Chalisée Naamani e la Storia da indossare

A partire dalle parole dell’artista franco-iraniana emerge un pensiero creativo che interroga la responsabilità dello sguardo in un presente in cui la realtà tende a essere costantemente semplificata

Non vi è tempo, nella storia o nel pensiero, in cui i corpi non siano stati espressione di voci e battaglie politiche spesso portate avanti dalla fragilità di chi con quegli stessi corpi, ha perso la vita. Il carcere platonico dell’anima, quell’involucro con cui dobbiamo convivere per tutta la nostra esistenza, è la musa invisibile di Chalisée Naamani e dei suoi tessuti, che generano sculture mai neutrali ma sempre plasmate dalle storie di chi li indossa, in una Storia assai più densa. In questo modo, le sue creazioni costruiscono uno spazio il cui trauma può restare opaco, stratificato e non del tutto consumabile. La sua, di storia, è invece segnata da una biografia diasporica e da una prossimità emotiva ai contesti evocati, quali Iran e Francia: ciascuno di questi paesi porta con sé un proprio rapporto con il corpo e con la visibilità, sebbene in modo molto diverso.

La frivolezza della moda può essere sfacciata, indulgente, narrativa, ma sotto la superficie si annida un’inquietudine implicita che spesso coincide con quello che abbiamo dentro e che si vuole mostrare al mondo, ma che troppo spesso non viene capito o mal interpretato. Ciò che infatti l’artista franco-iraniana mette in discussione è l’uso superficiale e automatizzato di informazioni che al giorno d’oggi circolano troppo velocemente: a volte, nel tentativo di opporsi a una narrazione dominante, si rischia di costruirne un’altra altrettanto distorta. Ad affiorare è una riflessione più profonda sull’arte e responsabilità dello sguardo, che tralascia contraddizioni e restituisce complessità al racconto univoco di ciò che ci appartiene, ma che a volte non vogliamo proprio vedere.

Nel tuo lavoro, tessuti, immagini e motivi ornamentali, spesso legati alla cultura persiana, vengono rielaborati e messi in dialogo con elementi contemporanei: in un contesto in cui anche l’abbigliamento in Iran è rigidamente regolato, questi materiali assumono per te un significato consapevolmente politico?

La moda e i tessuti non sono mai neutrali ma sono sempre plasmati dalla storia e dalle storie di chi li indossa. In questo senso, il mio lavoro è inevitabilmente connesso a diversi contesti, tra cui l’Iran e la Francia, dove sono nata e cresciuta. Ciascuno di questi ambienti porta con sé un proprio rapporto con il corpo e con la visibilità. In Iran, l’abbigliamento fa parte di un sistema in cui il corpo è regolato e controllato nello spazio pubblico. In Francia, i dibattiti sul velo, spesso inquadrati attraverso il prisma della laicità, possono anch’essi funzionare come una modalità di regolazione e controllo di alcuni corpi femminili, sebbene in modo molto diverso. Nel mio lavoro, sono meno interessata a illustrare direttamente queste dinamiche che a esplorare come il corpo venga modellato, vincolato o protetto attraverso ciò che indossa. La dimensione politica è dunque presente, ma resta incorporata in qualcosa di più ampio.

Come artista franco-iraniana che lavora in Europa, senti una responsabilità nel prendere posizione su ciò che accade in Iran, in particolare riguardo alla condizione delle donne?

Ritendo che l’idea di “responsabilità” sia complessa. In quanto persona con un legame con l’Iran, sono naturalmente profondamente colpita da ciò che sta accadendo, soprattutto alla luce delle recenti violenze, inclusi gli eventi del 7 e 8 gennaio, che hanno comportato una repressione molto dura e causato un numero significativo di vittime civili. Raramente sono rimasta così scioccata dalle immagini, le file di sacchi per cadaveri, le famiglie e i genitori alla ricerca dei propri figli… Sono immagini che restano impresse. Credo che, di fronte alla guerra, sia necessaria una forma di umiltà, o persino un senso del limite. Ho la mia migliore amica a Beirut e parte della mia famiglia in Iran, che vivono sotto la minaccia dei bombardamenti. È quindi inevitabile che io mi senta profondamente coinvolta e, in qualche modo, responsabile. Ma questa vicinanza mi rende anche più attenta a come mi esprimo, e a non sovrappormi a chi sta vivendo direttamente queste esperienze.

