Perché il Padiglione Austria è già il caso di questa Biennale 2026

Che il progetto avrebbe fatto discutere era prevedibile. Ma l'artista-campana nuda che suona l'allarme sul clima, ha davvero superato tutte le aspettative

Seaworld Venice, è questo il titolo del chiacchieratissimo progetto del Padiglione Austria alla Biennale 2026, affidato alla performer e coreografa viennese Florentina Holzinger, da anni una delle figure più radicali della scena performativa europea. L’artista, nota per lavori che intrecciano danza, stunt, teatro sperimentale, cultura pop e pratiche performative estreme, ha trasformato il proprio corpo e quello delle performer in un autentico terreno di tensione politica e simbolica.

Le sue opere utilizzano infatti sesso esplicito, sangue, nudità e prove fisiche estreme non come semplici elementi provocatori, ma come strumenti teatrali e politici attraverso cui mettere in discussione il controllo sul corpo, le dinamiche di potere e i limiti stessi della rappresentazione. Già in opere come TANZ (2019), presentata alla Volksbühne di Berlino, Holzinger metteva in scena ballerine-classiche trasformate in figure quasi sovrumane, sospese tra disciplina atletica, violenza fisica e liberazione dell’identità femminile.

Questa volta, però, la sua ricerca approda in Biennale raggiungendo un nuovo livello: il padiglione si trasforma in una macchina performativa immersiva che invade lo spazio e costringe continuamente il pubblico a confrontarsi con i propri limiti visivi, emotivi e morali. Il vero elemento strutturale dell’idea è l’acqua: simbolo per eccellenza del capoluogo che ospita la manifestazione, ma anche materia instabile e incontrollabile, che diventa metafora di una città costantemente sospesa sull’orlo dell’autodistruzione. Venezia stessa, costruita sull’acqua e oggi emblema globale della fragilità climatica, viene riletta da Holzinger come un organismo stanco, vulnerabile, eppure ancora ostinatamente vivo.

Dentro il Padiglione Austria accade veramente l’impensabile: tutto sembra muoversi, oscillare, sfuggire al controllo: performer nude si arrampicano su strutture rotanti come in una sorta di deposizione contemporanea; una moto d’acqua attraversa lo spazio in cerchio sollevando schizzi che finiscono addosso agli spettatori; una gigantesca campana umana integralmente nuda scandisce il ritmo delle azioni; nei bagni chimici finali un corpo femminile galleggia immerso nei fluidi, sospeso tra reliquia sacrificale e visione postumana. Holzinger usa il corpo come un campo di battaglia sul quale si depositano tensioni politiche, desideri, forme di controllo e meccanismi di potere. La presenza femminile, soprattutto, viene sottratta a qualsiasi rappresentazione rassicurante, idealizzata o estetizzante. La nudità perde qualsiasi dimensione voyeuristica e l’acqua che invade il padiglione rende tutto più partecipativo: le figure delle interpreti sembrano emergere e sopravvivere dentro un ecosistema esausto, come relitti contemporanei trascinati in una città fragile, splendida e continuamente minacciata dal collasso.

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