti, sculture, fotografie di Gisèle Freund e materiali d’archivio inediti, il visitatore non scopre solo “cosa” Peggy collezionasse, ma “perché”: per il desiderio incessante di essere parte del nuovo, di proteggere il genio e di trasformare la propria vita in un’opera d’arte collettiva.

photo Matteo De Fina