Quando lo ritengo pertinente, condivido alcune informazioni o immagini, ad esempio su Instagram, come modo per rilanciare contenuti o esprimere solidarietà. Ma non sono una giornalista, e cerco di restare attenta a non cadere in forme di illustrazione o semplificazione di situazioni estremamente complesse. Devo anche ammettere che a volte provo una certa frustrazione per il modo molto impulsivo in cui oggi circolano le informazioni, spesso condivise senza verifica e senza una piena comprensione del contesto. Questo può portare, a mio avviso, a posizioni che rischiano di essere riduttive o addirittura irresponsabili.

Credo inoltre che gli spazi espositivi possano veicolare forme di solidarietà senza necessariamente ricorrere a una rappresentazione diretta. Esistono altri modi per trasmettere affetti, narrazioni o tensioni. Se torno alla parola “responsabilità”, in quanto membro della diaspora, penso che consista innanzitutto nel cercare di restare giusta e attenta verso chi vive in Iran. La mia posizione non mi conferisce necessariamente la legittimità di dire cosa sia meglio per loro. Stiamo vivendo un momento in cui gli eventi si susseguono molto rapidamente, con molteplici forze politiche in tensione, ed è spesso difficile avere il necessario distacco. In questo contesto, preferisco mantenere un certo grado di cautela e complessità nel modo in cui mi esprimo, piuttosto che produrre posizioni immediate o eccessivamente semplificate.

Come in questo caso, quando un paese è isolato digitalmente, pensi che il silenzio risultante sia anch’esso una forma di violenza politica che l’arte dovrebbe affrontare esplicitamente?

L’isolamento digitale è estremamente violento: in Iran, il blackout di internet è durato per oltre 41 giorni, rendendolo uno dei più lunghi mai registrati. Durante quel periodo, le persone sono state tagliate fuori non solo dalle informazioni, ma anche le une dalle altre, molte non sono riuscite a contattare le proprie famiglie, nemmeno nel mezzo della guerra e dei bombardamenti. Allo stesso tempo, non sono sicura che questa sia una questione che riguardi esclusivamente il campo dell’arte. Mi sembra che temi come l’accesso all’informazione, la visibilità e la comunicazione facciano parte di una responsabilità civica più ampia.

Naturalmente, agli artisti viene spesso richiesto di prendere posizione, non solo nel campo dell’arte contemporanea ma anche, ad esempio, nel cinema, dove alcune figure godono di una grande visibilità. Questa visibilità può consentire loro di utilizzare la propria piattaforma su scala più ampia, per diffondere informazioni o esercitare una forma di pressione. Ma allo stesso tempo, credo che ci sia qualcosa di leggermente paradossale, e talvolta persino un po’ cinico, nel modo in cui oggi circolano le informazioni, soprattutto sui social media. Si ha la sensazione di opporsi al silenzio, ma spesso attraverso formati molto effimeri, come le storie che scompaiono dopo ventiquattro ore. Questo solleva interrogativi sul reale impatto di queste forme di espressione. Al contrario, alcune persone, inclusi gli artisti, possono anche non esprimersi affatto pubblicamente, ma essere profondamente impegnate nella loro vita quotidiana, attraverso conversazioni continue, forme di attenzione e modalità di presenza meno visibili, ma altrettanto significative.

Negli ultimi anni, il sistema dell’arte ha preso posizione in modo molto visibile su alcune crisi, mentre molte voci parlano di silenzio e cautela rispetto all’Iran: c’è forse un doppio standard?

È difficile parlare in termini assoluti, ma sembra che alcune situazioni ricevano più visibilità di altre all’interno del mondo dell’arte. Questo può essere legato a molti fattori – contesti geopolitici, copertura mediatica, relazioni storiche o strutture istituzionali – tutti elementi che influenzano il modo in cui l’attenzione viene distribuita. Penso anche che all’interno della comunità artistica esista spesso una forma di esitazione quando si tratta di situazioni particolarmente complesse o difficili da comprendere a distanza. Questa esitazione può talvolta essere percepita come silenzio, ma può anche derivare dal desiderio di non semplificare o travisare la realtà. Allo stesso tempo, esistono forme di impegno più attiviste nel mondo dell’arte, per le quali questo tipo di esitazione può risultare difficile da comprendere e talvolta essere interpretato come una mancanza di presa di posizione. Credo che questo generi una tensione tra diversi modi di coinvolgersi, tra forme di espressione più immediate ed esplicite e altre che implicano cautela, tempo o il rifiuto della semplificazione.

