Il 12 maggio del 2008, la regione cinese del Sichuan ha vissuto uno dei terremoti più disastrosi della storia contemporanea. Si parla di – le tragedie si contano con i numeri – 80.000 vittime, migliaia di dispersi, più di 370.000 feriti, 5 milioni di persone senza casa. Diverse città furono completamente distrutte, mentre le frane danneggiarono strade e ferrovie isolando la regione per molti giorni. Tra le vittime, almeno 5.000 erano bambini e ragazzi, morti per il collasso di centinaia di scuole. Solo dopo il terremoto venne denunciata l’estrema fragilità degli edifici, “fatti con gli avanzi del tofu”, così come li descrivevano. Seguì chiaramente uno scandalo a posteriori per corruzione, con proteste e inchieste – e nessun processo – verso costruttori e politici che avevano ignorato gli standard antisismici e risparmiato sui materiali.
All’indomani della catastrofe, l’artista Ai Weiwei ebbe un ruolo importante nella denuncia verso i politici del Sichuan e nelle attività per accertare la verità sulla pessima qualità delle strutture scolastiche. Un interesse che gli procurò non pochi problemi con le autorità cinesi, problemi che già non gli mancavano: il suo blog fu oscurato, gli fu impedito di testimoniare, fu imprigionato e il pestaggio da parte della polizia gli procurò un’emorragia cerebrale.

A distanza di poco meno di un anno, il 6 aprile 2009, dall’altra parte del globo, L’Aquila viveva una tragedia analoga: uno sciame sismico di magnitudo 5.9 provocò la morte di 309 persone, 80.000 sfollati e oltre 10 miliardi di danni ambientali e patrimoniali. Anche qui, col senno del poi, si comprese come gran parte della rovinosa tragedia fu responsabilità di strutture decadenti e fuori norma, mai denunciate. Una prossimità inattesa, quella tra le due tragedie, che mette in luce fragilità strutturali e responsabilità taciute, e che nel presente trovano un punto di contatto nel linguaggio dell’arte e nella possibilità di una riflessione condivisa.
Il 28 aprile alla presenza dell’artista Ai Weiwei, il curatore Tim Marlow, la direttrice del museo MAXXI Maria Emanuela Bruni, il direttore artistico Francesco Stocchi e il sindaco de L’Aquila, Pierluigi Biondi, si è inaugurata Ai Weiwei, Aftershock, una retrospettiva che ripercorre l’intera carriera dell’artista, una mostra ricchissima che riunisce oltre settanta opere, alcune delle quali inedite che esplorano fino al 6 settembre 2026 l’impatto continuo dei disastri naturali e dei conflitti causati dall’uomo, della corruzione e delle tragedie, con uno sguardo volto al potere della resilienza umana e dell’atto creativo.

Al centro del progetto espositivo, infatti, trova spazio un nucleo di lavori ispirati proprio dal terremoto del Sichuan del 2008, fra queste Straight – realizzata tra il 2009 e il 2012 con 150 tonnellate di tondini di acciaio recuperati clandestinamente dalle scuole collassate e installata per la prima volta in tre ambienti diversi – che rappresenta una commemorazione delle vite perdute e un vero monumento di denuncia della corruzione e dell’incompetenza delle autorità cinesi.
Impossibile non venire colti dal parallelismo, quando dalla finestra di Palazzo Ardinghelli si intravedono i tralicci di un edificio collassato e ancora in costruzione, mentre dall’interno, incollato alle pareti campeggia l’elenco dei 5.197 studenti morti nella tragedia cinese. Lo stesso Pierluigi Biondi, Sindaco dell’Aquila, lo sottolinea: «Accogliere la mostra di Ai Weiwei nell’anno in cui siamo Capitale italiana della Cultura assume un significato particolarmente profondo: la sua opera, segnata dall’esperienza del terremoto del Sichuan, dialoga in modo autentico con la storia recente della nostra città, trasformando il dolore in memoria e responsabilità».

Non soltanto la devastazione del terremoto allora, ma anche la violenza dei regimi autoritari, la guerra in Ucraina e i naufragi del Mediterraneo diventano materia protagonista del suo racconto. Tutti i lavori di Ai Weiwei nascono da un’intensa attività di ricerca e coinvolgimento diretto in mille viaggi: «L’arte è la vita stessa», ha dichiarato l’artista. «Ogni volta che si cerca di creare un’opera d’arte si crea una lotta. Si deve tenere conto di un insieme di fattori: del contesto, della verità storica ma anche delle esigenze estetiche. La forma deve necessariamente rispondere a queste esigenze, ma devi essere onesto perché nel momento in cui non lo sei rischi di perdere».
La pratica dell’artista cinese si muove infatti lungo questo crinale, trasformando la vicenda personale in strumento di indagine politica e la memoria biografica in un atto pubblico. Tim Marlow, curatore della mostra, ricorda durante la presentazione del percorso espositivo la fedeltà dell’artista a se stesso: «L’incessante lotta di Ai Weiwei per il diritto degli individui di esprimersi liberamente e di non essere soggetti ai dettami illegali dei regimi autoritari, scaturisce dalle difficoltà affrontate da lui stesso, nonché dalla sua costante preoccupazione per coloro che non hanno il potere di opporre resistenza».



Se la denuncia costituisce il punto di partenza della pratica dell’artista, è nella possibilità della ricostruzione che il lavoro di Ai Weiwei trova alla fine il suo orizzonte più radicale. Dopo ogni atto violento, sia esso imposto da un regime autoritario, sprigionato dalla forza incontrollabile della natura, generato dalla crudeltà di una guerra o consumato lungo le rotte dell’emigrazione, resta tra le macerie uno spazio aperto in cui diventa necessario pensare nuove forme di ri-esistenza. I materiali stessi – come si è visto spesso recuperati, piegati, risituati – diventano metafora concreta di questo processo, in cui il gesto artistico si fa atto di resistenza e insieme di rifondazione.
«Aftershock si presenta come una mostra sul dopo», ha concluso Francesco Stocchi, direttore artistico del museo. «Su ciò che permane e su ciò che può ancora essere costruito». Riconoscere la responsabilità politica che ogni “dopo” contiene è un atto di visione. Un dovere per ogni artista. Quello di non lasciare le macerie mute, ma di provare a metterle insieme e costruire a partire da esse la possibilità di ricominciare.



