Per anni il Leone d’Oro è stato il simbolo massimo della consacrazione artistica globale: una macchina di legittimazione capace di trasformare un artista in un nome, un nome in un mercato, un mercato in una storia ufficiale dell’arte contemporanea. Oggi, però, qualcosa si è incrinato. Alla Biennale di Venezia 2026, il premio sembra aver perso la sua aura. Il 9 maggio, giorno dell’inaugurazione ufficiale della Biennale di Venezia 2026, la crisi dei premi è diventata definitiva. Con un comunicato congiunto pubblicato su e-flux, oltre cinquanta artisti della mostra principale e di diversi padiglioni nazionali hanno annunciato il ritiro formale dalla corsa ai nuovi “Leoni dei Visitatori”, i premi assegnati dal pubblico introdotti quest’anno dalla Fondazione Biennale dopo le dimissioni della giuria internazionale.

La decisione nasce come gesto di solidarietà verso la giuria uscente, guidata da Solange Farkas, che aveva lasciato l’incarico rifiutandosi di partecipare a un sistema di premiazione che includesse padiglioni di Paesi accusati di crimini internazionali, in particolare Russia e Israele. Tra i firmatari compaiono artisti come Alfredo Jaar, Yto Barrada, Tabita Rezaire e Otobong Nkanga, insieme ai rappresentanti di padiglioni nazionali come Spagna, Svizzera, Belgio e Paesi Bassi. Il boicottaggio svuota simbolicamente il nuovo sistema di voto popolare, nato per garantire continuità e “inclusività” in un contesto geopolitico ormai esplosivo, ma percepito da molti artisti come un tentativo di neutralizzare il conflitto senza affrontarne davvero le implicazioni politiche.
Nelle ultime settimane, lo abbiamo visto, la Biennale di Venezia 2026 è stata attraversata da una serie di proteste e prese di posizione legate soprattutto alla partecipazione di alcuni padiglioni nazionali e al ruolo politico delle istituzioni culturali internazionali. Centinaia di artisti, curatori e operatori del settore hanno firmato appelli pubblici chiedendo esclusioni, boicottaggi e una presa di posizione più netta da parte della Biennale rispetto ai conflitti in corso. Il clima di tensione ha raggiunto il punto più alto con le dimissioni della giuria internazionale incaricata di assegnare i Leoni, gesto motivato dalle polemiche sulla gestione politica della manifestazione e dal rifiuto di operare in un contesto considerato sempre meno neutrale. In parallelo, diversi artisti hanno preso le distanze dai premi e dalla retorica celebrativa della Biennale, trasformando la rinuncia al riconoscimento in una dichiarazione pubblica contro il funzionamento stesso dell’istituzione culturale.

L’arte contemporanea globale ha costruito in questi anni la propria identità su una specie di diplomazia morbida, dove tutto poteva essere discusso purché niente interrompesse davvero il funzionamento della macchina. Oggi quella macchina scricchiola. Il problema non è nemmeno più soltanto la presenza o meno di determinati padiglioni nazionali. È che il formato stesso della Biennale appare improvvisamente vecchio. Un evento nato nel XIX secolo, fondato sull’idea di rappresentanza nazionale, si trova a operare dentro un presente in cui gli artisti parlano il linguaggio dei movimenti transnazionali, delle campagne online, del boicottaggio culturale e delle solidarietà politiche globali. Il risultato è un cortocircuito evidente: da una parte l’istituzione che continua a chiedere “neutralità”, dall’altra artisti che vedono la neutralità come una forma di complicità. Per questo il ritiro dai Leoni pesa più di qualsiasi opera esposta. Il paradosso è che la Biennale continua a essere importantissima proprio mentre perde la capacità di controllare il significato della propria importanza.