Detto questo, credo anche che talvolta vi sia una mancanza di conoscenza o di attenzione nei confronti di determinati contesti. Personalmente, ad esempio, mi sono sentita piuttosto sola durante il movimento “Women, Life, Freedom”, che non ha sempre ricevuto lo stesso livello di mobilitazione. Nel più ampio quadro delle tensioni attuali, sono rimasta anche colpita da alcune posizioni che, sotto la bandiera di un discorso anti-imperialista, potevano talvolta condurre a semplificazioni o persino a una forma di romanticizzazione della Repubblica Islamica dell’Iran. Questo è stato per me profondamente destabilizzante, poiché sembrava ignorare le realtà vissute da molte persone nel paese.

Più in generale, mi sembra che in alcuni ambienti artistici occidentali persista ancora una prospettiva fortemente centrata sui propri schemi analitici. Anche quando si presenta come decostruita, femminista o anticoloniale, talvolta può mancare di lucidità di fronte alla complessità di certe situazioni. Questo non mette in discussione la legittimità di tali forme di impegno, ma evidenzia come possano essere modellate da punti ciechi e squilibri nel modo in cui vengono costruite l’attenzione e la solidarietà.

Nel contesto delle recenti controversie sulla Biennale di Venezia e le richieste di esclusione di alcuni paesi, è giusto chiedere al sistema dell’arte di prendere posizioni così esplicite?

Penso che i boicottaggi siano complessi. Possono essere strumenti potenti in certi contesti, e capisco perché a volte vengano invocati, soprattutto in risposta a situazioni politiche urgenti. Allo stesso tempo, ritengo importante interrogarsi su ciò che producono concretamente e su chi ne subisce gli effetti. In molti casi, l’intenzione è quella di esercitare pressione su Stati o istituzioni, ma nella pratica sono spesso artisti e curatori a essere direttamente colpiti. Nel contesto dell’arte, esiste sempre il rischio di ridurre gli individui alle posizioni degli Stati da cui provengono, o di limitare gli spazi di dialogo e scambio. È simile a quanto accade nello sport. L’Iran ha continuato a partecipare a competizioni internazionali come i Mondiali, anche se esisterebbero motivi per invocare un boicottaggio e tuttavia è proprio nei momenti di maggiore conflitto che queste questioni diventano più urgenti. Questo, di per sé, appare piuttosto ambivalente.

Allo stesso tempo, lo sport ha anche creato spazi per gesti di resistenza. Alcuni atleti iraniani hanno corso rischi significativi per esprimere dissenso. Penso, ad esempio, ai giocatori che si sono rifiutati di cantare l’inno nazionale durante competizioni internazionali, nonostante il pericolo molto reale che corrono al loro ritorno in Iran. Anche la nazionale maschile di calcio ha compiuto gesti simbolici, restando in silenzio durante l’inno o indossando fasce nere in memoria delle vittime. Sono atti piccoli ma potenti, soprattutto considerando le pressioni a cui sono sottoposti. Credo quindi che tutto questo mostri quanto siano complesse queste questioni, tra partecipazione, visibilità e resistenza, e come gli individui possano talvolta costruire senso anche all’interno di contesti vincolati o fortemente controllati. Personalmente, non penso esista una risposta univoca. Ritengo che sia necessario riflettere caso per caso, con attenzione al contesto e alle conseguenze. Più in generale, credo che l’arte possa essere uno spazio politico, ma non solo attraverso l’esclusione o prese di posizione dirette, anche attraverso la sua capacità di accogliere la complessità, di generare sfumature e di aprire conversazioni, piuttosto che chiuderle.

Credits: © Bildrecht, Vienna 2026, photo: Markus Wörgötter